La Crotta di Vegneron, le Alpi e il moscato di Chambave
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Augusto Gentilli
- Lun 03 Ago 2026
- 26 minute read
Riassunto
La Crotta di Vegneron nasce nel 1980 a Chambave con un obiettivo dichiarato, riportare al centro il moscato e salvare i micro-appezzamenti valdostani dall’abbandono. Oggi trentanove soci coltivano una ventina di ettari tra i 450 e gli 800 metri, su pendenze che arrivano al 90% e suoli morenici poverissimi, irrigati dai ru scavati nel Duecento. La produzione supera le 150.000 bottiglie, delle quali 60.000 di moscato. L’articolo ripercorre le fonti storiche dal 1389, il recupero del fumin, il pagamento delle uve per fascia altimetrica, la certificazione Equalitas e l’affinamento sperimentale nelle miniere di Cogne (AO). Chiudono le note di degustazione di otto vini assaggiati in cantina.
Summary
Founded in 1980 in Chambave, La Crotta di Vegneron was established with a clear aim: to restore Muscat to its rightful place and save the small vineyards of the Aosta Valley from neglect. Today, the thirty-nine members of the cooperative cultivate around twenty hectares of land at altitudes between 450 and 800 metres. The land is located on extremely steep slopes with gradients of up to 90 per cent and is made up of poor morainic soils. The land is irrigated by channels dug in the thirteenth century. Production exceeds 150,000 bottles, 60,000 of which are Moscato. This article explores historical sources dating back to 1389, the revival of the Fumin grape variety, the altitude-based payment system for grapes, Equalitas certification, and the experimental ageing process in the Cogne mines (AO). It concludes with tasting notes for eight wines sampled at the winery.
Una cooperativa nata attorno a un vitigno
Il nome della cantina spiega da solo il progetto. In patois, la parlata francoprovenzale della Valle d’Aosta, crotta indica la cantina domestica, il locale in cui ogni vegneron vinificava le uve dei pochi metri quadrati di vigna. Gli garantivano la sussistenza. Si tratta di una lingua quasi esclusivamente orale, trasmessa da una popolazione contadina. Non scriveva, e le forme grafiche oggi in uso derivano in larga parte da trascrizioni fonetiche successive. La cooperativa nasce nel 1980 a Chambave, in una fase in cui in tutta Italia si estirpavano vigneti per convertirli a colture più redditizie.
Gli obiettivi de La Crotta di Vegneron
La prima vendemmia conferita in comune fu quella del 1985. Il primo obiettivo era dichiarato senza ambiguità, ossia riportare al centro il moscato di Chambave, riscoprirne la tradizione produttiva e restituirgli un mercato. Attorno a quel vitigno si è costruito tutto il resto. Mettere in comune conferimenti frammentati significava anche salvaguardare un paesaggio, una biodiversità. Un patrimonio genetico la cui perdita sarebbe stata definitiva, perché i micro-appezzamenti abbandonati difficilmente tornano ad essere coltivabili.
Il moscato di Chambave nei documenti storici
1389: il primo documento
Il legame tra il vitigno e il comune è documentato da oltre sei secoli. Tuttavia, il testo di riferimento. Per primo ne tratta in modo organico è il Repertorio d’agricoltura pratica e di scienze economiche ed industriali di Lorenzo Francesco Gatta, pubblicato nel 1836, che a sua volta rimanda a fonti trecentesche. Da qui proviene l’episodio del 1389. La casa ducale sabauda coinvolse i signori di Chambave nelle spese per ospitare a Chambéry il duca e la duchessa di Turenne. Tutte le province vennero coinvolte nell’accoglienza e i signori valdostani risposero con dodici barili di moscato di Chambave e con diverse teste di stambecco.
Flétri: il moscato passito dal 1494
Un secondo documento, del 1494, descrive un banchetto offerto al re di Francia Carlo VIII durante un soggiorno valdostano presso i Challant, feudatari dei Savoia. In quell’occasione il vino venne servito come re dei vini. La fonte precisa il termine flétri, cioè passito, segnalando che un secolo dopo la prima citazione la versione appassita era già codificata. Nel Settecento, il vigneron Pantaléon Bich ne descrisse capacità di maturazione paragonabili a quelle dei tokaji ungheresi e dei sauternes francesi.
La stessa vocazione alla longevità riguarda il passito, commercializzato oggi con il nome Prieuré. Le fonti lo collocano già all’inizio del Duecento. Ne testimoniano il peso economico fino a tutto il Settecento, quando le quotazioni superavano quelle dei migliori vini di Borgogna. Fu proprio questa tipologia a permettere alla viticoltura valdostana di attraversare i passaggi economici e sociali più critici.
La base sociale, la governance e le superfici
Dai centoventidue conferenti censiti in passato, La Crotta di Vegneron è passata agli attuali trentanove soci. L’erosione numerica riflette l’invecchiamento della base sociale e la difficoltà del ricambio generazionale, problema comune all’agricoltura italiana e particolarmente acuto in Valle d’Aosta. La superficie non si è ridotta nella stessa proporzione, perché chi è rimasto ha spesso ampliato e professionalizzato la propria attività. Inoltre, la cantina lavora oggi una ventina di ettari, quantità considerevole in una regione dove ogni operazione si svolge a mano. La produzione si colloca tra le 150.000 e le 180.000 bottiglie annue, delle quali circa 60.000 di moscato.
La Crotta di Vegneron e il suo assetto amministrativo
L’assetto organizzativo riflette le dimensioni aziendali. La cantina non ha un direttore. Il consiglio di amministrazione non si limita a definire le linee di indirizzo, poiché ciascun consigliere segue in prima persona un’area operativa: manutenzioni, rapporti con i soci, risorse umane, accoglienza e promozione del marchio sono presidiate da singoli amministratori che affiancano il presidente Alessandro Neyroz e lo staff. Alla contrazione delle superfici la cooperativa ha risposto con un intervento diretto, deliberando l’impianto di un ettaro e assumendo due giovani ai quali è stata affidata anche la conduzione di circa novemila metri quadrati presi in affitto da viticoltori anziani, altrimenti destinati all’espianto.
Un ambiente pedoclimatico estremo
I vigneti de La Crotta di Vegneron sono letteralmente strappati alla montagna. Si tratta di micro-appezzamenti. Raramente superano i quattro o cinquemila metri quadrati, collocati tra i quattrocentocinquanta e gli ottocento metri di quota, su pendenze che in alcuni casi arrivano al 90%. L’esposizione è per il 90% a sud, sulla sinistra orografica, e per il restante 10% a nord. Pertanto, in inverno il sole sorge dietro il versante esposto a settentrione e lo lascia in ombra per gran parte della giornata, mentre illumina con maggior continuità il costone opposto; il divario si annulla tra primavera ed estate.
Il territorio de La Crotta di Vegneron
I 15 chilometri di vallata centrale compresi tra Saint-Vincent e il confine fra Nus e Quart, ove sono situate le vigne della Cooperativa, costituiscono la porzione più asciutta della Regione. Nelle aree produttive di Chambave e di Nus le precipitazioni restano sotto i 500mm annui, con meno di 90mm distribuiti tra giugno e settembre. L’immaginario collettivo associa la Valle d’Aosta alle oltre trenta vette che superano i quattromila metri e non alla siccità, ma il bilancio idrico racconta un’altra realtà.
I venti e le escursioni termiche
I venti locali sono di convezione e hanno carattere stagionale. Nei fondovalle si forma una bolla di aria calda, instabile e più leggera delle masse fredde che scendono dalle montagne circostanti; l’aria calda viene spinta verso l’alto e sostituita da quella fredda proveniente dalle vallate laterali. Il fenomeno si ripete quotidianamente da marzo a ottobre, con raffiche che abbassano in modo drastico l’umidità relativa. In estate, le escursioni termiche giornaliere sono ampie ma lo scarto più significativo è quello stagionale, poiché non è raro passare dai venti gradi sotto zero dell’inverno ai quarantacinque dell’estate.
Suoli morenici e assetto geologico
I vigneti insistono su terreni di origine morenica, composti per circa il 70% da sabbia, con una frazione limitata di limo e appena il 2 o 3% di argilla. Lo scheletro è abbondante e la capacità di ritenzione idrica risulta di conseguenza molto bassa. La profondità utile del suolo agricolo si aggira spesso sui 10 o 20cm, sotto i quali si incontra un ghiaione quasi inerte. I valori variano, però, in modo sensibile a seconda della posizione, perché una conoide di deiezione e un versante di erosione hanno storie sedimentarie differenti.
Morfologia della Valle e pH dei suoli
La morfologia della valle conserva evidenze glaciali molto leggibili: verso i mille metri si riconoscono le spalle glaciali, mentre salendo compaiono rocce arrotondate e levigate. Nel tratto in cui la valle piega verso sud-est affiorano massi erratici di granito estranei al substrato locale, costituito in prevalenza da rocce verdi metamorfiche.
La reazione dei suoli cambia lungo l’asta valliva; nella zona di Aosta si arriva quasi a pH 8, a Chambave i valori si collocano intorno a pH 7,2-7,3 mentre nell’area di Donnas, si scende fino a pH 4,5.
I ru e l’irrigazione di soccorso
La viticoltura valdostana era tradizionalmente condotta in asciutta. Il quadro è cambiato con la fillossera ovvero con il passaggio dai piedi franchi ai portinnesti americani, che non possiedono la stessa capacità di assorbimento dell’acqua dal terreno. A causa di questo limite, unitamente alla scarsa ritenzione idrica dei suoli e all’andamento climatico recente, l’irrigazione di soccorso è entrata stabilmente tra le pratiche colturali di tutta la regione. La distribuzione avviene a goccia, esclusivamente lungo la fila. Questa la scelta risponde a due esigenze, ovvero contenere i consumi ed evitare di bagnare l’intera superficie, condizione che favorirebbe lo sviluppo di malattie fungine.
I ru e l’antica ingegneria valdostana
L’acqua arriva alle vigne attraverso i ru, i canali di adduzione storici scavati tra il 1200 e il 1300. La pendenza fu mantenuta intorno all’1 – 2%, per conservare la quota più alta possibile e irrigare la maggiore superficie sottostante. I costruttori scelsero come fonti i torrenti alimentati dai ghiacciai delle valli laterali, caratterizzate da portate sicure rispetto ai rii minori dal regime irregolare.
Crisi e rinascita della viticoltura valdostana
La superficie vitata regionale ha subito numerose contrazioni successive. Tuttavia, la piccola età glaciale modificò le condizioni climatiche. Interruppe la comunicazione con Francia e Svizzera attraverso colli, fino ad allora, transitabili anche d’inverno, sottraendo alla Valle d’Aosta il ruolo di terra da vino destinato all’esportazione. Le fonti parlano di 3.500ha, contro i 500 o 600 attuali. Quella diffusione capillare della viticoltura ha però lasciato in eredità un patrimonio varietale ampio. Nel Trecento la vite si riproduceva per seme e non per talea, dando origine incroci naturali continui, molti dei quali si sono, chiaramente, persi nei secoli; alla semina si affiancava, comunque, anche la propaggine.
Il secondo dopoguerra
Il colpo definitivo arrivò negli anni Cinquanta del Novecento. Alla fillossera si sommarono l’arrivo della ferrovia e l’industrializzazione legata a Olivetti e Fiat. Le famiglie continuavano a vinificare in casa, ma acquistavano l’uva alla stazione, caricando cassette di uva provenienti dal Piemonte o da regioni più lontane. Tutti torchiavano e distillavano, quasi nessuno coltivava più la vigna. Il rilancio si deve ai canonici del Gran San Bernardo, ai quali l’amministrazione regionale affidò, nel 1953, la gestione di una scuola agraria ad Aosta, dove istituti di quel tipo non esistevano.
Il canonico Vaudan
Nel 1959 arrivò, come responsabile, il canonico Vaudan, originario del Vallese. Egli sostenne che la Valle potesse rilanciare una viticoltura in via di abbandono e ne divenne il principale promotore. Dimostrò che i filari potevano essere impiantati a rittochino anziché a giropoggio, introdusse varietà fino ad allora sconosciute e soleva ripetere che i valdostani erano ottimi vigneron ma pessimi vinificatori. Le prime mostre dei vini resero evidente il divario qualitativo con i prodotti della scuola e innescarono un cambiamento diffuso.
La Crotta di Vegneron e i suoi vitigni
Il vitigno storico e più diffuso resta il moscato bianco. Attorno a esso la gamma si è progressivamente ampliata con varietà internazionali introdotte nei decenni scorsi, tra cui müller thurgau, gamay, pinot nero e syrah. Coltivate in pendenza, a quote elevate e su suoli morenici, queste uve restituiscono un ventaglio di descrittori differente rispetto ai riferimenti abituali. Più di recente è stata introdotta anche la petite arvine, vitigno di origine vallesana che in Valle era limitato alla sottozona Torrette – nei pressi del Capoluogo – e che oggi è coltivato, con ottimi risultati, anche a Chambave.
Le varietà antiche
Tra le varietà locali, presso La Crotta di Vegneron la vinificazione in purezza riguarda soprattutto fumin e petit rouge, quest’ultimo storicamente considerato la base della viticoltura valdostana. La cantina rivendica un ruolo pionieristico sul recupero del fumin, vinificato qui in purezza per la prima volta. Questa varietà, a bacca nera e di antica tradizione, era praticamente scomparsa e venne recuperata da due o tre piante superstiti allevate a pergola. Storicamente serviva a dare colore ai vini di uvaggio.
Il neyret
Un caso a parte è il neyret, varietà tradizionale oggi del tutto marginale, che condivide una parte del proprio corredo genetico con il petit rouge. In passato – insieme al picotendro, nome locale del nebbiolo – era alla base del clairet, un vino ottenuto da uve raccolte entro la fine di settembre; tale vino appariva scarico di colore, in parte per le uve utilizzate e in parte per la vendemmia precoce. Il nome genera confusione con i neretti piemontesi, come il neretto di Bairo, con i quali non esiste, però, alcun rapporto.
La gestione del vigneto
I vigneti sono inerbiti e prevedono al massimo un intervento primaverile lungo la fila per il controllo delle infestanti. La siccità estiva aiuta a ridurre sensibilmente la pressione delle avversità. Il numero di trattamenti si ferma spesso a quattro o cinque, valore molto inferiore alla media nazionale ed europea e anche a quanto previsto per le colture biologiche. I principi attivi impiegati sono selezionati tra quelli che lasciano i residui più bassi nel frutto e nell’ambiente, con valori che nel vino si azzerano quasi del tutto. Un tecnico visita settimanalmente le parcelle e stabilisce la rotazione, indicando ai soci dove intervenire e dove attendere.
La Crotta di Vegneron e il moscato bianco
Il moscato richiede attenzioni specifiche. Le alte temperature provocano scottature sui grappoli – effetto che si accentua quando gli acini restano completamente esposti – e degradano i terpeni responsabili del profilo aromatico. La tradizione locale prevedeva una sfogliatura spinta, con grappoli lasciati nudi: in tal modo, però, le uve arrivavano in cantina con tonalità brunastre. Oggi, la cooperativa sta correggendo questa consuetudine, modulando gli interventi sulla parete fogliare. Le forme di allevamento adottate sono il guyot e, per alcune varietà, il cordone speronato.
Viticoltura e orografia
L’orografia condiziona ogni scelta tecnica. Dove la pendenza lo consente, i filari sono disposti a rittochino, soluzione che permette una meccanizzazione parziale con mezzi cingolati di piccola taglia. Sui versanti più ripidi si ricorre invece ai ciglioni, terrazzamenti trasversali privi di muretti a secco, sostenuti dalla sola sistemazione del terreno. Realizzare un impianto con questa sistemazione comporta un costo importante, compreso tra 90.000 e 110,000€/ha, ai quali si aggiunge un ulteriore aggravio economico dovuto all’impegnativa manutenzione. È importante sottolineare che la scarpata non deve mai essere diserbata, perché la copertura erbacea garantisce la tenuta del versante.
Il conferimento e il pagamento delle uve
La Crotta di Vegneron stabilisce un prezzo base medio per le uve intorno ai 3€/kg+IVA. Alcune varietà vengono remunerate maggiormente, ad esempio il pinot grigio destinato alla malvoisie de nus, che difficilmente supera il chilogrammo per metro quadrato di produzione. Al contrario, altri vitigni, storicamente meno richiesti dal mercato, sono pagati leggermente meno, ad esempio gamay e müller thurgau. Nell’ultima annata, comunque, anche queste uve hanno raggiunto 2,70€/kg+IVA.
Le tre fasce altimetriche
Il sistema di pagamento prevede, inoltre, tre fasce prezzo in relazione ad altrettante fasce altimetriche.
Per ciascuna fascia viene calcolato un grado babo medio di riferimento rispetto al quale decidere il prezzo al chilogrammo, così da non penalizzare sistematicamente i conferenti delle posizioni più basse. Lo stesso principio si applica alle uve destinate al rosato di syrah, vendemmiate prima di quelle riservate alla versione classica. Chi produce uve da appassimento riceve un’integrazione, perché deve selezionare grappoli perfetti, tagliarli in anticipo e disporli in cassetta, con un carico di lavoro superiore. Le partite non conformi vengono respinte, poiché uve mal condotte penalizzerebbero anche chi ha lavorato correttamente.
Il lavoro in cantina
Nella fase pre-vendemmiale i campionamenti nei vigneti sono costanti e servono a verificare qualità e stato di maturazione parcella per parcella. All’arrivo in cantina le uve sono analizzate per individuare le caratteristiche che, pur all’interno dello stesso vitigno, le rendono adatte a tipologie diverse. Questa selezione preventiva sostituisce in buona parte l’intervento correttivo successivo. L’obiettivo dichiarato consiste nel portare in bottiglia il corredo aromatico e gustativo già presente nell’uva, riducendo al minimo l’incidenza delle tecniche enologiche.
L’anidride solforosa non viene utilizzata in vinificazione ed è ridotta al minimo lungo tutto il percorso di affinamento. I valori finali si collocano ampiamente sotto i limiti di legge. La struttura produttiva si articola, se possibile, su due versioni per ciascun vino. Accanto alla referenza standard esiste una selezione più strutturata, ottenuta dalle uve dei vigneti e dei conferenti che garantiscono i grappoli di maggior qualità.
L’affinamento nelle miniere di Cogne
Le miniere di Cogne (2.000 – 2.400m s.l.m circa) sono documentate sin dal 1432. Lo sfruttamento riguardò dapprima argento e piombo, poi il ferro e infine la magnetite, fino alla chiusura del 1979. L’amministrazione comunale ne acquisì la proprietà per un solo euro e dal 2017 una parte dei cunicoli è visitabile, con l’accesso al pubblico affidato a una cooperativa. In questo contesto, ad alcune cantine del territorio, tra cui La Crotta di Vegneron, venne proposto di organizzarvi visite.
Fumin e chambave muscat
È, così, nata la scelta di far riposare per dodici mesi in una galleria alcune bottiglie di fumin e di chambave muscat. Il confronto con le stesse partite conservate nel magazzino climatizzato ha evidenziato differenze organolettiche marcate. Le analisi chimiche e aromatiche hanno restituito scarti minimi, insufficienti a spiegare il fenomeno ad eccezione delle concentrazioni di CO2, inferiori di quasi il 70%.
I vini coinvolti in questo interessante progetto saranno raccontati un un nuovo imminente articolo dedicato agli affinamenti alternativi e corredato da due interviste a Luca Rettondini (enologo de Le Macchiole) e ad Andrea Costa, enologo de La Crotta di Vegneron.
Il ruolo dell’anidride carbonica
Le differenze sensoriali rilevate derivano, pertanto, dal ruolo dell’anidride carbonica. Al naso, essa veicola i composti volatili e li allontana rapidamente dal bicchiere mentre, in bocca, produce un effetto asciugante che verticalizza la percezione. La sua diminuzione allarga quindi il vino al palato e ne amplia il ventaglio dei descrittori percepibili.
Rese e induzione a fiore
Alcune varietà faticano a raggiungere la resa minima prevista dal Disciplinare. Il problema riguarda il pinot grigio della malvoisie de Nus e, soprattutto, il fumin, che non presenta una fertilità elevata. Il personale de La Crotta di Vegneron ha osservato che la produttività sembra dipendere dalla luminosità del mese di maggio dell’anno precedente, quando avviene l’induzione a fiore delle gemme. Una primavera piovosa riduce quindi il numero di grappoli della vendemmia successiva. Il 2025 ha dato raccolti scarsissimi dopo un maggio 2024 particolarmente perturbato, mentre l’annata seguente si è presentata più generosa.
La sostenibilità certificata
La Crotta di Vegneron è l’unica cantina valdostana certificata Equalitas e pubblica ogni anno un bilancio di sostenibilità sottoposto a verifica. Lo standard, di natura volontaria e nato in Italia per il settore vitivinicolo, valuta l’intera filiera dal vigneto alla bottiglia su tre pilastri – ovvero ambientale, sociale ed economico – e richiede misurazioni oggettive come l’impronta di carbonio e quella idrica. Alla base della società figurano Federdoc, CSQA, Valoritalia e Fondazione Gambero Rosso.
Il confezionamento
La sostenibilità ambientale
Alcune scelte riguardano direttamente il confezionamento. Il peso delle bottiglie è stato ridotto sotto i quattrocentocinquanta grammi per la maggior parte della produzione, poiché il vetro incide in misura rilevante sull’impronta di carbonio, mentre lo sfuso è stato abbandonato a favore del bag in box, soluzione riciclabile che protegge meglio il prodotto e grava meno sull’ambiente. Un impianto fotovoltaico da 50kW copre il fabbisogno della nuova struttura e alimenta una comunità energetica che ridistribuisce le eccedenze tra i soci.
La sostenibilità sociale
La dimensione sociale è altrettanto esplicita. La presenza della cooperativa ha impedito la scomparsa del tessuto viticolo locale e ha permesso a molti anziani di trasmettere il proprio lavoro a figli e nipoti. I dipendenti provengono dalla zona e non hanno dovuto emigrare, mentre alcuni conferenti, che non sono di origine valdostana, si sono integrati nella compagine. Sul piano economico l’obiettivo resta valorizzare i vini per remunerare meglio le uve.
La Crotta di Vegneron e i suoi vini
Le righe che seguiranno contengono il racconto delle tecniche di vigna e di cantina, seguite dalle mie note di degustazione, dei vini aziendali che ho avuto il piacere di assaggiare il giorno 23 luglio 2026 nel corso della mia visita a La Crotta di Vegneron in compagnia del Presidente – Alessandro Neyroz – e dell’enologo Andrea Costa ai quali vanno i miei più sentiti ringraziamenti e complimenti par la loro squisita ospitalità e per l’eccellente lavoro svolto in questi anni.
Valle d’Aosta DOC Pinot gris – 2025
Vigneto e sua conduzione
I vigneti si trovano nei comuni di Fénis e Nus, tra 550 e 650 metri di quota, con esposizioni sud-est, sud-ovest e nord-est. La parte prevalente delle uve arriva dal versante della vallata rivolto a nord-est. Il suolo è morenico, sciolto e sabbioso, su pendii ripidi. L’impianto è dedicato interamente al pinot grigio, con densità comprese tra 6.500 e 8.000 ceppi per ettaro e allevamento a guyot. La resa si mantiene a 6.500 chilogrammi per ettaro. La vendemmia è precoce e si colloca tra l’ultima decade di agosto e la prima decade di settembre.
Pratiche di cantina
La fermentazione alcolica si svolge in acciaio a 12-16 °C. Seguono tre mesi di affinamento nello stesso materiale, con il vino conservato sulle fecce di fermentazione e numerosi bâtonnage. Il percorso si completa con 12 mesi di riposo in vetro.
La degustazione
Paglierino intenso, illuminato da riflessi dorati e brillanti. Il naso arriva fine e insieme intenso, con albicocca, fiori di acacia, pera e miele millefiori; la maggiorana chiude il quadro con profumi ben evidenti.
La bocca è ricca, morbida e avvolgente, sorretta da freschezza e sapidità. Lunga la persistenza.
Valle d’Aosta DOC Nus Malvoisie – 2024
Vigneto e sua conduzione
I vigneti si distribuiscono nei comuni di Nus, Fénis e Quart, tra 450 e 680 metri di quota, con esposizioni sud-est, sud-ovest e nord-est. Il suolo è morenico, sciolto e sabbioso, su versanti in forte pendenza. Il vitigno è la malvoisie, nome riservato al pinot grigio coltivato nel comprensorio di Nus. La densità raggiunge 6.500 ceppi per ettaro con allevamento a guyot e la resa si mantiene contenuta a 6.200 chilogrammi per ettaro. La vendemmia si colloca a metà settembre.
Pratiche di cantina
La fermentazione si svolge in acciaio a 14 °C; il 20% della massa ha fermentato in tonneau esausti. Seguono sei mesi di affinamento sempre in tonneau esausti, con il vino conservato sulle fecce fini di fermentazione e frequenti bâtonnage.
La degustazione
Il colore si fa leggermente più intenso rispetto al vino precedente. Il naso è molto elegante e mostra una complessità più che buona.
La pesca gialla matura si affianca a una piacevole sensazione fumée e a un’evidente verticalità balsamica. Arricchiscono l’insieme lo zucchero vanigliato, i fiori di magnolia, il mandarino e le erbe provenzali.
Il palato è molto morbido, di ottimo corpo, fresco e sapido. La persistenza è lunga e il sorso di grande piacevolezza.
Valle d’Aosta DOC Petite Arvine – 2025
Vigneto e sua conduzione
I vigneti si trovano nei comuni di Chambave, Chatillon e nella nuova vigna a Verreyes., sulla sinistra orografica della Dora Baltea, con esposizione sud-est. Il suolo è di origine morenica, sciolto e sabbioso. L’impianto è dedicato interamente alla petite arvine, con una densità di 6.500 ceppi per ettaro e allevamento a guyot. La resa si attesta su 8.500 chilogrammi per ettaro. La raccolta cade tra l’ultima decade di settembre e i primi giorni di ottobre, in coerenza con la maturazione tardiva del vitigno.
Pratiche di cantina
Le uve affrontano una macerazione pre-fermentativa di 24-36 ore. La fermentazione avviene per il 70% della massa in vasche d’acciaio con controllo della temperatura mentre il restante 30% fermenta in tonneau usati. L’affinamento prosegue interamente in acciaio, mantenendo il vino sulle fecce di fermentazione con frequenti bâtonnage.
La degustazione
Il paglierino intenso e brillante, impreziosito dai riflessi dorati, anticipa un quadro olfattivo molto fine e dolce: pesca bianca, zucchero vanigliato, mandarino e fiori d’acacia; completa il tutto una sfumatura di frutta tropicale, ben riconducibile alla banana.
Il sorso è molto ampio, ricco e avvolgente, e colpisce per morbidezza e ottimo corpo. Questa petite arvine trova equilibrio nella vivida freschezza e nella netta sapidità. Lunga la persistenza, molto piacevole la chiusa amaricante.
Attente – Valle d’Aosta DOC Chambave Muscat – 2021
Vigneto e sua conduzione
I vigneti sono siti nei comuni di Chambave e Saint-Denis, in sinistra orografica, con esposizioni sud-est e sud-ovest. Il suolo morenico, sciolto e sabbioso, disegna versanti in forte pendenza. L’impianto è interamente a muscat blanc à petits grains, con 6.500 ceppi per ettaro e forme di allevamento a guyot, alberello e cordone speronato. La resa raggiunge 8.500 chilogrammi per ettaro. La vendemmia si colloca tra l’ultima decade di settembre e i primi giorni di ottobre ed è preceduta da un’attenta cernita delle uve.
Pratiche di cantina
La macerazione pre-fermentativa dura 24-36 ore. La fermentazione avviene in vasche d’acciaio con controllo della temperatura, condotta da lieviti selezionati autoctoni. L’affinamento si divide tra acciaio e legno grande, mantenendo il vino sulle fecce fini con ripetuti bâtonnage.
La degustazione
Il suo dorato brillante introduce un quadro olfattivo di grandissima finezza, con albicocca, vaniglia, mandarino e salvia sclarea, frammisti a miele di castagno, marzapane, rosa bianca passita e fiori di zagara.
Al palato è ampio, ricco, molto morbido e di corpo, con un equilibrio compiuto che nasce dalla vivida freschezza e dalla spiccata sapidità. Molto lunga la persistenza.
Nel complesso la beva è imponente ma non stucchevole, di grande ricchezza ed equilibrio.
Quatre Vignoble – Valle d’Aosta DOC Chambave Supérieur – 2022
Vigneto e sua conduzione
I vigneti si collocano a Chambave, Châtillon e Verrayes intorno ai 500 metri, con esposizioni sud-est e sud-ovest su suoli morenici, sciolti e sabbiosi, in media pendenza. Il vino nasce da quattro appezzamenti dalle caratteristiche distinte, condotti con norme agronomiche mirate a ottenere un profilo elegante e longevo. L’uvaggio è costituito da 70% di petit rouge e 30% di syrah. La densità raggiunge 8.000 ceppi per ettaro con allevamento a guyot e resa di 6.500 chilogrammi per ettaro. La raccolta avviene a metà ottobre.
Pratiche di cantina
La fermentazione si svolge in acciaio a 28 °C, con macerazione di 20 giorni e frequenti rimontaggi. Seguono 12 mesi di affinamento tra acciaio e tonneau e ulteriori 5 mesi di riposo in vetro.
La degustazione
Rubino trasparente, con un naso fine e di buona intensità. Emergono marasca e arancia sanguinella, insieme a una sfumatura di funghi secchi, e li accompagnano piacevoli sentori di pot-pourri di fiori rossi, chinotto, erbe amare alpine, bacche di mirto e ginepro.
Al palato è morbido e di buon corpo. I tannini sono dolci e risolti, la freschezza tesa e integrata, la sapidità piacevolmente marcata.
La beva è snella, molto gradevole, di compiuto equilibrio. Lunga la persistenza.
Crème – Valle d’Aosta DOC Syrah – 2020
Vigneto e sua conduzione
I vigneti si trovano nei comuni di Nus, Quart, Saint-Denis, Chambave e Châtillon, tra 450 e 550 metri, con esposizioni sud-est e sud-ovest sui pendii rivolti a mezzogiorno. Il suolo è morenico, sciolto e sabbioso, in forte pendenza. Il syrah costituisce l’intero impianto, con densità comprese tra 6.500 e 8.000 ceppi per ettaro e allevamento a guyot. La resa si ferma a 6.000 chilogrammi per ettaro. La vendemmia cade a metà ottobre e prevede una selezione in campo che privilegia i vigneti più vecchi.
Pratiche di cantina
La fermentazione si svolge in acciaio a 25 °C, con una macerazione sulle bucce di 20 giorni. L’affinamento avviene in legno, tra barrique e tonneau, con permanenza sur lies di almeno 12 mesi.
La degustazione
Nel calice il rubino è intenso e dal bicchiere emerge un ventaglio di profumi molto giovanili. Spiccano subito marasca e ribes rosso, affiancati dalla nota floreale della violetta e da quella speziata del pepe nero; in chiusura arrivano i primi sentori terziari, ben riconducibili al cuoio.
Il sorso è molto elegante, morbido, di corpo e piacevolmente tannico, con tannini di eccellente fattura.
Tesa la freschezza, spiccata la sapidità. La persistenza è lunga e la beva di piena soddisfazione.
Prieuré – Valle d’Aosta DOC Chambave Moscato Passito – 2022
Vigneto e sua conduzione
Le uve provengono dai comuni di Chambave, Saint-Denis, Châtillon e Verrayes, tra 450 e 680 metri, con esposizioni sud-est, sud-ovest e nord-est. Il suolo morenico, sciolto e sabbioso, caratterizza pendii ripidi. Il moscato bianco occupa la totalità degli impianti, con densità comprese tra 6.500 e 8.000 ceppi per ettaro e forme di allevamento a guyot, alberello e cordone speronato. La resa arriva a 7.600 chilogrammi per ettaro. La raccolta è scalata in funzione dell’altimetria, dal 20 settembre al 5 ottobre, e seleziona i grappoli migliori per maturazione e integrità della buccia.
Pratiche di cantina
L’appassimento si svolge in piccole cassette, in ambiente protetto e arieggiato, per 60-70 giorni. In cantina il vino affronta una macerazione pellicolare pre-fermentativa a freddo di 36-48 ore e una fermentazione in acciaio a 16 °C protratta per circa 30 giorni. L’affinamento dura 12 mesi in acciaio, sulle fecce fini con frequenti bâtonnage. Il riposo si prolunga fino al Natale dell’anno successivo alla vendemmia.
La degustazione
Dorato intenso e brillante.
Il naso si presenta di grande intensità e finezza, con albicocca disidratata, zenzero e uvetta passita, oltre a cedro candito e fiori di ginestra.
In bocca, è ricco e rotondo e colpisce per estremo l’equilibrio e per le grandi freschezza e sapidità. Molto lunga la persistenza.
La Griffe des Lions – Valle d’Aosta DOC Fumin – 2018
Vigneto e sua conduzione
Il vigneto si trova nel comprensorio di Nus, con esposizione a sud e una pendenza media del 30%. Il suolo è sabbioso e ciottoloso, di origine morenica. L’impianto è dedicato al fumin, con una densità elevata di 8.300 piante per ettaro e allevamento a guyot. La selezione parcellare che sta alla base del progetto limita la produzione annuale a 2.000 litri.
Pratiche di cantina
La vinificazione avviene in acciaio, con tre mesi di macerazione a cappello sommerso. Dopo la fermentazione, l’affinamento si completa, per un periodo di 18 mesi, in botte ovale da 20 ettolitri, realizzata con legno di provenienza austriaca.
La degustazione
Il rubino impenetrabile e di grande luce prepara a un naso fine e di buona complessità, dove spiccano durone di Vignola e mirtillo nero, affiancati da china calissaia ed erbe alpine, oltre che da sensazioni di fiori di iris e cuoio.
La bocca è di grande morbidezza e corpo. I tannini sono molto belli, pur se ancora nervosi. Spiccate la sapidità e la freschezza. Lunga la persistenza.
Contatti
La Crotta di Vegneron Cooperativa Agricola
Via Circonvallazione 3
11023, Chambave (AO)
info@lacrotta.it