Verticalizzando. Primo Franco e i Trent’anni del suo Prosecco

Un sorso del 1956 per ricominciare da ieri. In ogni epoca ci sono delle figure predestinate ad essere ignari promotori di un cambiamento o, semplicemente a lasciarne traccia, rispetto all’ordine naturale delle cose. Sono le persone capaci di avere una visione secondo la quale” l’ordine” non è assoluto e “naturale” è, invece, la propensione verso l’incognita del futuro per la quale nessuno può avere formula certa; è una propensione che sottende una fiduciosa rincorsa prima del lancio, a volte recidendo i legami con una tradizione rigida ed ottusa che non tollera il nuovo nel timore di perdere identità, a volte creandone dei nuovi con quelle frange più sagge che si identificano rispetto al luogo.

Tutto dipende dal coraggio o dalla ispirazione: il resto è fatto di volontà, capacità e tanta pazienza. È questa l’impressione di un incontro, alquanto raro con il pubblico locale, presso il Relais Monaco di Ponzano Veneto, con una delle figure più emblematiche della nicchia prosecchistica, Primo Franco.

Affascinante il racconto degli esordi di un giovane Primo a capo dell’azienda di famiglia, dopo la prematura scomparsa di papà Nino nel 1982, in una terra ancora legata al prosecco bevuto a suon di “goti”, privo delle ambizioni di conquista arrivate qualche decennio dopo di pari passo con il suo planetario successo, a quei tempi in embrione.

La cifra tonda festeggiata quest’anno, trenta per l’esattezza, della prima bottiglia che segna la gestione della terza generazione dell’azienda Nino Franco è stata celebrata con una verticale dedicata alle vecchie annate, condivisa a tappe nel mondo, che a ben vedere può definirsi storica, per non dire unica, considerata la notorietà del vino quale di immediata proposta di consumo rispetto alla sua “vita cronologica”.

L’assaggio quasi goliardico di quella bottiglia del ’56 dimenticata in un angolo della cantina, vintage di nonno Antonio, fu l’illuminazione di un cammino qualitativo che Primo ha ereditato, preservato e trasformato, innalzando quel vino semplice a vino di rango tra i più apprezzati al mondo.

Nella sua prima vendemmia, 1983, egli coniuga quell’ispirato ritorno al passato, fatto di residui zuccherini ben evidenti, in antitesi allo snello e conforme brut che avanza, ed acidità non invadente, con la sua visione delle cose forgiata dal contatto con un esclusivo mondo esterno, vissuto ed indagato, base di quella conoscenza e coscienza che lo differenzia dalla locale realtà.

Un vino innovativo, un singolo cru, astrazione mentale pressoché sconosciuta ai quei tempi tra le colline valdobbiadenesi – salvo rare conosciute eccezioni – e tanto diverso dal contesto di un modello di consumo “bevi e fuggi”, antonimia alla visione edonistica che da un manipolo di uomini, Primo compreso, avrebbe di lì a poco elevato quelle semplici bollicine da alimento ad oggetto di piacere per i sensi. Il proprio nome sulla bottiglia oggi sembra essere la firma a quel voluto e necessario messaggio di cambiamento nella continuità. Il millesimo in etichetta è il sigillo alle caratteristiche dell’annata, catturate attraverso un lavoro sobrio e serio ed affidate alla memoria del tempo.

Il tempo, da sempre unità di misura per giudicare la qualità di un vino, di fronte a questo brand sembra essere quasi fallace e determinare un naturale e comprensibile scetticismo che si attenua fino a scomparire man mano che il vino si palesa ai sensi.

Così gli angoli della bocca si increspano in un accenno di sorriso sorpreso quando gli occhi si posano sulla crescente intensità di quelle tonalità di giallo che dal paglierino tenue e delicato del 2013, sale nella successione del 2003, 2000, 1997, 1995 fino a toccare il dorato quasi ambrato del 1992. La brillantezza dell’aspetto sembra animare le varie sfumature in geometrie dai sapori arabesque.

Una linea continua, a tratti confusionaria, che da un tagliente verdolino vira verso tondeggianti ramati o dorati, muovendosi attraverso un perlage sottilissimo fino a diventare evanescente nelle annate più vecchie, ma questo non sorprende né getta ombre sull’aspetto del vino.

C’è un pizzico di incredulità ad ogni olfazione di quelle creature, magari enfatizzata dal momento e dalla voce suggestionante di Primo che rende brevi note sulle annate, ma di fronte all’abitudine di bere Prosecco, almeno da queste parti, la mente non è predisposta a cercare oltre la barriera del frutto, del fiore e degli accenni minerali. Il bouquet giovane e fragrante del 2013, tenuto come testimone, evolve quasi in blocchi. La linea che sinuosa si muoveva alla vista ora crea delle forme tridimensionali posizionate ad altezze diverse nello spazio per intensità e finezza.

Lo sfondo è occupato da un protagonista millesimo 1992 che elargisce quieto ed inesorabile crescenti note di rum, accenni di tropicale candito, zucchero filato, piccola pasticceria secca, zabaione e ritorni di alloro, caffè e zenzero. In primissimo piano invece un goloso 1997.

L’evoluzione qui è quasi materia. Dagli agrumi allo zenzero, dal confetto alla radice di liquirizia, dal Conganc a quel misto di grafite e vegetale secco che ricorda la Vallée de la Loire nelle sue migliori espressioni di Chenin, fino ai ritorni di idrocarburi da riesling in evoluzione. Affianca il 2003, annata caldissima, che ha lasciato un segno evidente nella particolare intensità del frutto sciroppato, dell’uva passa, degli agrumi canditi, del miele e delle ginestre ed in contrasto a tanta dolcezza un tocco di minerale da classica roccia. Una spanna dietro l’annata 2000, definita da Primo annata da spumante.

La prima nota è quella della mineralità gessosa, seguita da un floreale quasi intatto – impensabile per un vino che ha già 14 anni- pompelmo, caramella d’orzo e ciuffi di finocchietto selvatico. Un po’ dimesso il 1995, servito in magnum, figlio di un’ annata complicata e piovosa.

L’ossidazione è forse più evidente rispetto agli altri ma non privo di emozioni che corrono su note di chinotto, ferrose, agrumi essiccati e ritorni vanigliati. In un angolo, in posizione prospettica rivolta al futuro, l’annata 2013, ideale per spumanti che si evidenziano per finezza aromatica, la frutta domina la figura, pera, susina, pesca bianca, e fiori bianchi di sambuco e gelsomino.

Ed in tutta questa composta mescolanza c’è un’unica linea retta, quella del gusto, che dal basso verticalizza le sensazioni ed armonizza l’insieme. Ogni sorso pennella la bocca di dolce classicità, un sapore che torna dal passato quando il vino si definiva dolce in opposizione all’amaro – tutte le bottiglie sono di moderna tipologia Dry – e l’acidità era un piacevole accompagno.

Tutti i vini degustati potrebbero definirsi saporiti, in un equilibrio fresco-sapido sorprendente, vivacizzato in alcuni casi dalle bollicine ancora presenti, 2000 e 1995 su tutti, in altri dalle note minerali, ovviamente il 1997. Emblema di materia e complessità le annate 2003 e 1992. Il millesimo 2013 corre un po’ da solo: nonostante l’annata abbia regalato una vendemmia zuccherosa, è la freschezza a prevalere con punte pacate e gradevoli.

Chiude la verticale la proposta di due cru dell’azienda, di fattura moderna e fedele espressione del terroir di Valdobbiadene. Spumante Superiore Brut Rive di San Floriano 2013. 2,10 ettari di terreno dalla classica tessitura e composizione, sferzato da brezze continue. Precisi e fedeli alla tipologia, i sentori agrumati e fruttati, fiori bianchi di acacia e fiori di pesco. La bocca è in antitesi con la dolcezza dei predecessori in ordine di apparizione, tanto da sembrare quasi scalciante con una bella chiusura ammandorlata.

Grave di Stecca Brut 2011. Vino Frizzante, declassato per mancanza di caratteristiche tipiche e mantenuto tale per “ripicca” volendo donare fedeltà al vino più cha alla burocrazia dilagante. 2,4 ettari di vigneto di sassi bianchi e selezione massale a dare vini variegati. Impianto con densità elevate di vecchi cloni, 7 mesi sulle fecce fini senza aggiunta di solforosa per essere filtrato e spumantizzato per 30 giorni in autoclave. Vino di gran carattere che non può certo non definirsi originale.

Gessoso, floreale passito, agrumi note lievitate e una salvia nettamente riconoscibile accompagnano un sorso secco e determinato, con un lungo finale.

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