Il Moscato bianco: profumi dalla notte dei tempi

Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva,
si gusta, si sorseggia e… se ne parla.
Edoardo VII (1841 – 1910)

Il Moscato (inteso come Moscato bianco, N.d.A.) è un’uva che profuma di storia, che è capace di raccontare di templi e naviganti, di quando il mondo era racchiuso nel Mediterraneo e le Colonne d’Ercole ne sancivano i confini. Il moscato è un’uva che profuma di festa, di quando – da bambino – assaggiavo, sentendomi già grande, il primo goccio di vino dolce col panettone il giorno di Natale. Il Moscato, per noi italiani fieri di esserlo, è un’uva che profuma di Piemonte, delle sue colline ricoperte di vigne, delle piccole strade tortuose che ci conducono, Denominazione dopo Denominazione, lungo un viaggio attraverso l’enografia di una delle regioni simbolo dell’Italia enoica. Il moscato è dunque l’uva che ha accompagnato, e ancora accompagna, l’Umanità lungo lo scorrere del tempo, consacrandone i momenti – pubblici o privati che siano – più importanti e divenendo, in tal modo, essa stessa parte della Storia.

Il Moscato bianco e il Piemonte, ovvero lunghi secoli d’amore

L’origine delle numerose varietà di uve Moscato sensu lato, note e meno note, sono tutte più o meno direttamente riconducibili al Moscato bianco (MB): da esso, infatti sembra essere derivato il Moscato di Alessandria, tramite un incrocio del MB con una rara varietà, l’Axina de Tres Bias, attualmente conosciuta per la Sardegna, Malta e le Isole Greche. Allo stesso modo, ovvero tramite incroci spontanei, dal MB sono derivati numerosissime varietà sia aromatiche, ad esempio il Moscato giallo, sia non aromatiche quali, a solo titolo di esempio, il Catarratto bianco e il Bombino bianco. In ogni caso, ciò che sembra essere ormai accertato, sia su base biomolecolare sia dalle fonti storiche, è l’origine greca di questa varietà che tanto ha influenzato il patrimonio ampelografico dell’intera Europa e non solo. A titolo di completezza, ritengo utile segnalare che, secondo Robinson J et al., 2012 – Wine Grapes, il nome corretto di questa varietà è Muscat blanc à petits grains e che, di conseguenza, l’italiano Moscato bianco, con il quale questo vitigno è iscritto al Registro Nazionale delle Varietà di vite, è da considerarsi un sinonimo.

La prima menzione di questa varietà per l’Italia è contenuta nel Ruralium Commodorum libri XII di Pietro de’ Crescenzi (1304); in seguito, sotto numerosi ma inequivocabili sinonimi, lo ritroviamo in Francia (1394), in Spagna (1513), in Germania (1534) e in Svizzera (1536).

Il Moscato bianco in Piemonte è citato a partire già dal XIV secolo ma fu nei secoli successivi – XVI, XVII e XVIII – che divenne una delle uve più importanti delle regione, rinomata per la qualità dei vini che se ne possono ottenere e che spesso furono utilizzati come regali diplomatici. Alla fine del secolo successivo, dal supplemento del Secolo di Milano del 1891, risulta che il MB era una delle uve più diffuse dell’Astigiano e che i vini da essa ottenuti – così come quelli di altre varietà tradizionali quali Barbera, Freisa, Grignolino e Dolcetto – erano venduti in Lombardia, nell’alto Piemonte, in Germania e in America meridionale. È, inoltre da sottolineare che Il vero “Vermouth di Torino”, il migliore e più pregiato, doveva essere preparato con almeno una quarta parte di Moscato di Canelli.

Attualmente, in Italia il Moscato bianco è una varietà idonea, oppure idonea e consigliata, in tutte le regioni ad eccezione del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia; oltre all’Asti Docg, è inserito dei disciplinari di produzione di 28 Doc e 102 Igt.

I vini ottenuti da uve Moscato bianco non appassite – fatte salve le ovvie differenze legate a terroir, cloni e impronta del produttore – si caratterizzano per l’evidente nota varietale (di origine terpenica, in gran parte dovuta al linalolo) con sentori che riportano alla mente la salvia – sensu Veronelli, ovvero Salvia sclarea chiamata anche Erba moscatella – gli agrumi e la rosa; a questi profumi si aggiungono profumi di frutta bianca, di frutta tropicale e di miele. Al gusto, tali vini sono caratterizzati da una spiccata freschezza fondamentale nell’equilibrio delle tipologie dolci tanto spesso prodotte con dette uve. È interessante ricordare che una ricerca svolta in Piemonte, al fine di identificare – tra le altre cose – il legame fra le caratteristiche pedoclimatiche e geomorfologiche e la concentrazione di linalolo nelle uve, ha evidenziato una maggior concentrazione di questo terpene nelle zone a maturazione più precoce e nei vigneti con esposizione a est o a ovest.

In Piemonte, buona parte dei vigneti di Moscato bianco sono presenti nelle province di Alessandria, Asti e Cuneo in un’ampia zona che vede in Canelli il proprio “baricentro” geografico. Tali vigneti sono prevalentemente coltivati a quote comprese fra i i 200 e i 280 metri di quota anche se la zona complessivamente interessata dalla loro coltivazione comprende una fascia altitudinale più ampia compresa fra i 100 e i 400m s.l.m. Questa varietà dà vita, vinificata in purezza, all’Asti Docg, nonché alle Doc Strevi e Loazzolo, queste ultime da uve passite; è, inoltre, possibile la produzione di un Piemonte Doc Moscato e di un Piemonte Doc Moscato Passito sempre da vinificazioni in purezza. La superficie vitata a Moscato bianco in Piemonte nel 2014 era pari a oltre 9500ha, in grandissima parte all’interno del territorio di produzione dell’Asti Docg (Dati Valoritalia).

Dal punto di vista geologico, i terreni appartengono pressoché tutti al miocene, soprattutto al miocene medio (Langhiano – Elveziano) e a quello superiore e solo in misura assai minore hanno avuto origine nel corso del pliocene inferiore (Messiniano). Nell’area predominano i terreni calcareo-marnosi ma sono presenti porzioni con prevalenza di marne argillose, grigiastro-azzurrognole, sovente alternate con con suoli di origine arenacea; da ultimo, sono anche presenti banchi di materiali più sciolti, sabbiosi o ciottolosi.

Nel suo complesso, il clima dell’area è di tipo temperato suboceanico con estati calde e inverni freddi e con la temperatura media annuale che si attesta intorno ai 12-13°C; le precipitazioni annuali, caratterizzate da due picchi principali in primavera e autunno, mostrano una media annuale – sul lungo periodo – compresa fra i 650 e i 950mm; inoltre, le precipitazioni mostrano un cline positivo da nord verso sud raggiungendo, nelle aree prospicienti gli Appennini, i 1100-1200mm annui.

Asti Docg

L’area di produzione, delimitata nel lontano 1932, comprende ben 52 comuni del Sud Piemonte, nelle province di Alessandria, Asti e Cuneo e la sua produzione vede coinvolte oltre 4000 aziende. Questo vino ottenne la Doc nel 1967 e, in seguito, nel 1993, gli venne riconosciuta la Docg. Il disciplinare prevede quattro tipologie di Asti Docg, ovvero: Asti o Asti Spumante, Asti o Asti Spumante Metodo Classico, Moscato d’Asti e Moscato d’Asti vendemmia tardiva; tutte queste tipologie devono essere prodotto a partire esclusivamente da uve Moscato bianco.

Il Disciplinare prevede le tre seguenti sottozone di produzione: Canelli, Santa Vittoria d’Alba e Strevi.

Per la sottozona Canelli è prevista la produzione esclusivamente della tipologia Moscato d’Asti ovvero con una sovrappressione alla temperatura di 20° centigradi in recipienti chiusi, dovuta all’anidride carbonica in soluzione, non superiore a 2,5 bar.

Per la sottozona Santa Vittoria d’Alba è prevista la produzione della tipologia Moscato d’Asti – ovvero con una sovrappressione alla temperatura di 20° centigradi in recipienti chiusi, dovuta all’anidride carbonica in soluzione non superiore a 2,5 bar – e della tipologia Vendemmia Tardiva.

Per la sottozona Strevi è prevista la produzione esclusivamente della tipologia Moscato d’Asti ovvero con una sovrappressione alla temperatura di 20° centigradi in recipienti chiusi, dovuta all’anidride carbonica in soluzione, non superiore a 2,5 bar.

Strevi Doc

Nata nel 2005, questa Denominazione di origine insiste esclusivamente sul territorio del comune di Strevi, in provincia di Alessandria. Questo vino è ottenuto da uve Moscato bianco appassite all’aria aperta in cassette o su graticci oppure in locali chiusi e ventilati per un periodo di almeno 30 – 40 giorni; la fermentazione avviene con le bucce ma in assenza dei vinaccioli. I vigneti sono siti obbligatoriamente al di sopra dei 160m di quota.

Lo Strevi Doc può essere commercializzato solo dopo essere stato sottoposto ad un periodo di affinamento e invecchiamento di almeno due anni a decorrere dal giorno 1 ottobre dell’anno di produzione delle uve; è ammessa la menzione di vigna. È un passito di ottima eleganza e dotato di lunghe capacità di invecchiamento.

La grande qualità del vino e la sua rarità – a causa delle scarse rese e dell’impegno necessario alla sua produzione, questo passito era stato prossimo alla scomparsa – hanno spinto un gruppo di produttori a dar vita, in collaborazione con Slow Food, al Presidio del Moscato passito della Valle Bagnario di Strevi, ovvero a uno Strevi Passito prodotto in Valle Bagnario, da sempre considerata la zona più vocata per la produzione di questo grande vino dolce. I sei produttori aderenti al Presidio, oltre a garantire la massima qualità del prodotto, praticano una viticoltura rispettosa dell’ambiente e un’attenta tutela delle antiche vigne della Valle. Inoltre, il loro disciplinare li obbliga alla vendemmia in casette e all’appassimento sui graticci.

Loazzolo Doc

Il Loazzolo, che ha ottenuto il riconoscimento della Doc nel 1992, è prodotto, nell’omonimo comune a circa 400m s.l.m. in provincia di Asti, esclusivamente da uve Moscato bianco, vendemmiate tardivamente e, spesso, successivamente appassite in cassette; durante queste fasi le uve sono, frequentemente, soggette all’infavatura dovuta alla Botrytis cinerea. I vigneti da cui derivano le uve sono coltivati su suoli di origine di origine miocenica (Langhiano) caratterizzati da struttura calcareo-marnosa tendenzialmente sciolta ed elevata acclività, obbligatoriamente superiore al 20%; le esposizioni sono tassativamente comprese fra oriente e occidente. Attualmente, la superficie di vigneti rivendicata per il Loazzolo Doc è di solo 1ha (dati Valoritalia 2015 riferiti all’anno 2014).

La data di inizio della vendemmia delle uve destinate alla produzione del vino “Loazzolo” decorre dal 20 settembre e le uve devono essere raccolte con cernite successive. Questo vino non può essere immesso al consumo se non dopo un periodo di affinamento e invecchiamento di almeno due anni a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello di produzione delle uve; durante tale periodo, è prevista la permanenza del vino per almeno sei mesi in botti di legno di capacità non superiore a litri 250.

Il Loazzolo Doc è connotato da un panorama olfattivo molto ampio ed elegante, capace di esprimere sia le note varietali sia quelle legate all’appassimento e alla presenza della muffa nobile; al gusto spicca per dolcezza e armonia in virtù della marcata freschezza. È un vino dalle non comuni capacità di invecchiamento.

Per ulteriori informazioni è possibile scaricare liberamente i vari disciplinari dal sito del MIPAAF

Note conclusive

Questo articolo vedrà un prosieguo nel prossimo futuro con il quale saranno raccontate alcune Aziende che ben rappresentano l’eccellenza dei propri territori e saranno, inoltre, descritti alcuni loro prodotti che, di comune accordo, abbiamo ritenuto essere in grado di meglio esprimere le grandi capacità del Moscato bianco, dei territori qui raccontati e del lavoro di chi quotidianamente si impegna per regalarci attimi di felicità.

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