Clemens Lageder: biodinamica e global warming in Alto Adige

Eccoci giunti al terzo episodio di questa serie di articoli dedicati al global warming e a come i diversi territori e le diverse aziende cerchino di arginare il problema. Clemens Lageder guida, insieme alla famiglia, l’Azienda Alois Lageder di Magrè sulla Strada del Vino, realtà storica dell’Alto Adige convertita da tempo alla biodinamica. Lo abbiamo intervistato per raccogliere dalla sua viva voce le osservazioni concrete sulle annate recenti e sulle strategie in corso nei vigneti e in cantina.

Riassunto

Clemens Lageder, Amministratore Delegato dell’Azienda Alois Lageder di Magrè (BZ), guida una delle cantine storiche dell’Alto Adige nella sfida al cambiamento climatico. Convertita alla biodinamica dal 2004 e certificata biologica al 100% dal 2024, la Tenuta risponde al global warming con strategie concrete: vigneti spostati a quote più elevate, sperimentazione su varietà da climi caldi come assyrtiko e souvignier gris, e tecniche di cantina che recuperano la tradizione. Il pH delle uve è salito stabilmente oltre 3,5 e le vendemmie sono anticipate di due settimane. L’obiettivo resta preservare il carattere alpino dei vini – freschezza, tensione, verticalità – senza ricorrere a correttivi chimici.

Summary

Clemens Lageder, the managing director of the historic Alois Lageder winery in Magrè (BZ), is spearheading the fight against climate change in South Tyrol. Having converted to biodynamics in 2004, the estate is set to achieve full organic certification by 2024. In response to global warming, concrete strategies are being implemented, including moving vineyards to higher altitudes, experimenting with warm-climate varieties such as Assyrtiko and Souvignier Gris, and employing traditional winemaking techniques. The pH of the grapes has risen steadily above 3.5, and the harvest now occurs two weeks earlier. The aim remains to preserve the Alpine character of the wines – freshness, tension and verticality – without resorting to chemical corrections.

La Tenuta Lageder

La Tenuta familiare Alois Lageder rappresenta un punto di riferimento fondamentale per la viticoltura dell’Alto Adige. L’azienda fonde una tradizione secolare con una visione profondamente innovativa. Fondata nel 1823 a Magrè sulla Strada del Vino, la cantina è oggi guidata dalla sesta generazione.

Tenuta Lageder oggi

Clemens Lageder ricopre attualmente il ruolo di Amministratore Delegato. Oltre a Clemens, nell’Azienda di famiglia lavorano anche le sue due sorelle: Helena, a capo delle attività di marketing e comunicazione, e Anna che, nel suo ruolo di responsabile eventi, organizza tutti gli eventi più importanti dell’Azienda, inclusa la fiera annuale Summa. Questo passaggio generazionale consolida un percorso di eccellenza iniziato da papà Alois negli anni Ottanta. All’epoca, Alois Lageder ha impresso una svolta decisiva verso la sostenibilità. Attraverso un approccio olistico, la famiglia ha trasformato la propria realtà in un organismo agricolo vivente. In questo contesto, la diversità diventa la chiave per affrontare le sfide contemporanee. Un approfondimento su questa storica azienda e sulla sua filosofia produttiva è disponibile in questo articolo del 2017, sempre sulle pagine di World Wine Passion.

Clemens Lageder e la sua famiglia
La famiglia Lageder - ©Foto Letizia Cigliutti

La biodinamica

Il cuore di questa filosofia risiede nell’agricoltura biodinamica. Questo metodo ha trovato applicazione integrale a partire dal 2004 per i vigneti di proprietà. Successivamente, tale impegno ha coinvolto anche i circa sessanta partner viticoltori sparsi sul territorio altoatesino. Dal 2024 l’intera superficie vitata risulta coltivata esclusivamente con metodi biologici o biodinamici. Questa estensione comprende cinquantacinque ettari familiari e ottantacinque dei conferitori. Pertanto, la tenuta non si limita alla sola produzione di vino. L’azienda integra allevamento di animali, coltivazione di ortaggi e rimboschimento, ricreando un ciclo naturale chiuso. Questa sinergia tra flora e fauna arricchisce la fertilità del suolo. Inoltre, essa rafforza la naturale resistenza delle piante.

©Clemens Lageder

Clemens Lageder e il Progetto Comete

In questo scenario di continua ricerca, il Progetto Comete emerge come un vero laboratorio a cielo aperto. Questa iniziativa sperimentale permette all’azienda di esplorare nuove frontiere. L’obiettivo è uscire dai confini tradizionali per testare metodi di vinificazione inediti e varietà inusuali. Attraverso queste sperimentazioni, Clemens Lageder e la sua famiglia cercano risposte concrete ai cambiamenti climatici. Il team valuta attentamente l’adattabilità di vitigni provenienti da regioni più calde. Essi raccontano un territorio in evoluzione, dimostrando come l’innovazione possa convivere armoniosamente con la natura.

L’Alto Adige

L’Alto Adige offre un mosaico straordinario di altitudini, microclimi e composizioni geologiche. I terreni spaziano dal porfido vulcanico alla roccia calcarea dolomitica. Sfruttando questa ricchezza, l’azienda di Clemens Lageder coltiva oltre trenta varietà di uve. Tra queste spiccano il pinot bianco, lo chardonnay, la schiava e il lagrein. Di conseguenza, ogni bottiglia diventa un racconto fedele del proprio luogo di origine. I vini esaltano la freschezza e la vivacità tipiche del carattere alpino.

Clemens Lageder: alcune vigne nei pressi di Magrè
Vigne aziendali nei pressi di Magrè sulla Strada del Vino - ©Clemens Lageder

Alois Clemens Lageder: gli studi e il lavoro

Nato nel 1987, dopo la laurea in sociologia e storia moderna a Zurigo, Alois Clemens prosegue la sua formazione all’estero nel campo dell’enologia, studiando in Germania (Geisenheim) e, grazie a un progetto Erasmus, in Francia (Digione). Arricchisce in seguito le sue competenze con esperienze pratiche negli Stati Uniti e in Francia, collaborando con rinomate realtà vinicole, tra cui il Domaine Marquis d’Angerville in Borgogna.

Da settembre 2013 alla fine del 2015 lavora in Lussemburgo presso l’Oikopolis-Group, nell’ambito della produzione e del commercio di prodotti biologici, affiancando all’attività professionale un Master in Management delle imprese familiari presso la Zeppelin Universität in Germania.

Nel maggio 2015, Clemens Lageder entra nell’Azienda di famiglia come responsabile sales & marketing e membro del consiglio di amministrazione, iniziando a lavorare al fianco del padre – Alois Lageder – gli ha progressivamente affidato la guida dell’azienda, che oggi dirige in qualità di Amministratore Delegato.

Clemens Lageder
Clemens Lageder - ©Foto di Gregor Khuen Belasi

L’intervista a Clemens Lageder

Questa intervista a Clemens Lageder approfondisce le tematiche più attuali e urgenti per quanto concerne le sfide che la vitivinicoltura altoatesina dovrà affrontare nel prossimo futuro. Il dialogo Clemens e lo scrivente illustra, quindi, le strategie agronomiche e le pratiche di cantina adottate da questa importante realtà produttiva nel rispetto delle regole della biodinamica. L’obiettivo finale, ovviamente, rimane quello di preservare l’identità territoriale e aziendale dei vini di fronte al riscaldamento globale.

Ciao Clemens e grazie per la disponibilità. Iniziamo subito: negli ultimi 10-15 anni, quali cambiamenti concreti avete osservato nei vostri vigneti in termini di fenologia, date di vendemmia, composizione delle uve (acidità, pH, grado alcolico, profilo aromatico)? Ci sono stati episodi climatici estremi (gelate tardive, siccità, grandine, ondate di calore) che hanno impattato significativamente sulla vostra produzione?

Annate estreme e profilo analitico delle uve

Negli ultimi anni le annate con condizioni climatiche estreme si sono moltiplicate. Nel corso del 2023 ha piovuto molto e, nel 2024 ancora di più, forse l’annata più piovosa di sempre. In Alto Adige cadono di norma 800 millimetri di pioggia l’anno. Nel 2024 il valore si è raddoppiato.

Al contrario, il 2022 è stato molto secco e caldo, il 2021 piuttosto freddo e il 2020 molto caldo. È evidente come la variabilità tra un millesimo e l’altro sia divenuta, ormai, il tratto distintivo di questo periodo.

Il pH delle uve si è alzato in modo netto. Dieci anni fa si riusciva ancora a restare sotto 3. Oggi difficilmente ci si riesce, anche dove lo vorremmo. I valori si collocano stabilmente intorno a 3,5-3,6. Anche l’acidità totale è calata in modo sensibile. Queste evoluzioni hanno imposto un ripensamento profondo delle pratiche di cantina.

©Clemens Lageder

Vendemmie sempre più anticipate

La vendemmia più precoce resta quella del 2017. Quell’anno, per la prima volta, abbiamo raccolto una piccola quantità di uva prima di Ferragosto. Oggi la settimana del 16 agosto, o quella immediatamente successiva, è diventata il nuovo standard per l’avvio delle operazioni. Fino a pochi anni, invece, fa la vendemmia iniziava a fine agosto, una o due settimane più tardi.

Quali strategie agronomiche avete già implementato o state sperimentando per adattarvi al cambiamento climatico? (Ad esempio: gestione della chioma, irrigazione di precisione, spostamento dei vigneti verso quote più elevate, utilizzo di portainnesti specifici, selezione clonale, modifica dei sistemi di allevamento, uso di reti ombreggianti). Quali di queste si sono dimostrate più efficaci nel vostro contesto specifico?

Altitudine, la prima leva dell’Alto Adige

In Alto Adige la leva principale resta l’altitudine. Il cambiamento climatico è un fenomeno costante, destinato però a diventare più rapido e radicale. Cent’anni fa, a Magrè, il pinot bianco si coltivava intorno ai 250 metri. Oggi il pinot bianco di qualità si trova sui 600-700 metri. L’innalzamento progressivo delle quote è una realtà già in atto da decenni.

Il vigneto più alto dell’Alto Adige è oggi a 1250 metri ed è piantato a solaris, un vitigno resistente. Il nostro appezzamento più elevato si trova a 950 metri. Vi coltiviamo riesling, manzoni bianco, müller thurgau e pinot nero; alle quote più basse, intorno ai 200-250 metri, la risposta passa necessariamente dal cambio di vitigno.

La flessibilità

La fortuna dell’Alto Adige è proprio la flessibilità. Non siamo legati in modo rigido al cru e al vitigno come accade in Borgogna. Il pinot grigio, che soffre moltissimo il nuovo clima, andrà sostituito in molte posizioni. Lo chardonnay mostra invece un’ottima capacità di adattamento. Il manzoni bianco si rivela un’opzione concreta e interessante per il futuro.

Clemens Lageder: le botti
©Foto di Thilo Weimar

State considerando – o avete già introdotto nuove varietà (autoctone o internazionali) – più resistenti al caldo e alla siccità? Come bilanciate la necessità di adattamento climatico con la preservazione dell’identità territoriale e i vincoli delle Denominazioni? Quali sono le vostre opinioni sulle varietà PIWI nel contesto del cambiamento climatico?

Quarant’anni di sperimentazione sui vitigni da clima caldo

Mio padre, già negli anni Ottanta, ha iniziato a occuparsi di cambiamento climatico. Con un collaboratore responsabile di ricerca e sviluppo ha piantato vitigni provenienti dalla della Francia e dalla Grecia. Fra le varietà impiantate figurano assyrtiko, tannat, roussanne, marsanne, viognier, petit manseng, chenin blanc e semillon. Grazie a ciò, oggi disponiamo di quarant’anni di sperimentazione interna su varietali potenzialmente interessanti per il futuro climatico del nostro territorio.

Le varietà

Alcune varietà hanno funzionato, altre no. Con il syrah, in Alto Adige, non abbiamo mai centrato il territorio giusto. Fra i rossi, il più convincente resta il tannat mentre, fra i bianchi, l’assyrtiko greco si conferma molto promettente. Il viognier ha dato finora buoni risultati, ma mostra già segni di appesantimento rispetto ai primi anni e, probabilmente, non sarà il vitigno del futuro.

Si torna, invece, a guardare con interesse alla schiava che mantiene una bella acidità e può tornare protagonista in uno scenario caldo. Le scelte sui vitigni vanno, dunque, ripensate in profondità, senza scorciatoie.

Grappolo di assyrtiko - Doris Schneider, Julius Kühn-Institut (JKI), Federal Research Centre for Cultivated Plants, Institute for Grapevine Breeding Geilweilerhof - 76833 Siebeldingen, GERMANY

Denominazioni e nuove UGA

La DOC Alto Adige risale al 1975 ed è evidente che anche le Denominazioni dovranno adattarsi alla nuova realtà. Questo non significa aprire subito a nuovi vitigni dato che il patrimonio varietale, all’interno della Denominazione, è già ampio. Il lavoro deve concentrarsi sui terreni e sulle nuove UGA (clicca per visualizzare e scaricare la mappa), con grande cautela. Servirà flessibilità per non irrigidire le scelte in un contesto che continuerà a evolvere.

Alcune zone sono oggi storicamente legate a un vitigno – ad esempio Mazzon – identificata con il pinot nero. Fra vent’anni o trent’anni il clima potrebbe non consentire più di impiantare pinot nero in quelle stesse posizioni. Le nuove UGA devono quindi prevedere un margine di flessibilità adeguato. Altrimenti rischiano di diventare gabbie difficili da gestire.

I vitigni PIWI

Per ciò che concerne i vitigni PIWI, io sono apertamente favorevole al souvignier gris. Il profilo dei vini mi piace e lo giudico interessante anche nella prospettiva delle UGA. Per quanto concerne buccia, colore e caratteristiche è un vitigno confrontabile con il pinot grigio; è, però, in grado di conservare molto meglio freschezza, acidità e pH rappresentando, in tal modo, una possibilità concreta per il futuro dei bianchi altoatesini.

Identità territoriale e un equilibrio da ricalibrare

Quarant’anni fa l’Alto Adige era conosciuto per i vini rossi. Oggi siamo identificati con i bianchi. In futuro dovremo essere nuovamente più aperti anche verso i rossi. Alcune zone per i rossi continuano a funzionare molto bene. In un mercato orientato quasi esclusivamente verso i bianchi, convincere un viticoltore a piantare vitigni a bacca nera potrà, forse, essere difficile: servono flessibilità, calma e tempo.

Clemens Lageder: i corni letame
©Clemens Lageder

In cantina, quali tecniche innovative state adottando per gestire uve con pH più alto, acidità più bassa e potenziale alcolico più elevato? Avete sperimentato con lieviti non-Saccharomyces (come Lachancea thermotolerans o Metschnikowia pulcherrima) o altre biotecnologie per preservare freschezza e complessità aromatica? Come questi interventi influenzano l’identità e lo stile dei vostri vini?

Pratiche di cantina e innovazione dentro la tradizione

In un’azienda biodinamica – sottolinea Clemens Lageder –  la cantina non può eccedere nell’innovazione tecnologica. Dobbiamo essere tradizionalisti e recuperare pratiche di lavoro di cent’anni fa. Quando i vigneti si coltivavano con il bue, l’animale imponeva i propri tempi. L’uva raccolta al mattino restava a lungo a contatto con bucce e raspi prima di arrivare in cantina. Era la norma, sia per i rossi sia per i bianchi.

L’introduzione del trattore ha eliminato questo contatto naturale con il grappolo intero. Il tannino, però, fornisce salinità e percezione di freschezza anche nei vini bianchi. Per questo motivo nel Porer, il nostro pinot grigio, in alcuni chardonnay e in molti altri vini utilizziamo volutamente una percentuale di bucce e raspi. È una scelta tecnica precisa, non un gesto nostalgico.

Il caso Porer

Il Porer è la somma di tre principali componenti: una frazione del 50-60% viene pressata direttamente. Un ulteriore 20% macera sulle bucce per circa quindici ore e il restante 20% resta su uva intera e raspi per sette mesi. Le tre frazioni vengono, infine, assemblate per ottenere il vino finito.

La parte a uva intera si lavora senza pressatura. Riempiamo a mano i fusti con una griglia interna che mantiene le bucce sotto il livello del liquido. L’uva fermenta a grappolo intero per sette mesi, realizzando una parziale macerazione carbonica in fusti di legno non in pressione, disperdendo così naturalmente un quota di CO2.

L’estrazione apporta tannino, abbassa il grado alcolico e riduce analiticamente l’acidità. Il raspo, infatti, assorbe e diluisce alcune componenti del mosto. Il punto chiave è un altro: l’acidità analitica scende, ma la percezione di freschezza aumenta grazie al tannino. È la nostra innovazione dentro la tradizione.

Clemens Lageder: la bottaia
©Clemens Lageder

Come comunicate ai vostri clienti e al mercato le sfide del cambiamento climatico e i vostri sforzi di adattamento? I consumatori sono disposti ad accettare vini con profili organolettici diversi rispetto al passato? Dal punto di vista economico, quali sono i maggiori ostacoli all’adattamento (costi degli investimenti, incertezza normativa, accesso al credito)? Qual è la vostra visione per i prossimi 20-30 anni: credete che la vostra regione rimarrà competitiva nella produzione di vini di qualità?

Comunicare il cambiamento al consumatore

Tutte queste scelte servono a mantenere la stilistica del nostro territorio. Non posso più produrre i vini come li faceva mio padre trent’anni fa. Voglio, però, preservare il carattere alpino fatto di freschezza, tensione, beva e verticalità. Per conservare questa cifra in modo naturale dobbiamo modificare le pratiche di lavoro. Il consumatore, finora, ha percepito poco il cambiamento, proprio perché siamo noi a cambiare per mantenere il profilo.

I cambiamenti osservabili

Alcune evoluzioni visibili richiedono, però, nuove abitudini. Il pinot grigio può presentare un colore più intenso, talvolta più rosa o ramato. Quest’anno è virato verso un oro rosato. È la comunicazione più complessa, soprattutto su un vino come il Porer, prodotto in circa 50.000 bottiglie all’anno. Per spiegare tutto ciò ricorriamo alle retro-etichette, ai video e alla presenza diretta sul mercato.

Preferiamo usare raspo e buccia, due elementi naturali, piuttosto che ricorrere a correttivi di acidità. È anche un ritorno consapevole alla tradizione, coerente con la scelta biodinamica. Non dobbiamo stancarci di comunicare queste ragioni ai nostri interlocutori.

Tòr Löwengang - ©Clemens Lageder

Costi economici e prospettive per i prossimi decenni

I costi di produzione sono leggermente aumentati. Separare e lavorare a grappolo intero richiede più manodopera, ma non si tratta di costi eccessivi. La voce più pesante resta quella legata alla vigna. Le annate estreme, con troppa pioggia o grandine, abbattono in modo significativo la resa per ettaro. Anche gli impianti in quota comportano investimenti iniziali rilevanti.

Guardando ai prossimi vent’anni o trent’anni, voglio che anche i miei figli possano continuare a produrre vini riconoscibili per il carattere alpino. Per questo continueremo a cambiare ciò che serve, allo scopo di preservare ciò che conta davvero. L’Alto Adige ha tutte le condizioni per restare competitivo nella fascia dei vini di qualità, a patto di accompagnare il cambiamento con scelte lucide e coerenti.

Contatti

Alois Lageder

Tòr Löwengang

Vicolo dei Conti 9

39040, Magrè (BZ)

info@aloislageder.eu

Sito aziendale

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