Hic est Barbera: intervista a Beppe e Raffaella Bologna, titolari dell’Azienda Braida

Da tempo desideravo parlare di Barbera, perché parlare di Barbera nel vino è come parlare di Alberto Sordi nel cinema o delle lasagne per quanto riguarda la cucina. La Barbera è uno degli emblemi del vino italiano nel mondo: rappresenta la nostra tradizione ma anche la capacità di rinnovarsi e riscattarsi e mai come in questi anni, il nostro Paese ha bisogno di modelli positivi a cui ispirarsi. Giacomo Bologna, sua moglie Anna e i suoi figli – Beppe e Raffaella – hanno fatto e continuano a fare proprio questo: promuovere – nei fatti e non solo nelle parole – questo vino nel mondo, senza stravolgerlo e senza negarne le origini, ma partendo proprio da queste per realizzare i prodotti che li hanno resi famosi nel mondo.

Ecco quindi, per cominciare questo viaggio nell’universo Barbera, una breve intervista con Beppe e Raffaella, gli attuali titolari dell’Azienza Braida di Rocchetta Tanaro.

“Di un paese al centro del mondo” con queste parole inizia la descrizione della storia aziendale sul vostro sito web: a distanza di tanti decenni dall’inizio della vostra entusiasmante avventura nel mondo del vino, quale credete sarà il ruolo del Monferrato e dei suoi vini nel prossimo futuro in Italia e nel mondo?

Beppe: Il Monferrato ha avuto ed ha ancora molto da dire e da dare in campo enologico, è una terra ricchissima di tradizione e di vigneti autoctoni pregiati e antichi, che avrebbe bisogno di molta più forza imprenditoriale e di un ritorno al mondo agricolo da parte delle nuove generazioni. Il territorio è ricco di opportunità da far emergere e valorizzare, di sfide che credo dovrebbero entusiasmare e stimolare i giovani d’oggi; è una consapevolezza importante, a mio avviso.

La vostra è stata, sotto la conduzione del Signor Giacomo, la prima Azienda a intraprendere un percorso di valorizzazione e rilancio della Barbera. In questo lungo lavoro, un ruolo fondamentale è stato svolto dalla barrique. In questa nuova fase di diffidenza, spesso ingiustificata, nei confronti dei legni piccoli da parte di molti consumatori quali le vostre opinioni a riguardo?

Beppe: Come in tutti i settori, ci si schiera fra i pro o i contro e si formano squadre di pensiero dominante. La Barbera trova con la Barrique una liaison magnifica. Certamente occorre che il produttore, noi per primi in effetti ci assicuriamo che sia così, sia in grado di creare un vestito su misura per questo vitigno e non una taglia abnorme rispetto al fisico del vino.

Tra le vostre interpretazioni della Barbera spiccano anche due sue diverse versioni: la Monella, vivace, e il Montebruna, invecchiato in botti grandi. Come vengono accolte dal mercato queste diverse espressioni di questo vitigno?

Raffaella: sono entrambe espressioni di tradizione in maniera diversa tra loro, è un punto molto importante che crediamo faccia la differenza.

Raccogliamo da sempre un grande consenso con la Monella, Barbera frizzante che rimane per molti l’espressione più tipica, apprezzata per la sua piacevolezza che accompagna con frutto e freschezza i piatti tipici piemontesi oppure, come non parlarne, un fantastico pane e salame pomeridiano! Nonostante il periodo economico difficile la domanda di questo vino è in crescita sia per il 2013 che per il 2014 (dati di vendita del primo bimestre).

Montebruna prima ancora di essere un vino è un progetto ed una magnifica proprietà che fu dei Marchesi Incisa della Rocchetta, acquistata in più riprese e con molteplici atti notarili dalla fine degli anni ’90. E’ una barbera tradizionale affinata in grandi Tonneaux di rovere di Slavonia, che piace molto anche per il notevole rapporto qualità/prezzo.

Barbera e giovani: il mondo giovanile mostra un grave scollamento dalle tradizioni enologiche del nostro Paese: secondo la vostra esperienza, come viene accolta la Barbera, nelle sue diverse espressioni, dalle nuove generazioni?

Raffaella: L’approccio dei giovani al mondo del vino è molto cambiato negli ultimi anni. Siamo passati da un quasi totale disinteresse e non conoscenza dove si preferiva la gamma dei superalcolici e dei cocktails, ad un progressivo interesse o addirittura sostituzione da parte di molti, che oggi lo preferiscono in vari momenti del loro tempo libero, basti pensare al successo degli aperitivi: in questo contesto la nostra Barbera trova un significato e un successo eccellente, sia nell’espressione frizzante sia in quella ferma e invecchiata.

Certamente se si parla di giovani bisogna tener conto della velocità con cui cambiano mode e tendenze, della viralità delle informazioni che vengono veicolate tra di loro, dove è necessaria un’attenzione ancora maggiore e uno stimolo sempre nuovo che li renda curiosi.

La vostra famiglia è impegnata con eccellenti risultati anche nella ristorazione (Trattoria I Bologna): in generale come sono accolti i vini a base Barbera nel resto di Italia? E dal mercato estero?

Raffaella: Da sempre la nostra famiglia si muove in parallelo tra attività di cantina e di ristorazione. I miei zii Carlo e Mariuccia Bologna, oggi aiutati da mio cugino Beppe e dalla preziosa moglie Cristina, sono i portabandiera della tradizione gastronomica piemontese. È conseguente e logico pertanto che i vini del territorio siano spinti e proposti come abbinamento ideale, in un contesto sia italiano sia soprattutto estero che predilige, oggi in forma ancora maggiore, un abbinamento di tipo regionale come specchio della tipicità della zona.

Il Grignolino è un altro grande maltrattato dalla storia enologica recente: quali potenzialità trovate in questo vitigno e quali risultati state ottenendo con il vostro?

Beppe: Personalmente mi sono impegnato molto nel migliorare la qualità percepita su questo antico vitigno, decisamente molto impegnativo sia in vigna che in cantina e che si rivela difficile molte volte al consumatore finale, austero nella sua intrinseca eleganza.

Attualmente abbiamo, oltre alle vigne più datate, un vigneto nuovo di 2 ettari che rappresenta la nostra scommessa per il futuro, date le novità apportate nella progettazione come la scelta del terreno e la fittezza di impianto.

La rinnovata attenzione agli antichi autoctoni ha, negli ultimi due decenni, rilanciato due bianchi piemontesi, l’Arneis e il Timorasso. Dai vostri vigneti in Langa presso Trezzo Tinella state contribuendo al rilancio di un’altra varietà a lungo negletta: la Nascetta. Ritenete che il rilancio dei vini ottenuti dalle antiche varietà potrà aprire all’Italia nuovi mercati, permettendole di contrastare da un lato la grande tradizione francese e dell’altro i nuovi paesi produttori totalmente vocati agli internazionali?

Beppe: I vitigni autoctoni sono un valore aggiunto enorme contro l’omologazione. Buona parte di questi sono quasi del tutto scomparsi ma su alcuni si può ancora lavorare in modo molto interessante. La Nascetta è uno splendido esempio, utilizzata da noi inizialmente solo in assemblaggio, dallo scorso anno l’abbiamo presentata in purezza ottenendo un risultato eccezionale.

Il mercato: un mostro a due teste. Da un lato seguito e adulato per ovvie necessità commerciali, dall’altro accusato di omologare i gusti, di favorire i grandi capitali e di portare alle scomparsa le piccole realtà. Quanto, a vostro avviso, i produttori artigiani possono fare per evitare le storture che, indubbiamente, spesso li forzano a scelte non rispettose del territorio e della qualità?

Raffaella: il Mercato spesso presenta il suo conto, come sta accadendo in questo ultimo triennio.

Le aziende che per varie situazioni non si sono affermate sui mercati internazionali si sono trovate a fronteggiare un mercato interno in grandissima recessione. Chiusure di locali e consumi in calo fanno ormai del mercato italiano un mercato saturo e soprattutto sempre più regionalizzato o addirittura provincializzato. I piccoli produttori per dare un contributo al mercato stesso e fare la loro differenza devono essere innovativi, mai andare nello stesso terreno di scontro delle aziende industrialmente ed economicamente più forti.

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