• Ven 24 Mag 2024

Una moderna famiglia tradizionale: i Bonato e l’Azienda Le Rive

Nel mondo del vino la parola “tradizione” è quella che più di qualunque altra riesce a condensare secoli di sensazioni collettive e fenomeni culturali.

Tuttavia, nella moderna cultura vitivinicola per la quale il vino è “scoperta”, non più calco degli schemi del passato ma interpretazione della natura e del territorio mediante l’uso di tecniche di produzione altamente innovative, il concetto di tradizione viene reinterpretato nella prospettiva di definire nuovi standard produttivi che soddisfino i gusti del consumatore.

Proprio in questi termini sta il movimento di rinnovamento vitivinicolo italiano che trasla la tradizione nel nuovo, alla ricerca di un migliore risultato qualitativo e del contenimento dei costi di produzione. Un passaggio dai valori simbolici del vino a quelli economici? Sì e no, perché se da una parte non si può negare che produrre vino in un contesto di maggiore ricchezza culturale – data dai vitigni autoctoni, dalle antiche tecniche, dai riti contadini – crei una forza evocativa maggiore che si traduce in maggiore qualità percepita e maggiore vantaggio competitivo, dall’altra parte si deve riconoscere che il vino è un’attività economica e che la sua qualità oggettiva è frutto di interazioni misurabili tra vitigno e territorio, perciò per garantirgli un futuro non possiamo contare solo sui segni del passato, ma partendo da una loro giusta interpretazione, guardare al domani dando credito e accogliendo quel nuovo dotato di un elevato valore tecnico-scientifico.

Nelle tante storie italiane del vino c’è chi ha dato un grosso contributo a questo cambiamento lasciando una forte impronta personale.

È l’Azienda Le Rive di Negrisia di Ponte di Piave (TV), ultimo lembo alluvionale della pianura trevigiana, 130 anni di storia vitivinicola consumata lungo le rive argillose e sabbiose del Piave e lo spirito di chi apprende dal passato ma vive nel presente. Il risultato sono vini della tradizione di nuova generazione, valorizzati nella loro origine ma prodotti con quelle tecniche moderne a cui erroneamente si attribuisce il ruolo di oppositrici a ciò che è stato. Ed è proprio dalla degustazione che parte questa storia ricca di affascinanti contrasti. L’impatto emozionale con i simboli del passato soddisfa la visione fantastica del vino e Raboso e Bellussera ne sono i simboli locali per eccellenza.

Pia Martino e Luigi Bonato, uno dei titolari

Il Raboso Secco Le Rive 2016 è un sorso di storia, cupo nel colore e profondo nel sapore, intenso nei profumi di marasca e violetta, denso dei ricordi delle stagioni passate, di vita che scorre faticosa e dignitosa all’ombra della grande Bellussera. Non un sistema di allevamento quest’ultima, ma un autonomo ecosistema produttivo che ha accolto in un unico spazio tutte le attività che hanno garantito la sopravvivenza di generazioni di mezzadri. Dalla produzione di uva per il vino, alla coltivazione di foraggio nell’interfila, quella degli ortaggi nel sottofila, la raccolta di foglie per l’allevamento dei bachi da seta dagli alberi di gelso utilizzati come sostegno per le viti, alla legna degli stessi per la produzione di botti o utensili.

Lavori in una Bellussera svolti a mano direttamente dal carro

E proprio in quest’area, in un angolino piccolo piccolo, nascosto ad occhi indiscreti, la famiglia Bonato custodisce un pezzo di storia di viticoltura veneta. È la Bellussera Bonato, 2000 metri circa di vigneto di Raboso Piave sopravvissuto a malattie e calamità allevato a Bellussera, impiantato tra il 1870 ed il 1880 e viti a piede franco, le uniche in tutto il Veneto. Queste vecchissime viti, contorte dal tempo e dai malanni, bucate dalla carie del legno, producono ancora 10 ettolitri di vino, il Raboso dello Zio Tino. L’annata 2012 si offre di colore serrato, ampio nei profumi, deciso nel sapore. Di qualità pregiata segnata dalle note del tempo dell’affinamento in botte e dell’età delle viti. Un omaggio alla sapienza ereditata dal passato che il nuovo non può scalfire ma che non ha armi sufficienti se non per sopravvivere nel mondo produttivo così com’è oggi organizzato.

È fuori dubbio quindi che a Le Rive si conosca il valore storico e culturale insostituibile del “fatto a mano”, ma l’esperienza ed il modo di interpretare la vita produttiva non impedisce alla famiglia Bonato di riconoscerne anche i limiti nell’attuale sistema economico. Ed è allora che si svela la parte razionale, quella che soddisfa la visione realistica del vino quale oggetto di cultura materiale, fatto di qualità misurabile.

La struttura di una Bellussera in inverno

Così, in questa porzione di piano che ordinatamente corre verso il mare, accanto alle Bellussere – ridimensionate nella loro utilità – osservo i moderni impianti a spalliera su cui si allevano i vitigni autoctoni, tra cui i curiosi GCD o doppia cortina congegnati per le esclusive lavorazioni meccaniche; imparo il grande contributo alla qualità delle lavorazioni meccaniche – soprattutto nelle fasi che più colpiscono il nostro immaginario come la potatura invernale e la vendemmia – scoprendone l’oggettivo valore scientifico; riconosco il merito della sperimentazione con l’introduzione delle contemporanee varietà ibride resistenti; assisto al nuovo che nasce sul vecchio con gli innesti di nuove viti su vecchi ceppi che risparmiano tempo e lavoro di impianti ex novo; riscopro il valore della tradizione che preserva la diversità negli antichi vitigni quasi scomparsi come il Grapariol (leggi una sua breve recensione sempre su queste pagine cliccando qui). Non sono queste semplici scelte in controtendenza rispetto alla abitudini locali – che potrebbero essere anche giustificate dalle dimensioni dell’azienda, 300 ettari di vigneto con estensione nel vicino Friuli – ma l’esternazione della consapevolezza che in un mercato che richiede sempre più vini di territorio e di qualità, un nuovo modo di fare viticoltura c’è ed è forse necessario, senza dover cedere ai contrasti ideologici che vedono assolutamente il nuovo opposto al vecchio. Come ho imparato a Le Rive la qualità oggi non può che derivare dalla ferma convinzione che il vino è frutto di una operazione culturale che è la coltivazione della vite ossia un’insieme di buone pratiche veicolate dalla tradizione e proiettate nel futuro attraverso tecniche moderne di alto valore scientifico che hanno la loro ragion d’essere nell’assaggio stesso dei vini.

Una Bellussera

23 tipologie di vino da vitigni autoctoni ed internazionali, moderni, evoluti, riconoscibili nei profumi varietali, definiti nel sapore, ognuno declinato seconda l’interazione unica con il sito di coltivazione che ne definisce il carattere, un esempio di moderna artigianalità che appaga sensi ed intelletto. Si, è vero la parola “tradizione” smuove l’immaginazione come poche nel mondo del vino ma la realtà è fatta anche di molto altro.

Società Agricola

Le Rive di Bonato s.s

Via Grave di Negrisia, 50

Ponte di Piave (TV)

info@lerive.it

www.lerive.it

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