• Ven 14 Giu 2024

La sorpresa alle porte di casa

È un attimo. Neanche il tempo di un respiro. Una sfumatura, una distrazione. Così fugace da non lasciare memoria eppure così profondo da restarne assetati prima che la ragione imperi. Si chiama sorpresa. L’emozione più breve di tutte e quella presupposto a tutte. Nelle mie infinite riflessioni mi sono sempre chiesta a che punto intervenga la mente ad influenzare il godimento di un sorso di vino. Quanto e quando il sapere e la conoscenza amplifichino o demoliscano quell’attimo di smarrimento e remota goduria, la sorpresa di un nuovo particolare scoperto, un sapore, un odore che balena come passeggero bagliore per scomparire affidandoti a quell’istante confuso prima che la mente arrivi a mettere ordine al disordine. È in quel momento il genuino piacere? Quello autentico privo di ragionamenti e retaggi? Così quel giorno. Il messaggio diceva “1 p.m at Osteria“. Avevo giusto il tempo di prepararmi. Era un cocente giorno di inizio agosto. Avevo voglia di qualcosa che avesse un buon sapore senza dovermi imbracare negli schemi mentali che la mia formazione professionale fa scattare in automatico. Avevo voglia di sorprese. Al tavolo all’ombra di un albero di fico nella corte dell’osteria guardai l’immagine deforme della bottiglia che il ghiaccio e la glacette mi rimandavano. Una sagoma scura ed affusolata dall’etichetta elegante e i sobri colori, pareva quasi chiedesse “ci conosciamo?” ai miei sguardi insistenti. Mi colpì la semplicità dell’insieme, nulla di nascosto e nulla di ostentato, ben disposta a lasciar scoprire la sua essenza a chi è pronto a comprenderla, di grande effetto conclusi. L’oste stappò la bottiglia e l’avvolse in un tovagliolo color panna prima di versare il vino che dopo aver ondeggiato nel vetro per qualche istante si fermò con un fruscio delicato.

Ed eccolo lì sotto i miei occhi pronti per fare conoscenza. Brillante, limpido, vivo. Alzai il bicchiere per seguire attraverso le sue trasparenze la strana geometria delle colline in posa dinnanzi a noi come il fondale di un teatro, policromia di verde che passava dal marino dell’olmo, al cinabro della robinia, al verde giada del faggio. Ed infine quello mimetico delle viti ormai mature pennellate sulla cima dagli spruzzi brillanti dei giovani tralci che si ergevano dritti al cielo, ribelli. Poi quella linea dolcemente rotonda che pareva spezzarsi all’improvviso nelle verticalità delle gole scavate dall’acqua, moriva nei discontinui pianori vitati. L’aria calda era intrisa dell’odore della clorofilla dell’erba appena tagliata nelle scarpate sottostanti. Nessun rumore se non quello della musica di sottofondo. Alle spalle la presenza del grande edificio dell’osteria, una vecchia casa colonica segnata da una striscia rossa che scorre in orizzontale a metà altezza che indica il casato di appartenenza, una delle tante disseminate in queste colline, in passato abitate dalle famiglie numerose dei mezzadri che lavoravano le terre del principe. Mi soffermai appena sui delicati profumi di frutta fresca del vino inibiti dalla sua temperatura bassa ed intrecciati a quello riconoscibile di un limone maturo insieme ai ritorni della clorofilla che impregnava l’aria. Respinsi quell’istinto razionale che voleva impicciarsi suggerendo le solite noiose domande e passai all’assaggio per non perdere quel momento di pace. Ed eccolo l’atteso brivido salire in superficie, reattivo e caotico per quanto di nuovo sentivo rispetto a tutto ciò che avevo colto fino a quel momento dei vini della categoria.

Un equilibrio dal sapore pieno e polposo che per quanto scivolasse leggero lasciava un ricordo materico ed invogliante. Un attimo. La sorpresa. Quel residuo zuccherino prossimo allo zero e quella bassa gradazione alcolica non inficiavano la pienezza del gusto e la setosità della beva. La sapidità si portava dietro una trama quasi polverosa, ricordava quell’impalpabile nuvola di terra che si solleva al peso dei passi che calpestano questi suoli argillosi, così secchi in questa stagione dell’anno. Il tessuto delle bollicine era simile a quello delle particolari conformazioni rocciose di origine alluvionale che formano lo scheletro del territorio. Tanti piccoli sassi pressati insieme dalla potenza delle acque del grande fiume in piena eppure così fragili da sgretolarsi al tocco. Egualmente le bollicine si liberavano eteree nel bicchiere per rivelare al palato la loro ferma presenza. Poi la ragione. Evoluto nel suo concepimento, tradizionale nell’impronta. Volete una sorpresa anche voi? Sto parlando di un Prosecco. Rive di Collalto Spumante Brut Docg Millesimato dell’azienda Borgo Luce. Una giovane squadra condotta da una parte della nobile e secolare famiglia dei Collalto sita in agro di Susegana. Conegliano Valdobbiadene, ovviamente. Una storia familiare che è parte del territorio e che riflette i suoi nobili valori anche nella conduzione dell’azienda. Un microcosmo che fa dell’ambiente, dell’energia e dell’alimentazione baluardi del proprio lavoro. Quel giorno non solo scoprii uno tra i migliori prosecchi sul mercato proprio dietro la porta di casa ma ebbi conferma di quale meravigliosa emozione sia la sorpresa e che il piacere infondo altro non è che un attimo, quello in cui cogliamo la semplicità di ciò che si spiega alla nostra conoscenza nella sua forma più immediata, lasciando a casa influenze, aspettative e preconcetti che la mente razionale e l’ambiente esterno ci impongono.

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