• Mer 01 Feb 2023

L’allevamento della vite, ovvero la tradizione oltre i vitigni

La grande tradizione enoica italiana non si esprime esclusivamente grazie a vini di alta qualità e vitigni autoctoni ma anche per mezzo di un mosaico di antichi sistemi di allevamento che testimoniano la capacità umana di adattare le proprie esigenze alle condizioni ambientali.

Introduzione

Da molti anni, l’attenzione degli appassionati, dei produttori e del mondo della comunicazione è focalizzata sul recupero e la valorizzazione dei vitigni autoctoni, soprattutto di quelli che maggiormente possono essere effettivamente considerati delle vere e proprie reliquie arrivate a noi attraverso i secoli a testimonianza della storia e del lavoro delle generazioni che ci hanno preceduti. Ovviamente, questa meritoria opera di salvaguardia, recupero e valorizzazione non può che essere accolta con entusiasmo e – anche noi – su queste pagine ci siamo spesso soffermati nella descrizione storica, genetica e organolettica di queste varietà. A titolo di esempio segnalo i seguenti passati articoli: I profumi della storia: i vitigni reliquia del Piemonte, La musica nel vigneto: la viticoltura valdostana secondo la Maison Vigneronne Frères Grosjean, Il vino del sabato: prove per un nuovo Rinascimento: il Cenerentola, l’Orcia Doc e Donatella Cinelli Colombini, Il timorasso e i Colli Tortonesi: quando la tradizione guarda al futuro

Pergole basse di prié blanc in comune di Morgex (AO)

Bisogna, però, sottolineare che, a fronte di questo ritrovato interesse verso tali antichi vitigni, ben poca attenzione è stata, in genere, riservata agli antichi sistemi di allevamento di tali varietà che hanno attraversato il tempo indissolubilmente intrecciati al nostro patrimonio ampelografico. Tali metodi di allevamento, oltre a rappresentare una testimonianza tangibile della capacità dell’umanità di modellare la natura e l’agricoltura in forme più adatte ai nostri ambienti di vita, sono spesso indissolubilmente legati anche alle caratteristiche gusto-olfattive dei vini con essi ottenuti e non possono per tanto essere abbandonati senza che la vera natura di tali vini venga definitivamente perduta. A riprova di quanto appena scritto, ricordo che l’Alberello Pantesco è stato riconosciuto Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO e che l’alberata aversana ha intrapreso l’iter per conseguire il medesimo riconoscimento internazionale.
Le righe che seguiranno traggono origine da alcuni post pubblicati sui social di World Wine Passion e rappresentano un piccolo tentativo di mettere l’accento sull’importanza della conoscenza e della tutela di tali aspetti viticolturali.

Una bellussera

Alberata aversana

Alla base delle tecniche colturali della vite in Italia sicuramente il ruolo degli etruschi – e poi dei romani – occupa un posto centrale. L’ampia diffusione della viticoltura promiscua a tutore vivo che ha caratterizzato negli scorsi millenni il paesaggio viticolo italiano, infatti, trova le proprie radici nella tradizione etrusca di maritare la vite agli alberi – pioppi, aceri campestri, olmi, ulivi, gelsi e salici tra le specie arboree più utilizzate – facendo sviluppare ciascun ceppo su due alberi sia limitando la crescita di ogni ceppo a un singolo albero. Tale sistema di allevamento, ormai quasi del tutto abbandonato, sopravvive in Campania, soprattutto nella zona di Aversa anche se alcuni residui esempi di tale metodo sono ancora presenti anche in altri territori quali la pianura reggiana con l’allevamento di alcune antiche varietà di lambrusco.

L’Alberata Aversana è attualmente un Presidio Slow Food ed è stata dichiarata, nel 2019, Patrimonio Culturale Immateriale della Regione Campania. Le viti di asprinio sono fatte crescere su alti pioppi (anche più di 10m), mediante corde tese di ferro zincato, vengono fatte “correre” da un pioppo all’altro. Nel nord Italia l’alberata è costituita da una vite che si collega a una singola pianta; si parla, invece, di piantata quando gli alberi utilizzati sono molti. Nelle campagne aversane, al contrario, l’alberata corrisponde alla piantata del nord Italia, ovvero una singola vite che si sviluppa su più alberi tutori.

La vendemmia è effettuata tramite lo “scalillo” un’alta e leggera scala a pioli, trasportata da un singolo vendemmiatore. Lo scalillo può scorrere lungo il muro di vigne e le uve così raccolte vengono calate a terra all’interno della “fescina”, un cesto di vimini appuntito alla base che, se calato rapidamente, si incunea nel terreno senza rovesciarsi.

L'Alberata Aversana (Foto di Tenuta I Borboni)

Alberello Pantesco

L’Alberello Pantesco, tipico dell’Isola di Pantelleria, è stato dichiarato Patrimonio Culturale Immateriale UNESCO nel 2014. La preparazione del suolo e la conduzione della vite consiste di differenti e laboriose fasi. Inizialmente, il terreno viene preparato livellandolo e scavando una cavità all’interno della quale sarà piantata la barbatella. Il fusto principale della vite viene poi attentamente potato per produrre sei rami, formando un cespuglio con una disposizione radiale. La cavità viene costantemente rimodellata per garantire che la pianta cresca nel giusto microclima; la gestione dei vigneti e la vendemmia sono, naturalmente, totalmente manuali e molto impegnative; le conoscenze necessarie e le abilità dei potatori sono tramandate nelle famiglie attraverso l’istruzione orale e pratica nel dialetto locale.

Alberelli panteschi - Foto di Graziella Pavia

Maggiorina

La maggiorina – perfezionata dall’architetto Alessandro Antonelli (Ghemme, 14 luglio 1798 – Torino, 18 ottobre 1888), progettista dell’iconica Mole Antonelliana di Torino – è un sistema di allevamento della vite, ormai estremamente raro, tipico dell’area del Boca DOC e dei territori limitrofi. Alla base di questa tipica forma di allevamento si trova il quadrato maggiorino realizzato mediante tre viti centrali – talvolta anche di varietà differenti – tirate nelle quattro direzioni.
Una delle tre viti, di conseguenza, avrà due tralci fatti crescere in direzioni opposte, mentre le altre due saranno lasciate sviluppare in una sola direzione. Questo sistema di allevamento, di grande bellezza, orientando i tralci in diverse direzioni offre una miglior esposizione al sole nel corso della giornata, oltre ad una certa protezione contro le grandinate che in zona sono particolarmente frequenti e violente: la grandine, infatti, provenendo normalmente da una singola direzione non può, in tal modo, danneggiare in modo serio tutti i grappoli, essendo questi esposti con diversi orientamenti.

Allevamento a maggiorina

Archetto piemontese

L’archetto è un antico sistema di allevamento della vite – ormai sostanzialmente abbandonato – che aveva, però, numerose varianti territoriali. Il tipo più diffuso coincideva, di fatto, con un guyot capovolto ed era diffuso – e in parte lo è ancora – in Valtellina, Toscana ed Emilia-Romagna; in queste due regioni è denominato capovolto.
L’archetto di cui intendo parlare è, al contrario, la forma diffusa nel Piemonte occidentale, in modo particolare nelle valli Germanasca e Chisone in provincia di Torino, ovvero nel territorio della DOC Pinerolese.
Si tratta di un sistema a palo singolo e tralcio rinnovato, aspetto quest’ultimo che lo avvicina effettivamente al guyot.
A Pomaretto, uno dei comuni della Val Germanasca dove tale sistema si è mantenuto più a lungo, un tempo lo utilizzavano un po’ tutti e su tutti i vitigni (Doux d’Henry, Avanà, Becuet e Chatus per citare alcune tra le varietà più caratteristiche), dato che le viti, per motivi di spazio legati alle pendenze e alle asperità dei versanti, erano tutte allevate a palo singolo e con l’archetto era possibile lasciare più gemme aumentando così la produzione.
Inoltre, le viti erano piantate molto vicine e, in tal modo, era facilitata la legatura verde sul palo. Ogni ceppo si trovava al centro di un quadrato di un metro di lato raggiungendo in tal modo l’elevatissima densità di impianto di 10.000 ceppi per ettaro; solo in alcuni punti, magari vicino a grandi muri o rocce, era utilizzato il guyot rovesciato.
È interessante notare che, nonostante l’economia di sussistenza che un tempo caratterizzava queste Valli, la viticoltura era obbligatoriamente già specializzata dato che – a causa di suoli, spazi e pendenze – era praticamente impossibile affiancare altre coltivazioni a quella della vite. Erano presenti in vigna, quando possibile, solo pochi alberi da frutto quali pesche delle vigne, albicocche, mandorle e fichi.

Bellussera

Il Bellussi – o Bellussera in dialetto trevigiano – è un metodo di allevamento della vite messo a punto verso la fine del 1800 dai fratelli Bellussi di Tezze di Piave (TV) e che proprio nelle pianure del Piave – e in seguito in quelle delle province di Modena e Reggio Emilia – trovò ampia diffusione. Si tratta di un sistema, ormai quasi scomparso, tipico di una viticoltura promiscua finalizzata, all’epoca della sua invenzione, alla produzione di grandi quantità di uva ed è considerato derivato dall’alberata veneta tanto che, talvolta, veniva realizzato con tutore vivo, soprattutto gelsi per ottenere le foglie da fornire ai bachi da seta. Il suo sesto di impianto è generalmente 4×8 metri e i pali di legno sono generalmente infilati in una base di cemento per aumentarne la durata; i pali sono infine collegati tra loro attraverso fili che venivano poi fissati al terreno. Vista dall’alto, la struttura che ne deriva ricorda un favo nel quale le cellette sono quadrate anziché esagonali. Alla base di ciascun palo sono fatti crescere quattro (due nel mezzo Bellussi) ceppi, ciascuno con un cordone permanente obliquo rispetto al fusto le cui punte arrivano fino ai quattro metri di altezza; generalmente il numero di gemme per ettaro era compreso fra le 60.000 e le 80.000.
Tra i filari era possibile realizzare altre coltivazioni oppure lasciare crescere l’erba per il foraggio. La notevole altezza ostacolava lo sviluppo della peronospora dato che le foglie erano lontane dall’umidità del suolo e dalle spore accumulate sul suolo stesso. La vendemmia era realizzata da uomini in piedi su carri che si muovevano tra i filari.
Un tempo molto diffuso per il raboso, la glera e numerose varietà di lambrusco, questo sistema di allevamento rimane oggi – per il raboso e alcuni lambrusco – come testimonianza di un’agricoltura che doveva garantire soprattutto la sussistenza delle famiglie grazie all’alta produttività e alla diversificazione delle produzioni agricole.

Lavori dal carro in una Bellussera

Capanno Vulturino

Capanno Vulturino a Barile (PZ)

Il capanno vulturino è un sistema di allevamento molto antico, praticato dagli Arbereshe, le popolazioni di origine Greco-Albanese che si sono stanziate nel sud Italia a partire dal XV secolo in seguito all’occupazione Turco-Ottomana e quindi alla guerra religiosa tra Cattolici e Bizantini (Albanesi) e Ottomani (Musulmani). Durante le varie ondate di diaspora verso l’Italia hanno fondato molti paesi – tra i quali il più noto è probabilmente Barile, in provincia di Potenza – dove si conservano gelosamente le tradizioni e il dialetto Arbereshe che è parlato solo in queste comunità.
Il sistema di allevamento a “Capanno Vulturino” prevede l’impiego di tre canne di bambù e di ginestra lasciata essiccare per effettuare le legature. A due canne vengono legati i due capi a frutto, mentre la terza canna è di sostegno al capanno; una volta in fase vegetativa, la pianta ricoprirà le canne con le foglie fino a farla assomigliare proprio ad una capanna in stile indiano. Le canne a cui è legato il capo a frutto sono mobili mentre la terza – quella di sostegno – è fissa. Le canne mobili vengono ruotate in funzione dell’esposizione solare durante la stagione, in modo che i grappoli d’uva nascano all’interno del capanno e ricevano la giusta irradiazione solare rimanendo, nel contempo, sempre protetti dal vento e dall’eccessivo maltempo. La rotazione delle canne mobili viene effettuata circa quattro volte durante l’estate fino a giungere al periodo di vendemmia.
Da quanto scritto, emerge chiaramente che si tratta di un sistema d’allevamento molto impegnativo, che necessità di molta manodopera ed esperienza, sia nella legatura dei tralci sia nella loro successiva movimentazione.

Ringraziamenti

Voglio ringraziare le Aziende Daniele Coutandin ed Elena Fucci per le importanti informazioni e le fotografie, rispettivamente dell’Archetto Piemontese e del Capanno Vulturino; un grazie è dovuto anche alla collega Pia Martino per avermi concesso l’uso delle fotografie della Bellussera.

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