Roberto Ghio, la sua terra, i suoi vini: un filosofo “Cortese”
Ch’egli è giovane, bello e avenante,
Cortese, franco e pro’, di buona fama.
Promettili un basciar, e a-tte ‘l chiama,
Dante Alighieri – Il Fiore, Sonetto XVIII: Venùs e Bellacoglienza
Cos’è il vino? Per la legge è semplicemente “… il prodotto ottenuto esclusivamente dalla fermentazione alcolica totale o parziale di uve fresche, pigiate o no, o di mosti di uve…”. Credo, però, che se il vino fosse davvero solo questo io non starei scrivendo queste righe e voi non le stareste leggendo; ciò di cui sono, invece, davvero sicuro è che Roberto Ghio – classe 1977, laurea in filosofia – non farebbe il vignaiolo. Per lui – come per molti di noi – il vino è vita, passione, lavoro, sostentamento, storia. “Il vino conserva il Tempo e il Luogo” sintetizza Roberto per esprimere la sua volontà di raccontare territorio e annata in ogni sua bottiglia. La sua attenzione alla storia, però, non si ferma qui e, rapidamente, le nostre chiacchiere si perdono lungo le tortuose strade che hanno visto per millenni camminare vino e umanità fianco a fianco: eccoci allora a discutere del valore sacro e rituale del vino oppure del suo ruolo nella convivialità cercando di verificare “sul campo” tali dotte dissertazioni accompagnandole con i primi assaggi dei suoi vini. Ne emerge un quadro chiaro, anzi “schietto”: Roberto è la sua Azienda, la sua Azienda è la sua Famiglia, della sua Famiglia fanno parte anche i suoi vini. Non è possibile scindere alcuna di queste parti senza perdere la visione d’insieme, quella che permettere di capire la Persona e il suo Lavoro.

Roberto Ghio, vignaiolo in Bosio
Bosio è un piccolo comune pochi chilometri a monte di Gavi, verso il Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo. È qui che Roberto “Tumè” Ghio conduce, insieme al padre, l’Azienda vitivinicola di famiglia, fondata nel 1881 da Bartolomeo (detto Tumelin dal quale deriva il soprannome della famiglia). Con Roberto l’attività è giunta almeno alle sesta generazione ma, probabilmente, si dovrebbe andare ancora più indietro negli anni se non fosse che un incendio a Parodi Ligure ha distrutto gli antichi documenti. Ciò che è certo, è che gli anni trascorsi non hanno modificato l’animo contadino di questa famiglia che coltiva la terra e produce il vino con la semplicità di sempre nonché con la consapevolezza di essere fruitori – e non semplici proprietari – di un terreno o di una vigna ovvero di un bene che rappresenta, nel contempo, una memoria storica e una ricchezza collettiva, per chi vive oggi tra queste colline così come per chi le manterrà vive in futuro. Negli anni, ovviamente, l’Azienda è cresciuta – oggi produce dalle 60.000 alle 70.000 bottiglie – i vigneti di proprietà sono aumentati, raggiungendo circa i 24ha, e le tecniche di cantina hanno saputo arricchirsi di quanto di positivo la moderna enologia ha saputo dare. L’impronta, però, è rimasta la stessa così come i vitigni: Cortese, Dolcetto (con un suo antico clone, il Nibiö, caratterizzato dall’avere il peduncolo rosso), Carica l’Asino – un altro antico vitigno il cui nome è spesso usato come sinonimo di altre differenti varietà, ovvero Barbera bianca, Barbassese o Vermentino – e Nebbiolo. Grande attenzione è riservata all’ambiente: l’Azienda è attualmente in conversione biologica pur avendo, di fatto, sempre praticato una viticoltura a bassissimo impatto. Oltre a ciò, Roberto riduce al minimo l’uso di solforosa in cantina, riutilizza il legno di vigna per il riscaldamento domestico e impiega di bottiglie di vetro leggero per minimizzare l’uso di materie prime ed energia per la produzione e il trasporto. È interessante mettere in risalto che i vigneti sono i più vicini al mare dell’intero Piemonte, fatto questo che permette loro di godere di un clima particolarmente favorevole, e che tutti i nuovi impianti sono stati effettuati in antiche vigne ormai abbandonate in quanto, pur essendo particolarmente vocate, erano difficili da lavorare a causa della loro forte pendenza; da ultimo, ma non certo per importanza, i vitigni impiantati sono sempre quelli preesistenti, in quanto “se i vecchi li avevano messi lì un motivo ci sarà pur stato”. I suoli – localmente definiti terre bianche – sono generalmente marnosi e soggetti a sfaldarsi, rendendo così disponibili per la vite i minerali in essi contenuti.

Dalla vigna alla tavola: l’Osteria Piemontemare di Gavi
Dopo molti anni di esperienza nella conduzione di una Baita in alta Val Gorzente, nel cuore del Parco delle Capanne di Marcarolo, accogliente locale dove gustare piatti tipici in abbinamento ai suoi vini nonché godere di interessanti eventi musicali, culturali e ricreativi, Roberto ha recentemente aperto, nel cuore di Gavi, l’Osteria Piemontemare, recuperando l’atmosfera della vecchia Osteria gestita a Bosio, fino agli anni ‘50 dello scorso secolo, dalla sua famiglia. È davvero difficile riuscire a comunicare il clima di questo locale, ovvero quella sottile commistione di attenzione ai dettagli e garbata semplicità. Ciò che è, però, doveroso sottolineare è la qualità dei piatti, ottenuti da materie prime eccellenti e preparate in cucina in modo accurato e, aspetto questo per me irrinunciabile, con estremo rispetto degli ingredienti. Il menù rispecchia il territorio, non solo perché le ricette sono di tradizione e le materie prime a bassissimo chilometraggio, ma soprattutto perché è capace di muoversi lungo quella sottile linea di confine che divide – o sarebbe meglio dire unisce – il Piemonte e la Liguria, con le loro tradizioni e, di conseguenza, con le loro cucine. Un’alchimia complessa, ma elegante, che permette di scegliere – tra gli antipasti, ad esempio – tra un’indimenticabile battuta di Fassone piemontese al coltello e un altrettanto magnifico brandacujun, oppure tra il tartrà – una ricetta povera di antica tradizione piemontese a base di uova, cipolla, latte ed erbette – e le acciughe ripiene, proposte come secondo piatto ma altrettanto intriganti come antipasto.

I primi non possono che seguire il solco già tracciato: ed ecco allora i mandilli de saea – sottilissimi fogli di pasta conditi generalmente con il pesto alla genovese – affiancarsi ai notissimi ravioli di Gavi, oppure il minestrone alla genovese porsi in alternativa ai corzetti novesi con pesto alla maggiorana, ovvero della pasta decorata con lo stemma di famiglia tipica proprio di Novi Ligure.

Tra i secondi, oltre alle già citate – e assolutamente imperdibili – acciughe ripiene, voglio ricordare, sempre dalla cucina ligure di stretta osservanza, la buridda oppure, ritornando in Piemonte, la più che tradizionale finanziera, tipica del menù dei mesi più freddi. I dolci non possono a loro volta che rispettare l’alternarsi tra Piemonte e Liguria: ecco quindi, sempre dal menù autunno-inverno, la genovesissima torta Sacripantina, a base di pan di Spagna farcito con varie creme, oppure la piemontese Monferrina, a base di zucca, mele, amaretti, uvetta e cioccolato fondente, realizzata completamente senza farina.
Le degustazioni: ovvero i molti volti del Cortese
Roberto e i suoi vini: un rapporto talmente stretto da poterli identificare l’uno negli altri. Un amore profondo per il Cortese e per il Dolcetto, con i quali realizza numerose etichette esplorando le diverse tipologie per mostrarci le infinite sfaccettature di due uve che hanno fatto la storia del Piemonte vitivinicolo. Di seguito racconterò i mille volti dei suoi Cortese, lasciando ad altre occasioni la narrazione dei suoi Dolcetto, nonché di Nebbiolo e Carica l’Asino.
Pian Lazzarino – Gavi Docg del Comune di Bosio – 2014
Ottenuto dalle uve dell’omonimo vigneto, questo Gavi Docg rappresenta pienamente il territorio del comune di Bosio con le sue “terre bianche” e la presenza del Marino, il vento proveniente dal vicino mar Ligure. Vino netto, lineare, teso e mai banale, si offre allo sguardo di un bel color paglierino di bellissima luce e apre al naso con con un elegante gioco di alternanza fra frutti fragranti, agrumi e fiori, in un insieme giocato decisamente più sulla finezza che sull’intensità. Le note di mela, pera, uvaspina e albicocca – tutte ancora ben lontane dalla piena maturazione – si rincorrono e si alternano ai sentori di biancospino e di pompelmo giallo. Col tempo, il bouquet si arricchisce di sensazioni di erbe provenzali e di una nota salmastra che, unitamente alla sua mineralità “rocciosa”, rappresentano la cifra distintiva di un territorio in equilibrio fra roccia e acqua.

Al gusto, spicca per sapidità e freschezza che, nel loro complesso, gli forniscono nerbo e una prospettiva di lunga vita sorreggendone, nel contempo, l’ottimo corpo e la gradevole morbidezza, donandogli, così, equilibrio e piacevolezza di beva; la lunga persistenza chiude degnamente un assaggio capace di portarci tra questi colli con un solo sorso.
Degustazione del 5 marzo 2016
Le Zucche – Gavi Docg – 2002
Realizzato solo in poche annate, Le Zucche nasce a seguito di una fermentazione in legno delle uve prodotte nel vigneto in assoluto più vicino al mare e coltivato su suoli sottili dove affiorano conglomerati a grossi blocchi che, durante la loro alterazione dovuta agli agenti atmosferici, arricchiscono il suolo di sabbia.
Nel calice, sfoggia un cristallino color dorato intenso che invita immediatamente a portare il bicchiere al naso. La finezza, l’ampiezza e la verticalità di questo Gavi Docg sono immediatamente manifeste così come la sua eleganza. Il suo bouquet sembra originarsi da un punto centrale di frutta gialla matura e frutta tropicale disidratata, per diffondersi poi in mille direzioni con le note verticali delle erbe aromatiche e quelle più ampie e avvolgenti del cedro e dello zafferano; il territorio si rende ancora una volta manifesto mediante una mineralità gradevolmente pungente che ci riporta alla pietra focaia.

In bocca, stupisce per la giovanile freschezza e l’evidente sapidità, entrambe perfettamente vestite dalla pienezza della struttura e dalla sua morbidezza. Un vino che definirei tridimensionale, che chiude lungo ed elegante dopo avere avvolto i sensi di piacere e stupore.
Degustazione del 13 agosto 2016
Pian Lazzarino, Drác bianco – Gavi Docg del Comune di Bosio – 2001
Complesso, ampio, profondo e di estrema eleganza: ecco in sintesi l’anima di questo vino. 15 annate sono trascorse da quando le uve di Cortese – dopo un breve appassimento in cassette da 3kg e la fermentazione, con successiva permanenza di quasi un anno in botti piccole di acacia – hanno dato vita a questo Gavi Docg dal color oro antico e dalla luce calda e intrigante. Il Drác bianco è un vino di forte personalità, capace di prima di stupire – forse disorientare – per poi essere custodito nel cuore tra le degustazioni da non dimenticare. Il suo bouquet è un caleidoscopio di sensazioni in continuo mutamento: la confettura di albicocche e i fiori gialli appassiti gli donano ampiezza e spessore mentre lo zenzero e le erbe aromatiche lo proiettano in alto ad aprire olfatto e sensi. Il territorio, e il vigneto, si manifestano pienamente nella nota salmastra così come nella rocciosa nota minerale. È un vino che necessita di tempo e pazienza ma che ci ricompensa donandoci un’apparentemente infinita alternanza di sensazioni. Ecco allora che il già assai ampio panorama olfattivo si arricchisce ulteriormente con note di radice di liquirizia, miele di castagno, pompelmo giallo e fiori di camomilla. A fungere da tratto unificatore – elegante e mai coprente – l’intero bouquet è soffuso da una gradevole nota ossidativa che ne ammorbidisce i tratti, rendendoli più “dolci” ma mai stucchevoli.
In bocca, regala un eccellente corpo e ricche morbidezze che trovano il giusto contrappunto nell’ancora giovanile freschezza dando origine a un raffinato equilibrio. L’assai lunga persistenza accompagna il vino direttamente nella nostra memoria in attesa del prossimo assaggio.
Degustazione del 16 giugno 2016
Drác passito bianco – Vino da Tavola bianco Passito Dolce – 2009
Prodotto da uve Cortese in botte scolma con lieviti filmogeni “tipo” Saccharomyces beticus, il Drác passito bianco colpisce al primo sguardo per la luminosità del suo caldo color ambra che lascia presagire freschezza e ottimo stato evolutivo. Il naso, assai fine e mai banale, si presenta con le attese sensazioni di uvetta appassita nonché di dattero e fico secco ma acquista rapidamente complessità, aiutato da una leggera rotazione, regalandoci sensazioni di tè nero, scorza di arancia amara candita, caramello, miele di castagno e frutta secca con guscio; l’intero spettro olfattivo è percorso dalle corrette sensazioni ossidative, dovute alla maturazione in botte scolma, nonché dalla nervosa verticalità di una sottile nota eterea.
L’ingresso in bocca è ampio, “masticabile”, molto rotondo e di corpo; la dolcezza, e le morbidezze in genere, sono in totale equilibrio con l’ancora spiccata freschezza e l’immancabile nota sapida. La lunga persistenza e una gradevole chiusa ammandorlata prolungano nel tempo l’assaggio di questo passito prodotto con un occhio al Piemonte e l’altro a Jerez de la Frontera.
Degustazione del 4 giugno 2016
Note conclusive
La produzione da uve Cortese di Roberto comprende anche uno spumante Metodo Classico che merita di essere conosciuto. Per la recensione di tale vino, e per un’intervista allo stesso Roberto, rimando a un mio recente articolo (clicca qui), pubblicato sulle pagine dell’italiadelvino.com di Mauro Giacomo Bertolli.
Azienda Agricola Ghio Roberto
Vigneti Piemontemare
Via circonvallazione 3
15060, Bosio (AL) Italia
www.ghiovini.it
info@ghiovini.it