I vini arabi del Libano

“Per sempre camminerò per questi lidi, tra la sabbia e la schiuma, l’alta marea cancellerà le mie impronte, e il vento soffierà via la schiuma. Ma il mare e la spiaggia dureranno per sempre” Khalil Gibran

Ferma, come raramente accade, a decidere da dove cominciare. Sono convinta che questo sia uno di quei territori che non è facile, né giusto, liquidare in due parole o con una semplice descrizione. Non nascondo che a complicarmi le cose interviene quella componente di fascino sottile, intrigante, ispirato da immagini contraddittorie, inflazionate da notizie filtrate dai media, politicizzate, razziste, che attrae e nello stesso tempo respinge facendo presa su quel modo tutto occidentale di pensare al mondo orientale.

Allora parto dall’oggetto.

Voglio parlare di un territorio non dilaniato da continue guerre, non roccaforte di oltranzismo religioso ma di un territorio ricco di storia e cultura che da sempre ha attratto altri popoli per le sue abbondanti risorse naturali, gli approdi sicuri lungo la costa, e le ottime possibilità difensive offerte dalle alte montagne. Di un territorio che ha dato natali a celebri scuole di pensiero quali il pitagorismo, lo storicismo e il neoplatonismo. Come ricorda lo storico greco Strabone: Sidone e Tiro furono ineguagliabili per i tanti filosofi ai quali diedero i natali. In queste terre nacque l’alfabeto fonetico, si perfezionarono le tecniche dell’architettura e della navigazione, prosperarono la scienza e la letteratura.

Terra di Fenici, gli antichi abitanti (1600-531 a.C.), che occupavano una striscia lunga circa 250 chilometri, compresa tra il mare Mediterraneo a Ovest, le montagne del Libano a est, la Palestina a Sud. Le coste del territorio garantivano buoni porti e le montagne erano ricche dei famosi cedri del Libano, alberi adattissimi alla costruzione di navi, sia per i tronchi dritti e lunghi che per la qualità del legno, molto resistente all’acqua. Divenuti abili navigatori, i Fenici costruirono i loro principali centri nelle città di mare di Arad, Ugarit, Biblo, Berito (odierna Beirut), Sidone e Tiro.

Promossero l’oleocoltura, l’estrazione del sale con la costituzione delle saline, l’allevamento di animali da cortile, la conservazione del vino in recipienti ceramici, l’apicoltura, l’espansione della coltivazione di alberi da frutta, l’industria della pesca e la diffusione del vetro.

Gli storici confermano che proprio in Libano venne inventato il vino, 7mila anni fa. Solo nel 3.000 a.C. le conquiste fenice divulgarono la bevanda in Egitto, Grecia, Italia, Cipro, Sardegna e Spagna. L’esportazione continuò per secoli, intermediata nel medioevo dai mercanti veneziani. Nel 1517 l’impero Ottomano ne vietò la produzione se non per scopi religiosi. Per questo la produzione e la tradizione sono rimaste in mano alle comunità cristiane.

Le pratiche della viticoltura moderna arrivano solo verso la metà del 1800, quando i monaci francesi avviano la piantagione di vari tipi di uve nella zona centrale della odierna contesa Valle di Bekaa, situata circa 30 km a est di Beirut. Con la dominazione francese la Valle si popolò di vigneron.

Chateau Musar e Chateau Kefraya sono i due esempi più importanti di eccellenza enologica araba a base Cabernet, i vini più stimati e ricercati dai connoiseur del modo .

In epoca romana la Valle della Bekaa era il granaio della provincia di Siria, attualmente comprende il 40% dei terreni coltivabili libanesi, le zone settentrionali, più aride e sterili, costituiscono terreni di pascolo per i pastori nomadi mentre le zone più fertili dove crescono frumento, granturco, ortaggi si stanno man mano trasformando soprattutto nei dintorni di Zahlah in vigneti ampliando in maniera esponenziale la già vocalissima area destinata alla coltivazione di vitigni francesi (Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot) e qualche antico autoctono quali Merwah e Obaideh. Queste uve, così come il loro vino emanano un gusto unico che non è conosciuto nel resto del mondo. Château Musar produce una miscela di queste uve antiche nel suo Musar Bianco. I vini sono generalmente classificati in comuni, di medio livello e di fascia alta (questi ultimi si contraddistinguono per la denominazione Château riportata in etichetta).

Il mercato del vino in Libano, tra importazioni ed export, vale circa 20,8 milioni di euro. Secondo i dati doganali, i libanesi comprano all’estero vino per 9,8 milioni di euro e 1,04 milioni di bottiglie mentre ne spediscono oltre confine 1,93 milioni per un fatturato di 10,88 milioni di euro. Tra i partner commerciali il principale resta la Francia che fornisce al Libano l’84% delle importazioni mentre di seguito ci siamo noi italiani che contiamo nelle acquisizioni all’estero per l’8%.

Tra i compratori di vino libanese il più importante è il Regno Unito, con il 24% delle esportazioni, seguono Francia con il 17%, Stati Uniti con il 13%, Emirati Arabi Uniti e Canada 5%, e Belgio 4%. Ma Nonostante i numeri e le brillanti prospettive, il governo libanese non interviene però a sostegno di questo settore emergente. I vinificatori libanesi non ricevono alcun aiuto dallo Stato, che invece farebbe bene a elargire finanziamenti mirati, pianificare campagne di marketing e implementare meccanismi e protocolli (come sta facendo per l’olio di oliva, ad esempio).

Sul The Daily Star di Beirut, Michael Karam, esperto di vini e autore del pluripremiato libro Wines of Lebanon , ricorda che sebbene ci siano stati tentativi di creazione di un istituto nazionale, responsabile di tutti i livelli (dalla coltivazione, alla produzione, alla vendita) dell’industria vinicola e si sia tentato di creare un sistema di certificazione internazionale, le autorità libanesi si dimostrano poco lungimiranti o forse piuttosto “riluttanti ad essere coinvolte in un settore che potrebbe offendere alcune sensibilità religiose“. E così in Libano anche il vino diventa un simbolo di “appartenenza” e di conseguenza uno strumento di aperto scontro politico.

CHATEAU MUSAR

Chateau Musar, vigna innevata, è stata fondata nel 1930 da Gaston Hochar, appassionato di vino, ispirato dalla tradizione millenaria della vite in Libano.

Il mio Paese è stato un grande predecessore nel mondo del vino, già 6 mila anni fa con i Fenici grazie a un mix tra la cultura libanese e quella mediterranea “.

Il figlio più grande di Gaston, Serge, fece conoscere l’azienda nel mondo. Gaston, allievo di Emile Peynaud, volle provare un assemblaggio bordolese in Libano, con Cabernet Sauvignon, Carignan e Cinsault coltivati a quote lievemente inferiori, circa 1.000 metri sul livello del mare. Da allora fu una continua scesa. Il vino che più colpisce di questa azienda è il Musar bianco.

” lo Chateau Musar ha una sua peculiarità che non è riscontrabile in nessun altro vino della valle della Bekaa. Infatti molti vini si assomigliano perché vengono realizzati con lo stesso lievito, che è lo sperma dell’uva. Noi invece analizziamo ogni singolo ettaro perché al suo interno ci possono essere centinaia di migliaia di lieviti.”

Lo Chateau Musar bianco è prodotto con due vitigni autoctoni mediorientali, Obaideh e Merwah, che crescono sulle montagne libanesi a ben 1.500 metri di quota, a causa delle elevate temperature ambientali libanesi, e sembranoessere i progenitri di Chasselas e il Semillon portati in Francia dai crociati. Il terreno è ghiaioso con sottosuolo calcareo, e le rese mai superiori a 15 ettolitri per ettaro. I vigneti hanno un’età di 50-70 anni. Serge definisce le coltivazioni aziendali come una sorta di biologico primordiale, precedente a qualsiasi codificazione di coltura organica.

“Noi abbiamo sempre coltivato senza uso di fertilizzanti o fitofarmaci (anche perché non ce n’è bisogno), le nostre vendemmie sono sempre state manuali, e non abbiamo mai usato lieviti selezionati”.

La filosofia aziendale è una fusione di tradizione ed innovazione, ma sono i sapori antichi e moderni che si incontrano in queste produzioni uniche al mondo. Chateau Musar bianco è vinificato in barrique francesi di Nevers usate (quelle nuove vengono riservate in una quota non superiore al 20% per il rosso), e lasciato nelle stesse per 9 mesi. Non è chiarificato con argille ma decantato per gravità. Dopo l’imbottigliamento aspetta sette anni prima della commercializzazione. Pochissima solforosa e ne sono state prodotte 30.000 bottiglie.

Chateau Musar 1999: colore oro antico già osservabile dalla bottiglia di vetro trasparente. Brillante. Al naso è ricco di marmellata di albicocca, miele, fichi secchi, noci e zenzero. In bocca è secco, anche se sembra avere un lievissimo residuo zuccherino, facilmente confondibile con gli intensi aromi fruttati. Non ha un’acidità elevata ma si mantiene intenso e lungo. Ritorna in bocca il miele e la frutta secca.

CHATEAU KEFRAYA

Château Kefraya è nato nel 1951 dalla volontà di Michel de Bustros, ed è situato nel cuore del Libano a 20 km a sud della città di Chtaura. La proprietà conta 300 ettari di vigneto distribuiti sui contrafforti del Monte Barouk, ad un’altitudine compresa tra i 950 e i 1100 metri. I terreni calcareo-argillosi sono sassosi, con una bassissima fertilità, e i vigneti sono sostenuti da terrazze oppure situati su forti pendenze. Se a questo si aggiunge che in zona 6 mesi all’anno sono praticamente privi di precipitazioni, e che la luminosità e il soleggiamento sono costanti, si comprende come il territorio sia straordinariamente vocato alla viticoltura di qualità.

Le uve sono tutte di origine francese; tra le varietà rosse spiccano il Cabernet sauvignon, la Grenache, il Mourvédre, il Carignan, il Cinsault e lo Syrah, mentre tra le varietà bianche le più usate sono l’Ugni Blanc, il Sauvignon, lo Chardonnay, la Clairette e la Bourboulenc. La cantina modernamente attrezzata è frutto della collaborazione con le più importanti ditte francesi del settore. A differenza di Chateau Musar i vini sono definiti più “giovani” al consumo.

Chateau Kefraya 1998 . Nasce da uve Cabernet Sauvignon 35%, Mourvédre 27%, Carignan 17%, Cinsault 11% e Syrah 10%. Le diverse varietà sono vendemmiate manualmente e vinificate separatamente utilizzando lieviti autoctoni, e la fermentazione dura circa 30 giorni con frequenti rimontaggi a temperature controllate di 28-35°C. Dopo la frementazione malolattica i vini vengono riuniti e maturati per 16 mesi per il 90% in serbatoi di acciaio e di cemento, per la parte restante in barriques di rovere francese. Assemblati e imbottigliati, e ulteriormente affinati in cantina per circa un anno prima della spedizione.

Il colore è rosso granato con qualche riflesso rubino ancora evidente. Naso ampio e molto intenso. Evidente la prugna, il ribes nero e la mora, accompagnati da sentori floreali di ciclamino e rosa selvatica che si fondono con una nota vanigliata e speziata discreta legata al legno. In bocca è davvero equilibrato, di ottima struttura e con una grande lunghezza. Un vino non molto facile da trovare ma sicuramente da assaggiare alla prima occasione.

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