• Gio 22 Feb 2024

La vite tra cielo e mare

Caparbietà – L’essere o mostrarsi caparbio, ostinazione cocciuta (tratto da www.treccani.it).

Questa definizione, data la sua più che autorevole fonte, non può certo essere messa in dubbio ma, in quella grigia giornata di inizio novembre, il vedere i vigneti intorno a Monterosso (Cinque Terre, La Spezia) mi portava a pensare che, in senso figurato, quei vigneti – e gli uomini che nei secoli li hanno impiantati e coltivati – rappresentassero in modo più immediato e completo il significato della parola “caparbietà“. Disperatamente aggrappati ai pendii, quasi temessero di sprofondare nelle sottostanti acque color lavagna, gli antichi ceppi di Bosco, Albarola e Vermentino sono lì a ricordarci il valore del vino, del lavoro e del mare. Già..il mare! Il mare Nostrum…quel Mediterraneo che, come sapientemente scritto da Alexander Pope, “unisce i paesi che separa” permettendo lo scambio di tradizioni, culture e merci. Ed ecco così l’arrivo della vite in Italia, poi in Spagna e in Francia insieme alle tecniche di appassimento delle uve, al fine di ottenere i rari vini dolci, tanto graditi agli Antichi e, fatto certo non da trascurare, più resistenti al trasporto e, pertanto, più facili da commerciare.

Le Cinque Terre

A ponente, il promontorio del Mesco, con la sua punta omonima piegata a sud-est, separa le Cinque Terre dalla vallata di Levanto (caratterizzata dall’ampio bacino del torrente Ghiararo), costituendo gran parte della baia di Monterosso. La struttura della ripida scogliera è contraddistinta da pendenze in progressivo aumento, scavata da brevi e incassati solchi torrentizi i principali dei quali corrispondono agli altri quattro borghi di Vernazza, Corniglia (Guvano), Manarola e Riomaggiore. Da ponente verso levante, si assiste dapprima a un lungo susseguirsi di speroni dirupati e selvaggi alternati da piccole baie o declivi più dolci, dove sistematicamente si sono localizzati, nel tempo, i principali insediamenti rurali e marittimi, poi alla successione di falesie verso le isole del golfo della Spezia.

Il territorio delle Cinque Terre presenta una rete idrografica caratterizzata da corsi d’acqua a regime torrentizio, con portata massima nei periodi piovosi, autunno e primavera, e minima nel periodo caldo-arido estivo. Il massimo della piovosità si verifica nel mese di aprile con una media di circa 220mm, il minimo di piovosità nel mese di luglio con 24mm medi. Le precipitazioni medie annue risultano essere di circa 1240mm;

La vegetazione spontanea, estremamente ridotta a vantaggio di proficue colture quali la vite e l’olivo, è costituita dalla tipica macchia mediterranea, caratterizzata da piante odorose e xerofile in prossimità della costa. Avvicinandosi alla dorsale appenninica si estendono invece i boschi di castagni e di lecci, intervallati da grandi macchie di cespugli a erica selvatica.

I cinque borghi costieri sorsero dopo l’XI secolo in luogo dei più antichi abitati di mezzacosta, localizzabili in prossimità dei rispettivi Santuari ancor oggi esistenti, ai margini di un antico tracciato romano; nel 1276 passarono alla Repubblica di Genova che dal 1113 aveva iniziato la sua politica di espansione nella Riviera di Levante.

Il 6 ottobre 1999 è stato istituito il Parco Nazionale delle Cinque Terre, che comprende il territorio racchiuso fra l’abitato di Monterosso e Portovenere comprese le isole di Palmaria, Tino e Tinetto, oltre alla porzione di mare prospiciente la costa compresa tra il Promontorio di Punta Mesco, a ponente, e il Capo di Montenero, a levante. Nel 1997, su istanza della provincia della Spezia, le Cinque Terre, insieme a Porto Venere ed alle isole Palmaria, Tino e Tinetto, sono state inserite tra i Patrimoni dell’umanità dall’UNESCO.

Vigne e vitigni nelle Cinque Terre

In gran parte della Liguria la viticoltura deve essere definita eroica; non è certo un caso, infatti, se stiamo assistendo a una costante diminuzione della superficie vitata in questa Regione: nel 1970 gli ettari coltivati a vite erano ancora 10.827, mentre nell’anno 2000 si erano già ridotti a soli 2.327 e questo fenomeno di erosione viticola è, purtroppo, ancora ben lontano dall’arrestarsi. Le Cinque Terre, a causa della loro morfologia particolarmente aspra e disagevole, hanno risentito in modo molto pesante di questo fenomeno avendo perduto, negli ultimi decenni, circa il 90% dei loro vigneti.

La viticoltura di questa zona – e di gran parte della Liguria – è indissolubilmente legata alle opere di terrazzamento dei versanti. Le fasce terrazzate, sostenute da muri a secco localmente chiamati muage, si estendono su tutta l’area delle Cinque Terre a partire dal livello del mare fino ad arrivare al di sopra dei dirupi e delle pareti rocciose impraticabili, incombenti sul mare, a quote variabili da zona a zona, comunque generalmente notevoli, dell’ordine medio dei 350 – 400m, con punte massime che superano i 500m. Tale paesaggio è stato creato dall’uomo tra l’anno 1000 e il 1300; la costruzione di tali terrazze è stata poi completata nei secoli successivi. Le pietre usate per la costruzione dei muri a secco sono soprattutto arenarie e, in minor misura, calcari e marne; tale materiale è stato raccolto sul posto oppure estratto da cave aperte in corrispondenza di incisioni vallive, per poter ricavare i parallelepipedi maggiori dimensioni che dovevano servire come pietre d’angolo.

I terreni coltivati a vite sono di limitata profondità, con tessitura grossolana o franco – grossolana,ricchi di scheletro e quindi molto permeabili, principalmente a reazione acida – subacida. I substrati litologici dei rilievi collinari delle Cinque Terre maggiormente rappresentati sono sedimenti marini (torbiditi). I vitigni autoctoni più importanti di questa piccola porzione del ponente ligure sono bosco, albarola e vermentino, tre varietà a bacca bianca che, da sempre, contribuiscono a regalarci gli eccellenti vini Cinque Terre Doc e Cinque Terre Sciacchetrà Doc.

Albarola

Vitigno caratterizzato da foglia medio piccola intera o, a volte, trilobata e forma da orbicolare a pentagonale; la pagina inferiore presenta media tomentosità. Il grappolo, di dimensione media o medio piccola, è compatto, cilindro o conico e, generalmente, alato con acini abbastanza piccoli e buccia da bianco verdastra a bianco giallastra.

Bosco

Il bosco è un vitigno con foglia pentagonale, media e quinquelobata; la pagina inferiore è completamente priva di tomentosità. In grappolo ha dimensioni medie o medio grandi, è lungo, di media compattezza, forma cilindrica o conica e mostra ali evidenti. Gli acini sono medio grandi e con buccia verde giallastra tendente all’ambrato

Vermentino

Il vermentino si riconosce in virtù della foglia da media a grande, di forma pentagonale o, talvolta, orbicolare con cinque o sette lobi e pagina inferiore con tomentosità media o elevata. Il suo grappolo è alato, di dimensioni e compattezza medie e forma conica o cilindrica; gli acini, medio grandi, hanno colore giallo verdastro tendente al giallo dorato con macchie color ruggine.

È importante ricordare che recenti analisi genetica hanno dimostrato che il Pigato – vitigno a bacca bianca del ponente ligure – e la Favorita – vitigno a bacca bianca del Piemonte meridionale – sono in realtà geneticamente identici al vermentino e che, pertanto, devono essere considerati come sinonimi.

Altri vitigni tradizionali

La Liguria risulta essere particolarmente ricca di vitigni tradizionali in via di scomparsa: un recente studio biomolecolare ne ha individuati ben 36 diversi. Per le Cinque terre possiamo ricordare la Malvasia bianca lunga, lo Scimiscià (localmente chiamato Frate pelato), il Rollo (detto Bruciapagliaio), la Vernaccia di San Giminiano (il Piccabón in dialetto locale), il Bonamico, un rarissimo vitigno attualmente presente nelle province di Pisa, Lucca e Livorno. Un vitigno, chiamato Rossese bianco e coltivato nei pressi di Riomaggiore, si è, al contrario, rivelato essere sinonimo di Grillo.

I vini delle Cinque Terre

All’interno della Denominazione di Origine Controllata “Cinque Terre” è autorizzata la produzione dei vini Cinque Terre Doc – con l’eventuale specificazione delle seguenti sottozone: “Costa de Sera”, “Costa de Campu”, “Costa da Posa” e Cinque Terre Sciacchetrà Doc anche nelle tipologie “Passito” e “Riserva”. Tali vini devono essere prodotti con un minimo del 40% di uva Bosco unitamente a uve albarola e Vermentino; altri vitigni, purché idonei per la provincia de La Spezia, possono concorrere fino ad un massimo del 20%.

Le uve per la produzione del vino Cinque Terre Sciacchetrà Doc sono parzialmente appassite dopo la raccolta, in luoghi idonei, ventilati, fino a raggiungere un tenore zuccherino di almeno 17° alcol potenziali. La vinificazione di queste uve, che sono deraspate a mano, non può avvenire prima del 1° novembre dell’anno della vendemmia. Il termine “sciachetrà”, con cui il rinforzato è ormai conosciuto ovunque, è attestato soltanto verso la fine dell’Ottocento. Pare che uno dei primi a utilizzarlo sia stato il pittore macchiaiolo Telemaco Signorini il quale, nel suo scritto di memorie Riomaggiore, ricordando le tante estati trascorse nel borgo delle Cinque Terre, afferma che “in settembre, dopo la vendemmia, si stendono le migliori uve al sole per ottenere il rinforzato o lo sciaccatras“.

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