A volte ritornano: la viticoltura in provincia di Belluno
Viti e montagne: un binomio che àncora le proprie radici sul sudore e sulla roccia ma capace, se corroborato dall’amore e dal lavoro, di donare grandi vini in grado di emozionare quanto le cime da cui traggono origine.
Belluno è una città circondata dalle montagne, da quelle Dolomiti recentemente dichiarate dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità (che bella parola sarebbe umanità se ancora avesse un valore…ma questa è un’altra storia…) che mi hanno visto crescere e innamorarmi di un lavoro che – nel bene o nel male – avrebbe condizionato tutta la mia vita. Il Parco Nazionale, il Piave (che ormai non mormora ma urla sdegnato!) e il vino: tre immagini che identificano un territorio, una storia e una gente. Il vino, però, è da circa un secolo solo bevuto per sopravvivere ad un vita di sacrifici e, più di recente, elevato – almeno in parte – a piacere edonistico di importazione.
Non è stato però sempre così: prima dell’oidio e delle peronospora, prima della fillossera e della Grande Guerra, il Feltrino (la parte più occidentale della Provincia) era terra di vigne: produceva tanto e produceva bene. I suoi vini erano venduti anche oltre le Alpi e i vigneti occupavano tutti i pendi più solatii della fascia pedemontana compresa fra Fastro e Feltre (v. figura), con alcuni impianti anche allo sbocco della Valle di Seren, nei punti in cui la locale orografia permetteva una giusta insolazione. E poi?
E poi le malattie fungine, la fillossera, la guerra e la piaga peggiore di tutte… l’emigrazione, che ha rubato le braccia e i cervelli ad una terra che viveva di lavoro pesante e di saperi tramandati! E arrivarono così gli ibridi diretti: clinto, bacò, fragola. Il vino divenne scadente e fu quindi utilizzabile solo per l’autoconsumo. Le vigne, private della necessaria manutenzione, tornarono ad essere boschi, i terrazzamenti sparirono e con essi la consapevolezza di vivere in una terra capace, se ben condotta, di produrre Vino (la maiuscola non è certo un refuso!). E siamo giunti così agli anni duemila…ma prima…
Le radici della vite nel Feltrino
Era il 24 febbraio 1518 quando Gerolamo Borgasio chiese che si potessero approvare gli statuti dei vignaioli dell’Aurin (un colle pochi chilometri a ovest di Feltre); l’approvazione fu ottenuta ad ampia maggioranza (21 favorevoli a fronte di 13 contrari). In questi statuti erano contenute regole sia tecniche (ad esempio era imposto che la vendemmia non avvenisse prima del giorno di San Michele, ovvero il 29 settembre) sia riguardanti i rapporti tra produttori e tra i produttori e le altre forme di lavoro agricolo, ad esempio i boscaioli, che dovevano prestare attenzione al non danneggiare le vigne stesse (Archivio Comunale di Feltre, Volume 34).
Circa un secolo più tardi – correva l’anno 1632 – Giovan Battista Barpo, decano del Capitolo della Cattedrale di Belluno, concludeva la propria opera in tre libri dal titolo “Le delizie e i frutti dell’agricoltura e della villa”, recentemente commentato e ristampato da Gianluigi Secco. Nel Libro Secondo – Trattato Quinto – di quest’opera, intitolato “Delle uve, delle viti e dei recipienti per il vino” si legge, ad esempio: “Le viti amano più la collina o altri luoghi ben soleggiati e non già quelli freddi, paludosi, salmastri, ventosi od ombrosi” e ancora “Chi vuole le nere, chi le cameline (cioè con un colore che ricorda la polvere giallastra estratta dai semi della camelia; nota di Gianluigi Secco), chi le bianchette, chi le verdegne: se vuoi far presto e bene, dedicati alle nostrane, te l’ho detto altre volte, e piglia sempre sarmenti locali per ripiantarli il più vicino possibile alla tua villa, ed in posto o dislocazione simile alla vigna da cui proviene il vitigno che trapianti“.
Appare quindi evidente che la viticoltura in provincia di Belluno ha una storia di molti secoli come dimostrato anche, se ancora ve ne fosse bisogno, dalla presenza di un grappolo d’uva nello stemma comunale di Seren del Grappa, paese sito allo sbocco dell’omonima valle, esattamente di fronte ad alcune delle zone più vocate per la coltivazione della vite.
Il territorio
La viticoltura in zona interessa le porzioni collinari e pedemontane con un’altitudine che varia dai 300 ai 600 metri; i vigneti sono frequentemente situati su grandi conoidi generalmente non più attive. I suoli, sottili se non molto sottili, sono ricchi di scheletro grossolano di natura calcarea o calcareo – dolomitica. L’area vitata è attualmente limitata ora a poche decine di ettari. Il clima è caratterizzato da rigide temperature invernali, moderato incremento delle stesse durante l’estate e piovosità che supera frequentemente i 1.000mm/anno.
I padri nobili: i vitigni tradizionali
La fillossera, gli ibridi produttori diretti e il lungo abbandono hanno pesantemente inciso sulla ricchezza del germoplasma viticolo del bellunese. Attualmente tre sono i vitigni tradizionali presenti in zona: Bianchetta trevigiana, Pavana nera e Trevisana nera, localmente chiamata Gata. Un altro vitigno a bacca nera abbastanza diffuso, detto Paialonga, si è dimostrato essere sinonimo di Franconia.
Bianchetta trevigiana
Questo vitigno a bacca bianca è localmente noto col nome di Bianchetta fonzasina o B. gentile. Recenti analisi biomolecolari hanno mostrato la totale identità di queste uve con la Bianchetta trevigiana. Questo vitigno, oltre che nel Feltrino, è tuttora coltivato nel Trevigiano, nelle zone dei Colli Asolani e della Docg Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore; la Bianchetta è stata recentemente trovata anche nel Vicentino e nel Padovano dove è nota coi nomi di Senese (Breganze), Vernanzina (Monti Berici), Vernassina (Colli Euganei). È un vitigno di media vigoria e di buona e costante produzione ma assai sensibile all’oidio. I vini ottenuti dalla sua vinificazione in bianco e in purezza mostrano elevata acidità e fini sentori di frutta bianca o gialla, in particolare mela, pesca e albicocca.
Pavana nera
La Pavana nera era diffusa in passato in molte zone del Veneto da dove ha raggiunto anche il Trentino attraverso la Valsugana; il nome sembra derivare da una storpiatura del termine “padovano”. È nota con numerosi sinonimi tra i quali ricordo Vicentina, Nera gentile, Nera di Fonzaso, Nostrana nera (a Belluno), Vesentinona (a Verona), Vesentinela veronese della Val d’Illasi, Peloseta nera, Visentina trentina. I vini rossi ottenuti dalla pavana nera hanno descrittori olfattivi riconducibili a note fruttate con speziatura evidente e note vegetali di sottofondo; in bocca rivelano grande acidità, un’astringenza nella norma e buona struttura.
Trevisana nera
Si tratta di un vitigno tradizionalmente coltivato in zona: il suo nome lascia supporre un’origine dal Trevigiano, dove, per la zona di Asolo, è noto un vitigno simile, denominato “Gattera”. La Trevisana Nera è un vitigno di buona vigoria e produzione costante e quantitativamente soddisfacente. Si tratta di una varietà di buona rusticità, che si è dimostrata essere poco sensibile alle principali fitopatologie. La Trevisana nera dà origine a vini con buona carica antocianica, di corpo e limitata astringenza; il suo profilo olfattivo è caratterizzato da sentori di frutta rossa matura e frutti di bosco accompagnati da evidenti note speziate.
E oggi…
Lentamente ma, spero, inesorabilmente, la viticoltura bellunese sta rinascendo, come enoica Fenice, dalle proprie ceneri: gli antichi vitigni vengono riprodotti da marze ottenute da antiche viti talvolta ancora a piè franco mentre nuovi vitigni li affiancano in questo percorso di rinascita così irto di difficoltà: Glera, Chardonnay, Incrocio Manzoni 6.0.13, Kerner, Müller-Turgau, Gewürztraminer, Teroldego, Pinot nero, Gamaray, Merlot, Carmenère.
Certo ci troviamo in una fase di transizione e sperimentazione e molti di questi vitigni se ne andranno così come sono venuti, ma l’importante è ricominciare. Attualmente 10 sono le Aziende agricole che conducono vigneti in provincia di Belluno per un totale di 18,9ha, a cui vanno aggiunti i 12ha coltivati in gran parte con uva glera di proprietà di un’undicesima Azienda agricola; nel 2014, inoltre, è previsto l’impianto di almeno altri 8ha di vigne.
Alcuni hanno scelto di puntare interamente su Bianchetta e Pavana mentre altri hanno preferito diversificare i vitigni aiutandosi con gli internazionali. Tra questi 10 coraggiosi, quattro Aziende hanno deciso di affrontare (o in due casi di mantenere) anche la trasformazione delle uve in vino e la sua successiva commercializzazione: De Bacco (Il vino è musica), De March, Pian delle Vette e Vieceli (in rigoroso ordine alfabetico!), ottenendo alcuni importanti riconoscimenti a livello nazionale e internazionale quali, ad esempio, una medaglia d’argento al Cervim 2012. E certo non mancano sogni e progetti tra i quali spicca per importanza e progettualità la creazione – spero imminente – di un Consorzio del Vino Bellunese.
Aziende vitivinicole in provincia di Belluno
Azienda Agricola De Bacco – www.debacco.it
Azienda Agricola De March Angelo
Azienda Piane delle Vette – www.piandellevette.it
Azienda Agricola Vieceli
Bibliografia di riferimento
AA.VV., 2008. Valorizzazione di aree viticole di montagna tramite scambio di know-how. Progetto a regia regionale. Veneto Agricoltura.
AA.VV.,2005. Vecchi vitigni del veneto a bacca bianca e bacca nera. Veneto Agricoltura
SECCO G., 2008. Trascrizione ragionata dell’opera di Giovan Battista Barpo “Le delizie e i frutti dell’Agricoltura e della Villa”. Belumat Editore.