Allevamento della vite: antichi saperi e nuove conoscenze
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Augusto Gentilli
- Ven 04 Set 2026
- 20 minute read
Riassunto
Allevamento della vite significa progettare la disposizione di tronco, legno fruttifero, germogli e grappoli per governare luce, ventilazione, equilibrio vegeto-produttivo, sanità e costi. Guyot e cordone speronato rispondono a differenti livelli di fertilità basale; pergola, tendone e alberello mantengono funzioni specifiche; GDC, lyre e sistemi a Y possono distribuire meglio vigorie elevate. La scelta efficace integra vitigno, portainnesto, suolo, disponibilità idrica, clima, manodopera e meccanizzazione, con verifiche pluriennali in parcella.
Summary
Vine training involves planning the arrangement of the trunk, fruiting wood, shoots and bunches in order to manage light and ventilation, achieve a balance between vegetative growth and productivity, maintain plant health, and control costs. The Guyot and spurred cordon systems are suited to different levels of basal fertility, while the pergola, arbour and sapling systems each serve specific functions. The GDC, lyre and Y systems, meanwhile, are better suited to managing high vigour. An effective choice takes into account grape variety, rootstock, soil, water availability, climate, labour and mechanisation, and is based on multi-year trials on the plot.
Obiettivi dell’allevamento della vite
I sistemi di allevamento della vite organizzano tronco, legno fruttifero, germogli e grappoli nello spazio del vigneto. Perciò influenzano luce, ventilazione, equilibrio vegeto-produttivo, costi e possibilità di meccanizzare. Nessuna forma risulta migliore in assoluto. La scelta deve integrare vitigno, portainnesto, vigoria, fertilità delle gemme, suolo, acqua, clima, pendenza, pressione sanitaria e obiettivo commerciale.[1] [2]
La forma modifica il microclima, ma non sostituisce potatura, irrigazione, nutrizione, difesa e gestione verde. Inoltre, negli studi cambiano spesso insieme struttura, carico di gemme, densità e annata. Di conseguenza, un confronto corretto separa l’effetto dell’architettura da quello della gestione. Le indicazioni varietali sono quindi orientamenti da verificare in ogni parcella.[1] [9]
Principi agronomici dell’allevamento della vite
Equilibrio, luce e microclima
Una struttura efficace distribuisce i nodi fruttiferi e mantiene foglie sane esposte alla luce. Inoltre, deve rendere accessibili grappoli, fili e corridoi di lavoro. L’obiettivo non consiste nel massimizzare la vegetazione o la resa. Piuttosto, consiste nel far maturare uva e legno senza esaurire le riserve della pianta.[1] [3]
La forma influenza area fogliare, luce nella zona di rinnovo, temperatura dei grappoli, umidità e traspirazione. Tuttavia, più sole non significa sempre più qualità. Nei climi caldi, una copertura fogliare moderata può limitare disidratazione e scottature. Al contrario, una chioma densa può prolungare la bagnatura e complicare la protezione fitosanitaria nei climi umidi.[1] [5]
L’allevamento della vite tra potatura e fertilità delle gemme
Con la potatura a tralcio si conservano ogni anno uno o più tralci annuali con numerose gemme. La soluzione a sperone mantiene invece cordoni permanenti e speroni corti. Essa risulta utile quando la fertilità delle gemme basali è insufficiente o incostante. La potatura corta funziona bene quando le gemme prossimali fruttificano con regolarità.[3] [4]
La fertilità non dipende soltanto dal vitigno. Ombreggiamento, vigoria, temperatura, carico, nutrizione e danni climatici la modificano. Perciò si dovrebbero osservare più annate e misurare la fruttificazione locale prima di decidere la forma. Questa verifica evita di attribuire alla genetica problemi causati da suolo o gestione.[3] [4]
Vigoria, portamento e suolo
Il portamento dei germogli orienta il telaio più efficiente. Germogli eretti facilitano una parete verticale ordinata. Quelli ricadenti possono adattarsi a fili alti, cortine pendenti o GDC. Tuttavia, il portamento cambia anche con portainnesto, acqua, azoto e carico produttivo.[2] [9]
Suoli profondi, freschi o molto fertili possono produrre chiome troppo dense per una parete semplice. In questi casi, una chioma divisa può distribuire meglio la vegetazione. Al contrario, una vite su terreno poco profondo o siccitoso potrebbe non riempire una struttura ampia. Il sistema deve quindi essere proporzionato alla vigoria reale, non a quella presunta.[2] [3]
Quadro comparativo dei sistemi di allevamento della vite
Allevamento della vite: forme a parete semplice
Guyot semplice e doppio
Il guyot rinnova annualmente il legno fruttifero da una testa o da un breve tronco. Nel guyot semplice si conserva un tralcio fruttifero e uno sperone di rinnovo. La versione doppia dispone due tralci sui lati opposti del filare. I germogli vengono spesso posizionati verticalmente, formando una parete stretta e ordinata.[3] [4]
Il sistema consente di scegliere ogni inverno legno ben maturato e di regolare il carico con precisione, ben adattandosi ai vigneti dove le gemme basali non garantiscono fertilità sufficiente. Inoltre, il doppio guyot può distribuire più punti fruttiferi nei siti con vigoria superiore; su piante deboli, però, può disperdere le risorse.[1] [3]
I vantaggi riguardano rinnovamento, adattabilità e chiarezza della zona produttiva. Tuttavia, selezione, piegatura e legatura dei tralci richiedono competenza e manodopera. Anche la meccanizzazione della potatura risulta meno lineare rispetto al cordone speronato. Una disposizione precisa dei fili riduce, ma non elimina, questi costi.[2] [3]
Cordone speronato o royat
Il cordone speronato mantiene un tronco e uno o due cordoni permanenti sul filo di produzione. Ogni inverno conserva speroni corti e ben distribuiti. La forma viene spesso associata a pareti verticali, ma può sostenere anche altre configurazioni. Il termine royat indica una configurazione storica della stessa logica di potatura corta.[3] [4]
Il sistema richiede fertilità affidabile delle gemme prossimali nella combinazione vitigno-sito. Quando questa condizione esiste, elimina la legatura annuale dei tralci e facilita prepotatura, cimatura e raccolta meccanica. Tuttavia, le ferite si accumulano sul legno permanente. Zone spoglie, speroni allontanati e malattie del legno richiedono rinnovo programmato.[2] [3]
Il cordone non risolve automaticamente una chioma troppo fitta. In vigneti vigorosi servono controllo del vigore, densità equilibrata e gestione dei germogli. Al contrario, in vigneti deboli un carico troppo basso può stimolare pochi germogli eccessivamente vigorosi. Il numero di gemme va quindi adattato alla capacità della vite.[1] [3]
Capovolto, sylvoz e casarsa
Il capovolto
Il capovolto conserva un tralcio fruttifero lungo, curvato verso il basso, mentre la zona di rinnovo resta vicina al ceppo. La curvatura attenua il predominio delle gemme terminali e mira a rendere più uniforme il germogliamento. Questa soluzione richiede tralci flessibili e legature accurate. Inoltre, una curvatura eccessiva può ostacolare la continuità dei tessuti.[3]
Lo sylvoz
Lo sylvoz combina un cordone permanente alto con capi a frutto annuali e lunghi, piegati verso il basso. La forma sfrutta la potatura lunga e sviluppa la produzione sotto il cordone. Secondo la tradizione tecnica italiana, si associa a vigneti vigorosi e fertili. Tuttavia, il valore agronomico dipende dalla capacità di mantenere luce e aria nella chioma pendente.[1] [13]
Il casarsa
Il casarsa appartiene alla stessa famiglia e conserva cordone elevato e capi a frutto lunghi. Rispetto allo sylvoz, tende a lasciare più liberi i tralci fruttiferi. Poiché la configurazione varia localmente, l’impianto deve definire con precisione fili, capi, rinnovo e meccanizzazione. La letteratura sperimentale internazionale offre pochi confronti diretti, quindi sono prudenti prove aziendali pluriennali.[13]
Sylvoz e casarsa possono ampliare il legno fruttifero e utilizzare vigorie importanti. Per contro, richiedono potatori esperti e controllo della densità. Se i tralci si sovrappongono, diminuiscono ventilazione, uniformità di maturazione e precisione dei trattamenti. La loro adozione richiede quindi spazio, manodopera e dati locali, non solo tradizione.[1] [7]
Allevamento della vite: le forme espanse e a tronco basso
Pergola
La pergola trentina dispone vegetazione e tralci su un piano inclinato sostenuto da pali e fili. Esistono configurazioni semplici e doppie, con differenti volumi di chioma e accessibilità. Questa architettura può proteggere i grappoli dall’irraggiamento diretto e utilizzare vigorie significative. L’effetto favorevole dipende però da superfici fogliari separate e non da un’ombra continua.[5] [13]
I punti di forza di questo metodo di allevamento della vite includono ampia superficie vegetativa, copertura dei grappoli e adattamento a contesti tradizionali. Di contro, il telaio costa più di una spalliera e molte operazioni avvengono in altezza. Anche i trattamenti richiedono macchine e regolazioni coerenti con la geometria della copertura. Una pergola chiusa può creare umidità stagnante e rallentare l’asciugatura.[9] [13]
Il tendone
Il tendone costruisce un tetto vegetativo orizzontale o quasi orizzontale, con grappoli pendenti sotto la vegetazione. Si impiega soprattutto per uve da tavola, dove protezione, resa e uso di coperture assumono grande rilievo. Questa forma crea molto spazio produttivo, ma rende complessa l’uniformità della chioma. Inoltre, la gestione differisce nettamente da quella di una parete verticale.[14]
Il tetto vegetativo può attenuare la radiazione diretta e sostenere produzioni elevate. Tuttavia, ventilazione e deposizione degli agrofarmaci richiedono particolare attenzione. Studi pugliesi dimostrano che struttura della chioma e regolazione dell’irroratrice condizionano i profili di distribuzione del trattamento. L’investimento va quindi valutato insieme a mercato, manodopera e dotazione tecnica.[14] [15]
Alberello e forme mediterranee
L’alberello mantiene un ceppo basso con branche o speroni corti e, spesso, senza spalliera continua. Si adatta a parcelle piccole, pendii, vento e condizioni dove le macchine lavorano con difficoltà. Riduce il bisogno di grandi sostegni, ma aumenta il lavoro manuale. Le forme mediterranee non sono tutte equivalenti e presentano varianti locali importanti.[16]
L’alberello non garantisce automaticamente minore stress idrico o qualità superiore. Densità, disponibilità d’acqua, suolo, potatura e copertura dei grappoli restano decisivi. La kouloura di Santorini, diversa dall’alberello classico, ha protetto assyrtiko da caldo e vento nel contesto semi-arido studiato. Questo risultato non dimostra la superiorità generale delle forme compatte.[10]
Il riconoscimento UNESCO dell’alberello di Pantelleria tutela una pratica agricola e culturale. Non costituisce una prova comparativa di superiorità agronomica. In quel caso le piante crescono in conche che riducono l’esposizione al vento. Di conseguenza, il valore territoriale non autorizza trasferimenti automatici in altri ambienti.[16]
Allevamento della vite: le forme a chioma divisa
Principio della divisione
Le chiome divise includono metodi di allevamento della vite nei quali la vegetazione è separata in due cortine orizzontali o verticali. Il loro obiettivo consiste nel distribuire la superficie fogliare di viti vigorose e ridurre la sovrapposizione delle foglie. Inoltre, possono aumentare la superficie produttiva per ettaro senza comprimere tutto il volume in una parete unica. Il vantaggio esiste soltanto se la separazione rimane effettiva durante la stagione.[1] [9]
Una vite debole non riempie due cortine e non giustifica il maggior costo del telaio. All’opposto, una vite vigorosa può annullare il beneficio se i germogli invadono lo spazio centrale. Perciò la scelta richiede misure di vigoria, distanze coerenti e interventi tempestivi. La chioma divisa è uno strumento di distribuzione, non una cura universale della vigoria.[2] [9]
Geneva double curtain
Il geneva double curtain, o GDC, divide orizzontalmente la chioma in due cortine pendenti sostenute da bracci trasversali. I cordoni occupano i lati del telaio e i germogli ricadono verso l’esterno. Si adatta soprattutto a viti vigorose e a portamenti ricadenti. La sua funzione è ampliare la cortina e migliorare la distribuzione della vegetazione.[6] [9]
In condizioni compatibili, il GDC può aumentare il cordone produttivo per ettaro e sostenere buona qualità senza comprimere la chioma. Tuttavia, le cortine devono restare separate. Se si chiudono verso l’interno, l’architettura perde luce e ventilazione. Inoltre, telaio, posizionamento e raccolta possono richiedere attrezzature specifiche.[6] [9]
Lyre e scott henry
La lyre, o lira, divide la chioma in due pareti inclinate a U o V. Può adattarsi meglio del GDC a vitigni con portamento prevalentemente eretto. La struttura cerca di combinare luce, ventilazione e distribuzione della vigoria. Tuttavia, richiede pali robusti, interfila adeguata e controllo costante dell’apertura.[6]
Lo scott henry divide invece verticalmente i germogli, guidandone una parte verso l’alto e una verso il basso. Può ridurre l’affollamento di una parete molto vigorosa senza ampliare troppo lo spazio laterale. In compenso aumenta complessità del telaio, operazioni di posizionamento e attenzione alla raccolta. La convenienza dipende dal costo del lavoro e dalle macchine disponibili.[6] [9]
Sistemi a Y
I sistemi di allevamento della vite a Y aprono la chioma su due piani inclinati e possono includere elementi mobili. L’obiettivo consiste nel combinare luce diffusa, protezione dal sole e circolazione dell’aria. Queste forme interessano soprattutto areali caldi, ma richiedono prove locali. L’architettura non può essere valutata senza considerare acqua, vigoria e carico.[9]
Nel deserto del Negev, SAYM a Y ha ridotto radiazione e calore nella zona dei grappoli rispetto al VSP su gewürztraminer. Lo studio ha anche registrato risultati produttivi e qualitativi migliori nelle condizioni osservate. Tuttavia, il SAYM ha ricevuto il60% di irrigazione in più. Perciò non è possibile attribuire l’intero effetto alla forma.[11]
Allevamento della vite: cordone alto, chioma libera e potatura minima
Il cordone alto colloca il legno permanente su un filo elevato e lascia i germogli liberi o ricadenti. Quando il portamento lo consente, riduce fili mobili e palizzamento. In aree calde può mantenere una protezione fogliare utile intorno ai grappoli. Tuttavia, una chioma libera richiede controllo della densità e non equivale a mancanza di gestione.[2] [9]
Potatura minima e semi-minimal pruning hedge
La potatura minima e il semi-minimal pruning hedge (SMPH) riducono gli interventi sul legno, ma producono architetture complesse. In un confronto tedesco, SMPH ha mostrato umidità interna superiore di 3% e temperatura media inferiore di 0,9°C rispetto al VSP. Ha inoltre evidenziato maggiore suscettibilità a peronospora e oidio in quel contesto. Il VSP ha invece mostrato maggiore botrite nello stesso studio.[8]
Questi risultati escludono una relazione semplice tra forma e sanità. La salute dipende da microclima, architettura del grappolo, varietà, difesa e annata. Perciò una forma libera richiede protocolli fitosanitari e rilievi adeguati. Il risparmio di potatura non deve essere valutato separatamente dal rischio produttivo e sanitario.[8] [9]
Allevamento della vite, vitigno e condizioni pedoclimatiche
Regole di compatibilità nell’allevamento della vite
La relazione più utile riguarda la fertilità delle gemme. Se le gemme basali fruttificano con continuità, il cordone speronato può essere efficiente. Quando la fertilità migliora sulle gemme distali, guyot, capovolto o altre forme a tralcio permettono di conservarle. Questa regola deve essere verificata localmente, poiché ombra e vigoria possono modificare il comportamento.[3] [4]
Il portamento completa la diagnosi. Germogli eretti facilitano VSP, lyre e pareti ordinate. Quelli ricadenti possono favorire cordone alto o GDC. Nessun vitigno “impone” una forma indipendentemente dall’ambiente. portainnesto, disponibilità idrica e vigoria possono modificare radicalmente la risposta.[2] [9]
Obiettivo produttivo e qualità dell’uva
La forma deve rispondere anche al tipo di uva e al livello produttivo desiderato. Uve da tavola richiedono spesso grappoli accessibili, protezione e uniformità commerciale; per questo il tendone trova un impiego specifico. Le uve da vino richiedono invece equilibrio tra maturazione tecnologica, acidità, composti fenolici e sanità. Nessuna forma garantisce da sola questi risultati, perché il carico e l’annata possono prevalere sull’effetto del telaio.[1] [14]
L’allevamento della vite: chiome espanse e chiome divise
Le chiome espanse o divise possono sostenere rese maggiori quando aumentano davvero la superficie fogliare efficace e mantengono luce diffusa. Tuttavia, una resa superiore non prova una migliore efficienza. Occorre verificare peso dei grappoli, composizione delle bacche, maturazione del legno e riserve dell’anno successivo. In alcuni confronti la qualità è rimasta simile fra forme correttamente gestite; in altri è cambiata insieme a microclima e carico.[1] [9]
Per le uve rosse, l’esposizione influenza anche gli antociani, ma un’eccessiva temperatura può limitarne sintesi e stabilità. Nelle uve bianche aromatiche, calore e radiazione possono modificare precursori e profilo sensoriale. La scelta dovrebbe quindi proteggere il grappolo dai danni senza creare ombreggiamento persistente. Questo equilibrio richiede una valutazione congiunta di forma, gestione verde e clima.[5] [7] [11]
Climi umidi
Nei vigneti umidi la priorità consiste nel favorire asciugatura, ventilazione e accesso ai trattamenti. Pareti verticali ben gestite possono agevolare queste operazioni. Una forma espansa o divisa può funzionare soltanto se conserva spazi effettivi fra vegetazione e grappoli. La struttura non sostituisce mai una strategia di difesa fondata sul rischio reale.[5] [7]
In una regione cinese umida, 4AK ha aumentato resa, umidità interna e malattie su cabernet sauvignon rispetto a SG e VSP. SG e VSP hanno mostrato inoltre più antociani totali rispetto a 4AK, con differenze fra annate. Il risultato riguarda quei sistemi, quel vitigno e quelle condizioni. Non consente quindi una classifica assoluta delle forme.[7]
Climi caldi e aridi
Nei climi caldi la priorità non consiste nel massimizzare l’esposizione. Occorre invece evitare radiazione eccessiva, scottature e maturazione troppo rapida. Forme che proteggono moderatamente la zona dei grappoli, riducono sfogliature drastiche o distribuiscono la chioma meritano attenzione. Tuttavia, disponibilità idrica, orientamento dei filari e gestione verde restano determinanti.[5] [9]
A Santorini, la kouloura ha mantenuto assyrtiko meno stressato del VSP e ha protetto i grappoli durante le ondate di calore. I risultati appartengono a due annate semi-aride e a una forma tradizionale molto specifica. Pertanto, mostrano una possibilità di adattamento, non una prescrizione per tutta la viticoltura mediterranea.[10]
Suoli, gelo e meccanizzazione
Terreni fertili e profondi possono giustificare lyre, GDC, scott henry, pergola o altre forme espanse, se la gestione riesce a mantenerle aperte. Suoli siccitosi o poco profondi richiedono strutture che la vite possa riempire con continuità. Nessuna forma compensa una grave limitazione dell’apparato radicale. Prima dell’impianto servono quindi profilo del suolo, bilancio idrico e prova di vigoria.[2] [3]
Differenze fra gelo primaverile e freddo invernale
Il gelo primaverile e il freddo invernale richiedono valutazioni distinte. Un cordone più alto può allontanare gemme e grappoli dallo strato più freddo vicino al suolo, ma pendenza e drenaggio dell’aria contano molto. Danni invernali a gemme, tralci e tronchi richiedono invece potatura adattata e capacità di rinnovo. La forma non sostituisce la diagnosi del danno.[3] [9]
Le pareti semplici favoriscono spesso prepotatura, cimatura e raccolta meccanica convenzionale. Guyot, pergola, tendone e chiome divise richiedono invece più legature, posizionamenti o macchine specializzate. Il costo va stimato sull’intero ciclo del vigneto. Investimento, ore di lavoro, manutenzione, rischio sanitario e mercato devono essere valutati insieme.[2] [6] [9]
Progettare e gestire il sistema di allevamento della vite
Diagnosi iniziale
La scelta dovrebbe iniziare dalla parcella, non dal nome del sistema. Occorre rilevare profondità, drenaggio, tessitura, disponibilità d’acqua, pendenza, esposizione, vento, gelo e pressione delle malattie. Successivamente si valutano vitigno, clone, portainnesto, densità, obiettivo di resa e macchine disponibili. Solo allora si definiscono forma, altezza dei fili e interfila.[2] [3]
Sesto d’impianto e forma sono inseparabili. Una chioma alta in un’interfila stretta aumenta ombreggiamento reciproco e ostacola le macchine. Un’interfila troppo ampia può invece disperdere la superficie vegetativa. La revisione recente considera utile il rapporto fra altezza massima della chioma e interfila, da adattare a latitudine e situazione locale.[9]
Potatura e gestione verde
La potatura invernale definisce il carico iniziale di gemme e conserva la forma nel tempo. Quella bilanciata usa il peso dei sarmenti come indicatore della dimensione della vite. Tale metodo riduce il rischio di sovraccaricare piante deboli o sottoutilizzare piante molto vigorose. Il rinnovo del legno deve restare programmato in ogni forma.[3]
Posizionamento, scacchiatura, cimatura, sfogliatura e diradamento adattano il sistema all’annata. Con temperature elevate, sfogliature e diradamenti eccessivi possono aumentare le scottature. In ambiente umido, una chioma chiusa può richiedere aperture mirate. Momento e intensità dell’intervento dipendono da vigoria, acqua, carico e obiettivo di maturazione.[5]
Indicatori per la verifica in campo
La scelta iniziale del metodo di allevamento della vite dovrebbe essere seguita da indicatori misurabili. Il peso dei sarmenti, la lunghezza dei germogli, la densità della parete e la percentuale di vuoti descrivono vigoria e occupazione del telaio. Inoltre, germogliamento, fertilità delle gemme, resa per ceppo e resa per metro di filare chiariscono se il carico è proporzionato. Nessun singolo indicatore basta a definire l’equilibrio.[1] [3]
Nella zona dei grappoli conviene rilevare esposizione, umidità, temperatura e durata della bagnatura, quando gli strumenti lo consentono. La sanità va osservata separando peronospora, oidio, botrite, scottature e danni da insetti. In parallelo, si analizzano peso dei grappoli, zuccheri, acidità e, per le uve rosse, parametri di colore. Questa lettura distingue una resa alta ma squilibrata da una produzione sostenibile.[1] [7] [8]
Confrontare diversi metodi di allevamento della vite
Il confronto fra forme richiede parcelle omogenee. Vitigno, clone, portainnesto, età, densità, suolo e irrigazione dovrebbero restare uguali, o almeno essere documentati. Anche il carico di gemme va controllato, perché un sistema può apparire migliore grazie a una resa inferiore. Prove su più annate riducono l’effetto di stagioni eccezionalmente fredde, calde o piovose.[1] [9]
Gerarchia delle decisioni
La forma non dovrebbe correggere da sola problemi causati da portainnesto, eccesso di acqua o fertilità molto elevata. Prima di ampliare il telaio, occorre verificare se l’azienda può intervenire sulla causa della vigoria. Analogamente, prima di passare a una forma ombreggiante, bisogna escludere che la scottatura dipenda da sfogliatura eccessiva. Una diagnosi corretta evita investimenti strutturali per risolvere errori gestionali.[2] [5]
In fase di reimpianto, il telaio va scelto con una visione di lungo periodo. Una spalliera semplice offre elasticità e compatibilità con molte macchine. Al contrario, una chioma espansa o divisa richiede sostegni, testate, fili e mezzi di raccolta specifici. Pertanto, un vantaggio fisiologico modesto può non giustificare una perdita importante di flessibilità operativa. L’analisi economica deve includere manutenzione, rischio e capacità di reagire a futuri cambiamenti climatici.[2] [6] [9]
Errori ricorrenti nell’allevamento della vite
Conclusioni
I sistemi di allevamento della vite regolano il compromesso fra luce, protezione, equilibrio, salute della chioma e costi. Guyot e cordone speronato offrono soluzioni ordinate per molte spalliere, ma rispondono a requisiti diversi di fertilità delle gemme. Sylvoz, casarsa, pergola, tendone e alberello mantengono interesse in contesti specifici. GDC, lyre, scott henry e Y diventano utili quando vigoria o stress termico giustificano strutture più complesse.
La scelta più affidabile richiede dati di parcella, prova pluriennale e confronto economico. Occorre misurare vigoria, fertilità, stato idrico, densità della chioma, sanità, ore di lavoro e qualità dell’uva. In questo modo la forma smette di essere una tradizione applicata per abitudine e diventa uno strumento tecnico di adattamento.[1] [3] [9]
Riferimenti bibliografici
L’elenco della bibliografia utilizzata per la realizzazione di questo articolo e consultabile e scaricabile cliccando qui.
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