• Sab 13 Lug 2024

Il vino attraverso una donna: intervista a Ottavia Vistarino

L’Azienda Vistarino (Rocca de’ Giorgi – PV) ha da sempre condiviso il proprio cammino con la grande spumantistica italiana e con un vitigno – il pinot nero – indissolubilmente legato ai grandi spumanti metodo classico, uno fra tutto lo champagne. L’ingresso di questa storica cantina nel terzo millennio è coinciso con l’arrivo al timone aziendale di Ottavia Vistarino che, forte di solida preparazione tecnica e di una fiducia incrollabile sulle potenzialità delle proprie uve, ha iniziato un’operazione di rilancio della cantina di famiglia ottenendo ottimi risultati grazie alla scelta di puntare sulla qualità e sulla vinificazione in Azienda delle uve.

Ho avuto modo di incontrare recentemente Ottavia e di porle alcune domande sul suo modo di intendere il mondo del vino: ecco di seguito le sue risposte.

Gent.ma Sig.ra Ottavia, iniziamo con una domanda forse non troppo originale ma, ritengo, sempre importante: come vede il ruolo delle donne come manager ed enologhe nel mondo del vino? Nel corso della sua attività ha trovato forti resistenze dal parte dei colleghi uomini?

Nel mondo del vino sicuramente c’è spazio per le donne perché il lavoro non è più meramente agricolo bensì manageriale. L’area commerciale è diventata sempre più importante quindi ospitalità, eventi, packaging e cura del cliente sono temi molto ben seguiti dal mondo femminile. L’enologia è una scienza quindi può essere studiata e applicata da una donna tanto quanto da un uomo, come la biologia, la chimica o la medicina per fare un esempio.

L’Azienda Vistarino ha contribuito alla fare la storia della spumantistica italiana: quali sono, a suo avviso, le strade che il metodo classico italiano deve percorrere per opporsi allo strapotere francese nei mercati internazionali?

Lo champagne ha una storia di lunghissima data e un marchio che non sarà mai battibile, bisogna quindi lasciar perdere il confronto e trovare una propria strada. Se ci fosse una politica di territorio che raggruppasse le aziende sotto un unico cappello (vedi Cava) sarebbe più semplice comunicare un prodotto. In mancanza di questa, ogni azienda deve lavorare sulla qualità più alta possibile per avere anche la metà dell’attenzione che, uno champagne di media qualità, ha da parte del consumatore.

Rimanendo sempre in ambito commerciale, affrontiamo un argomento assai spinoso: l’Oltrepò pavese, patria delle migliori uve pinot nero per base spumante d’Italia, continua a trovare grandi difficoltà ad affermarsi nel nostro Paese come terzo polo per le bollicine di qualità. Quali, a suo avviso, le cause e quali le possibili soluzioni?

In Oltrepò manca la cultura enologica, non basta infatti avere un’uva di buona qualità occorre saperla vinificare e capire quando un vino non è all’altezza per uscire sul mercato. La mediocrità poteva trovare spazio negli anni ‘70, ’80, oggi devi essere eccellente per farti notare. Manca la mentalità imprenditoriale quella per cui ragioni sul lungo periodo.

Parliamo ora della Sua azienda: potrebbe delinearne le storia e la filosofia per chi non ha già avuto l’occasione di conoscervi? Ritengo, infatti, interessante sentire, a riguardo, anche il punto di vista di chi ogni giorno lavora per affermare un’idea di vino in continuità con le tradizioni aziendali e del territorio.

La storia della mia azienda inizia secoli fa, ma soltanto con il mio arrivo, nel 2001, abbiamo cominciato a costruire una nuova storia del marchio. Storicamente la Conte Vistarino produceva la migliore base spumante per le cantine italiane e per non fare concorrenza ai suoi preziosi clienti, negli anni 60 ha smesso di commercializzare le sue bottiglie.

Considerato il ricco patrimonio viticolo (200 ha di vigneto), la nostra filosofia si basa sulla valorizzazione della vigna. Partendo dall’impianto del vigneto si progetta un vino in bottiglia che deve rappresentare l’azienda e chi la conduce. Abbiamo deciso di puntare su vini di alta gamma che implicano grandi investimenti in cantina e in risorse umane con un ritorno di lungo periodo. Sono convinta che solo la qualità costituisca la base solida per un buon marchio e per la lunga vita di un’azienda.

Rocca de’ Giorgi è un comune con una fortissima vocazione vitivinicola soprattutto per quanto riguarda il pinot nero. La Vostra Azienda produce, però, un’ampia vasta di vini con altre uve di proprietà: quali crede siano i prodotti su cui puntare, oltre ovviamente, al già citato pinot nero?

Credo che siano il Riesling e la Croatina. La prima uva produce vini con caratteristiche organolettiche eccezionali per un vino bianco ma ritengo che, commercialmente, non vada proposto come vitigno bensì come uva impiegata per produrre un bianco di territorio. Come con lo champagne, il confronto con i riesling tedeschi o alsaziani è insostenibile si tratta di vini diversi quindi basterebbe dare al vino un nome di territorio e produrlo con il riesling.

La croatina è un’uva autoctona adatta a vini da invecchiamento. Il grande vino rosso dell’Oltrepò dovrebbe essere a base di croatina e presentarsi sul mercato almeno tre anni dopo la vendemmia.

Dal 97 proviamo a fare dei blend con la croatina che ci hanno dato risultati sorprendenti. Ancora oggi possiamo bere una croatina del 2005 e trovarla perfetta.

Piccoli e grandi produttori: due realtà spesso distanti. Secondo Lei questa contrapposizione è reale o è possibile una vicendevole collaborazione nell’interesse di ciascuno e del territorio?

Non è la dimensione dell’azienda che conta ma la strategia che la guida. Piccoli e grandi possono collaborare se gli obiettivi sono gli stessi. Tanti casi in Italia e nel mondo lo dimostrano. Il piccolo può rimanere meramente agricoltore, fuori dal mercato esattamente come uno grande e quindi non crescere.

A suo avviso, la recente riscoperta degli autoctoni sarà una risorsa per il vino italiano oppure rischia di tagliarci fuori dal mercato internazionale?

Sono sempre stata convinta che gli autoctoni siano la forza del vino italiano. Sta poi a noi produttori vinificarli secondo le regole internazionali o eventualmente tagliarli in minima percentuale con i vitigni del mondo per renderli più “bevibili”. Tutto il pianeta produce vino, per differenziarci bisogna puntare su qualche cosa che abbiamo solo noi: differenti vini per differenti regioni, gastronomia, storia, arte e paesaggio.

La ristorazione può svolgere un ruolo determinante nel successo di un vino o di un marchio. In Italia, quest’ultima le sembra sufficientemente preparata ed attenta nel promuovere i nostri vini?

Penso assolutamente che non lo sia. A Mendoza, in Argentina, tutto parla di vino, ristoranti, enoteche, alberghi, negozi di ogni genere, turismo, hanno copiato dai francesi. Da noi, è il cliente che sceglie il vino spesso da carte incomplete o costruite tutte uguali sulla base dei marchi che si vendono da soli. Raramente una regione esalta i vini del suo territorio o un ristoratore ha una buona cultura enologica. Ci sono rari casi in cui c’è una grandissima attenzione sul vino e l’uomo di sala propone al suo cliente che cosa bere. Questi ultimi sono casi di successo.

Le Guide, croce e delizia di produttori e consumatori, sono diventate un attore fondamentale nel mercato del vino: ritiene questo un bene oppure pensa che il loro ruolo sia andato oltre a quanto auspicabile?

Ritengo che sia un buon metodo per stimolare il produttore a fare meglio, ma ritengo anche che, come in tutte le cose, ci voglia trasparenza e serietà nel rispetto delle aziende che lavorano bene.

Read Previous

Mantieni la calma con il tè del pomeriggio

Read Next

Dove tradizione ed innovazione s’incontrano, il Ristorante Belvedere 1919