• Dom 22 Mag 2022

Grandi Langhe 2020 parte seconda: Langhe e Roero in bianco

Come annunciato, questo articolo prosegue idealmente il percorso tracciato in quello dello scorso 18 marzo (clicca qui per leggere), nel quale Augusto Gentilli ci ha accompagnati nella scoperta e degustazione dei vini rossi che più ci hanno colpito dell’edizione 2020 di Grandi Langhe, svoltasi ad Alba il 27 e 28 gennaio. In compagnia dell’amico e collega, ho avuto modo di apprezzare il lato meno conosciuto di Langhe e Roero, per riscoprire quanto tra queste colline anche il vino bianco sia capace di esprimersi con sorprendente personalità.

Foto di Franco Giaccone

Le degustazioni

A me allora il compito di provare a raccontare alcuni assaggi. Non è stato semplice scegliere, data l’elevata qualità dei prodotti presentati, ai quali molti viticoltori tengono particolarmente, riversando in essi passione e competenza. Così, senza alcuna pretesa di esaustività, provo ad accompagnarvi in questo percorso, per me tanto evocativo da proporvi di riviverlo come una vera e propria passeggiata, nella quale il vino ci riporta alla terra e i vignaioli ci dischiudono un poco le porte delle loro case e della loro storia. Perdonerete se in tutto questo è bello lasciarsi un po’ andare.

Agricola Marrone – Langhe Doc Favorita – 2018

L’Azienda

La nostra passeggiata di degustazione inizia proprio dal cuore delle Langhe: ci troviamo in uno dei centri pulsanti di queste colline, a La Morra, dove nella frazione Annunziata incontriamo l’Azienda Agricola Gian Piero Marrone. Una realtà, questa, che può ben essere definita famigliare, se consideriamo che quella attuale è la quarta generazione di vignaioli (a coprire oramai un centinaio d’anni di produzione!) e che la conduzione – dal vigneto alla firma enologica, fino alla commercializzazione – è ancora saldamente in mano a Gian Piero, alla moglie e alle tre figlie. Tra i docili pendii delle colline, ci facciamo accompagnare nei vigneti di favorita, dato che è questo il vino che vogliamo per primo assaggiare. L’esposizione è a nord-ovest e l’altitudine è 300m s.l.m.. Queste colline, di recente formazione geologica, hanno in superficie un terreno prevalentemente calcareo, con un’elevata presenza di sabbia di quarzo e calcare molto fine, che si alternano a strati compatti di arenaria grigia. Passando ora alla cantina, moderna e di recente costruzione che si trova poco lontano (a Castiglione Falletto), constatiamo come alla tradizione, in questa Azienda, ben si unisca una propria personalizzazione. Da notare, ad esempio, il fatto che tutti i bianchi svolgano un periodo di riposo sulle fecce fini, accompagnato da un delicato bâtonnage per la ricerca di struttura e aroma. Nel caso del nostro vino, tale periodo è di cinque mesi in vasche d’élevage in acciaio al quale segue un tempo di affinamento in bottiglia.

Foto di Franco Giaccone

Il vino

Ed ecco al bicchiere, con il suo paglierino scarico di buona luminosità, questo Langhe Doc Favorita 2018: al naso appare subito molto fine, con eleganti note minerali ed agrumate. Leggeri i cenni floreali, mentre emergono note di frutta fresca (mela, pesca a polpa bianca e pera) impreziosite dalla fragranza di bergamotto e pompelmo giallo; sullo sfondo, una bella trama minerale e di erbe officinali. Il sorso è fresco e diretto, di una slanciata sapidità. Il ritorno è ancora di frutta ma emerge anche una piacevole nota leggermente mielata, che conferisce una certa lunghezza e un po’ più di complessità di quanto non possa apparire al naso.

Un vino davvero ben realizzato, capace di restituire la semplicità e la freschezza del vitigno, impreziosita da un’eleganza discreta e di grande piacevolezza.

www.agricolamarrone.com

Fratelli Abrigo – Sivà – Alta Langa Docg Brut – 2015

L’Azienda

Ci spostiamo ora a Diano D’Alba, dove alla Cascina dei Belfi dal 1935 ha sede l’azienda Abrigo Fratelli. L’aria della tradizione si respira fin da subito. Nelle pieghe della storia di queste incantevoli colline, veniamo a sapere che è dagli anni ’70 che Ernesto Abrigo – giovane diplomato della Scuola Enologica di Alba – mette a valore le potenzialità dei terreni e delle esposizioni più favorevoli. Si dedica in principio al solo dolcetto, ma presto amplia via via vitigni e linee, passando per barbera, chardonnay e favorita e giungendo recentemente a vantare un Barolo Docg vendemmiato nel cru Ravera. Ecco, è questa intraprendenza ad incuriosirci e veniamo così attratti dall’Alta Langa Docg dell’Azienda, un altro loro recente cruccio di esplorazione enologica. E la nostra curiosità verrà ripagata da una piacevole sorpresa.

Foto di Franco Giaccone

Il vino

I vigneti sono adagiati nel comune di Sinio, a meno di una decina di chilometri, con esposizione a sud-est. Il terreno è tessuto da marne argillose con una ricca presenza di scheletro e sabbie: una buona dimora per lo chardonnay. È questa l’unica uva utilizzata nel vino che andremo ora a degustare, che debitamente trattata a Metodo Classico e con una sosta di almeno 30 mesi sui lieviti, diviene infine lo “Sivà”, Alta Langa Docg Brut.

La gioiosa e fine effervescenza gioca su uno sfondo di un giallo paglierino intenso e brillante. Il profumo è particolarmente delicato, si dischiude a poco a poco e con una certa eleganza che accompagna – possiamo dirlo subito – tutta l’esperienza d’assaggio. La leggerezza dei fiori bianchi, biancospino in particolare, si armonizza bene con la delicata pungenza delle erbe officinali e di una frutta ancora fragrante, come mela, pera e pesca a polpa bianca; il leggero cenno di nocciola e la cornice minerale donano al quadro olfattivo una certa profondità; il meglio di sé il vino, però, lo offre al sorso: l’ingresso è piacevolmente teso per freschezza e salinità, una verticalità che poi al palato si amplia elegantemente su note retro-olfattive dal ricordo tropicale e di frutta secca, sostenuta da un perlage carezzevole e da una buona persistenza aromatica.

Davvero una bella interpretazione del Metodo Classico d’Alta Langa, non banale, anzi, forse con una personalità un po’ sfrontata, ma che a ben vedere può permettersi.

www.abrigofratelli.it

Ghiomo – In Primis – Roero Arneis Docg – 2014

L’Azienda

Proseguiamo la nostra passeggiata di scoperta portandoci appena ad un paio di chilometri da Alba, pur trovandoci già all’incrocio tra Langa e Roero. Siamo a Guarene dove è insediata, in un ex convento di frati, la piccola realtà di Ghiomo. L’azienda agricola insiste qui dalla fine dell’800, ma è dal 1999, con la guida di Giuseppino Anfossi, che essa prende una nuova fisionomia, benché il salto in avanti della qualità sia tutto giocato su un ritorno alla tradizione. Le parole sono significative e, con orgoglio, Giuseppino spende per sé quella di “contadino” (a chiare lettere “farmer”, fin nel titolo nel sito internet), se con ciò si intende “chi vive per il benessere della sua terra e di quello che coltiva.” L’intento è di fare un vino fortemente radicato al territorio, diretta espressione della cura del vigneto: qui il lavoro è con metodi tradizionali, senza forzature per raccoglierne i pregi e i “difetti”, come quando le annate complicate chiedono all’uomo di fare un passo indietro e accogliere un calo della produzione per mantenerne il valore qualitativo. In cantina, le pratiche artigianali mirano alla cura del dettaglio e al piacere del contatto. Valga ad emblema: le follature sono manuali e vengono effettuate con la zappa, quasi a cercare un arcano piacere materico nel rapporto uomo e natura del fare il vino.

Foto di Franco Giaccone

Il vino

Il vigneto che ci interessa è denominato “Fussòt”, ha un’esposizione a sud-est ed è caratterizzato da un terreno marnoso, ottima dimora per l’arneis. “In primis” è il nome del vino che vogliamo assaggiare, Roero Arneis Docg 2014. L’Albeisa versa nel bicchiere un giallo paglierino inteso, che lascia intuire una certa struttura. Il naso è molto fine e dischiude dal principio una nota non scontata, marcatamente agrumata, di bergamotto e cedro. Affiorano poi sentori di frutta bianca ancora croccante su una delicata trama di erbe officinali, sostenuta da uno sfondo roccioso, per un insieme di una certa profondità. Questo Arneis Docg porta benissimo la propria età: la spalla acida è evidente e dona al sorso una slanciata freschezza, ma – pur rimanendo tesa – la beva è accompagnata da una piacevole ampiezza e da un finale lungo e decisamente sapido.

È un bicchiere che riporta al territorio, alle donne e agli uomini che lo lavorano, alle persone che infine – assieme, sorseggiandolo – ne godono.

www.ghiomo.com

Pace – Roero Arneis Docg – 2011

L’Azienda

Un altro Arneis: certo, per quanto riguarda i bianchi di queste terre, culla di una delle più importanti storie enologiche, l’arneis è il principe indiscusso, per tipicità e raffinatezza e non a caso un tempo era chiamato il “nebbiolo bianco”. Per questo ne incontreremo diversi, scoprendone molteplici possibili espressioni. E quello che ora ci attende è davvero ardito e particolare. Ci troviamo tra le luminose colline dell’area canalese, precisamente nella frazione Madonna di Loreto. Qui, dal 1934, opera la famiglia Negro, che con i fratelli Pietro e Dino (e relative famiglie) giunge oggi alla quarta generazione di vignaioli. Come altrove, la loro conduzione – a partire dalla fine degli anni ’90 – è coincisa con una nuova consapevolezza del peculiare valore di queste terre e dei loro frutti, meritevole di non inseguire mode o modelli estranei, ma d’essere svelata nello specifico potenziale della sua identità. Di qui la scelta di insistere su vitigni autoctoni e ridurre le rese e i trattamenti in vigna, limitando all’essenziale fitofarmaci, fertilizzanti e diradamento, contando sul lavoro paziente e sulle ottime esposizioni; anche il ricorso alla tradizione e alla cura in cantina è tutta volta a ricavare il massimo potenziale espressivo di questo vitigno, con fermentazione in vasche d’acciaio a temperatura controllata e affinamento sulle fecce fini con bâtonnage. Nasce così il loro Roero Arneis Docg, un vino da scoprire e da attendere. Già, perché l’interpretazione che andiamo ad incontrare parte da una convinzione: l’Arneis non è solo un vino da cogliere nella fragranza della gioventù e, se gli si lascia il giusto tempo, può esprimere la sua “seconda vita”… ed il nostro è ben un 2011.

Foto di Franco Giaccone

Il vino

Già l’impatto visivo ci sorprende con il suo giallo dorato d’una luminosità cristallina. Al naso, dischiude una delicata eleganza, giocata sui toni del cedro e del bergamotto canditi nonché della conserva di mela cotogna. La delicatezza del quadro olfattivo è arricchita da un emergere di erbe aromatiche, ma anche da sentori d’erbe alpine amare. Seguono poi cenni di ginestra e camomilla, su uno sfondo finemente balsamico e minerale. All’assaggio, il vino conferma la sua personalità, svolgendosi in modo tanto piacevole quanto complesso: l’ingresso morbido e ampio, ad esprimerne il corpo, si intreccia in modo mirabile alla freschezza e alla sapidità, regalando un finale consonante di straordinaria lunghezza.

Un grande vino, a conferma della stoffa di cui può essere ordito un arneis, decisamente a suo agio anche in questa veste nobiliare.

www.pacevini.it

Pelassa – San Vito – Roero Arneis Docg – 2019

L’Azienda

Ci inoltriamo ora qualche chilometro più a nord alla ricerca di un’espressione “opposta” dell’Arneis Docg. Giungiamo così, nel cuore delle terre di Roero, alla Borgata Tucci, di Montà d’Alba, dove ha sede l’azienda agricola della famiglia Pelassa. Di vino se n’è sempre fatto anche prima, ma è al termine del servizio militare, nel 1960, che Mario fonda l’Azienda, dedicandovisi senza posa con la moglie Teresina, e rimanendo tutt’ora la mano responsabile della cura del vigneto. La passione è nel sangue e i due figli, ora a capo dell’attività di famiglia, hanno saputo intercettare la crescente richiesta di autenticità dei mercati interni ed esteri, salvando e ponendo a valore il carattere identitario dell’Azienda e vocandosi alle più genuine tipicità di queste colline, oltre all’arneis, nebbiolo e barbera. La potenzialità di questa terra, per esprimersi davvero, ha però bisogno di cure e attenzioni: tra i filari viene seguito uno scrupoloso lavoro di selezione e programmazione clonale, mentre la cantina è stata arricchita di dotazioni tecniche all’altezza delle ambizioni, nella continua ricerca di corrispondenza tra vino-vigneto-terroir.

Foto di Franco Giaccone

Il vino

Si tratta allora di vedere il risultato, cimentandoci con il nostro prossimo assaggio, il “San Vito” Roero Arneis Docg e misurandolo proprio sull’annata in corso, la 2019. Le uve che troveremo nel nostro bicchiere provengono prevalentemente dai vigneti situati nella Frazione San Vito di Montà d’Alba, terreni che promettono una naturale mineralità e vivacità. Ci intriga riscoprire come questo raffinato vitigno sappia esprimersi anche nella più tenera gioventù: di un bel giallo paglierino, appare al naso con un profumo generoso che, senza smarrire il profilo della finezza, si gioca su tocchi iniziali di pompelmo, bergamotto ed erbe aromatiche. Emergono poi ricami floreali (ginestra e camomilla) e un frutto croccante: pera, pesca bianca e una mela non molto matura. La beva è piacevole e suadente, in equilibrio tra la morbida avvolgenza d’un corpo ben presente e lo slancio dato dalla giusta freschezza e da una solleticante sapidità minerale. L’insieme – e non è scontato – conferisce al sorso una notevole persistenza, che si spegne infine su delicate note agrumate.

Un ottimo esempio di garbata esuberanza giovanile, per un vino che sa confermare la versatilità raffinata di questo splendido vitigno di Piemonte, di casa presso i solchi del Tanaro.

www.pelassa.com

Ponchione Maurizio – Albazzi – Vino Spumante di Qualità Metodo Classico Brut

L’Azienda

Ci muoviamo ancora verso nord, tra il sali e scendi delle colline di Roero, scendendo verso il corso del fiume e giungendo a Govone per scoprire l’Azienda Agricola Ponchione Maurizio. Si tratta di un’altra espressione famigliare della vocazione al vino di queste terre. È il nonno di Maurizio, Gundin, ad aver fondato l’Azienda acquistando il primo vigneto per la propria produzione, dopo aver lavorato per anni da mezzadro tra filari e cantine, imparando passione e mestiere. Da quel singolo ettaro oggi la superficie vitata si è estesa fino a 12ha, tenendo però salda la fisionomia intima e famigliare del lavoro. Il vigneto è ancora in mano a Bruno, il padre di Maurizio, oramai affiancato dal figlio Andrea (vino e sangue, un binomio ancestrale…). Tradizione, rispetto per l’ambiente, ricerca del minimo impatto umano sulla coltura per lasciar spazio alla voce della terra e dell’uva che genera: questo l’approccio dell’azienda e questo quello che si cerca di instillare nel vino.

Foto di Franco Giaccone

Il vino

Quanto scritto, ovviamente, si ritrova anche nel loro Metodo Classico perché, in terra di Roero, l’Azienda ritiene doveroso dedicarsi alla riscoperta e valorizzazione di questo prodotto, che qui viene interpretato in maniera più tradizionale che classica: l’uvaggio è infatti per il 50% chardonnay, mentre per il 35% è arneis e il saldo del 15% è nebbiolo. Il vino – Metodo Classico Brut “Albazzi” – prende il nome dal vigneto da cui provengono le uve: ci troviamo a circa 300 metri s.l.m., su una fertile area collinare dal suolo prevalentemente sabbioso, incline alla valorizzazione della mineralità e freschezza nel frutto. Il bicchiere che assaggiamo è un 2011, con sboccatura 2018 e, benché il tempo minimo di sosta sui lieviti per questa linea sia di 48 mesi, il nostro è giunto a 70. Non è un’eccezione ci spiega Maurizio: a seconda delle annate il vino va atteso fino alla sua migliore espressione.

Ma è tempo di degustare questo spumante di Roero, iniziando con l’ammirarne il giallo paglierino di particolare luminosità con il quale veste il calice. Il naso – discreto e non imponente – emerge per peculiare finezza, svolgendosi su leggeri cenni floreali di sambuco, con note di frutta bianca croccante e sentori agrumati, cedro e bergamotto su tutti. Il quadro olfattivo si amplia quindi su tonalità più strutturate, di nocciola, scorze candite e panettone, per poi slanciarsi nuovamente verso una pungenza d’erbe officinali e una tesa nota minerale, quasi rocciosa. Molto piacevole la beva: l’ingresso è generoso, splendidamente sostenuto da un perlage molto fine al palato, un preludio che poi cede armoniosamente ad uno sviluppo giocato sulla freschezza e mineralità. Ed è su questo carattere vibrante che il ricordo del vino rimane lungo e persistente.

Un vino che veste con raffinata discrezione la propria complessità, si fa vicino e consonante rendendo spontanea la voglia di un altro incontro, di un altro sorso. Non poco per un Metodo Classico di tale evoluzione.

www.ponchionemaurizio.com

Ridaroca – Cerea – Roero Arneis Docg – 2018

L’Azienda

Siamo quasi giunti al termine di questo nostro girovagare in cerca dei bianchi più suggestivi di queste colline e ci attende ancora un ultimo arneis, una quarta meritevole interpretazione. Per farlo però il giro è un po’ più lungo. Ci allontaniamo dalle acque del Tanaro addentrandoci nei tenui pendii e ammirando il lavorio del tempo che nell’erosione ha liberato le rocche, pagine svelate della storia geologica di queste terre. Mentre la morbidezza del paesaggio si concede scorci di guglie e pinnacoli, attraversiamo San Damiano D’Asti, frazione Valdoisa, dove ha sede l’azienda Ridaroca. Era il 1994, quando Luigi e Maria Teresa decidono di dedicare l’azienda agricola di famiglia – quella di “Nonno” Giuseppe – alla sola produzione di vino con uve di proprietà. La ricerca della qualità e della tipicità segue la via, dal 2015, della coltivazione biologica, nella volontà di ricucire il profondo legame tra ambiente e uomo, tra uva e vino, e del vincolo tra natura e cultura che in esso si esprime.

Foto di Franco Giaccone

Il vino

Ma ci spingiamo oltre, fin su a Santo Stefano Roero, in uno dei vigneti di proprietà dove crescono i grappoli di arneis che danno vita al Roero Arneis Docg “Cerea” 2018, l’annata che sarà posta all’attenzione dei nostri sensi. La vinificazione delle uve qui selezionate mira a estrarne il potenziale d’eleganza e di struttura. Dopo una macerazione sulle bucce di circa 18 ore, 2/3 della fermentazione prosegue in acciaio, mentre la quota rimanente si svolge in tonneau d’acacia. È in questo legno che il vino riposa i successivi 12 mesi per l’invecchiamento, affinandosi poi in bottiglia per ulteriori sei mesi.

Il risultato nel bicchiere è un giallo paglierino con riflessi dorati, di una luminosità cristallina. L’approccio al naso è immediato e di significativa intensità. L’evoluzione del vino emerge incipiente con note balsamiche, di erbe aromatiche e ricordi mielati, svolgendosi poi verso la frutta fresca, con la percezione di pesca bianca e di una mela ancora croccante. Al sorso, il vino si palesa morbido e avvolgente, con un ingresso ricco ma di grande equilibrio, giocato sul contrappunto – che subito si svela – della sapidità e di una misurata freschezza.

È il meno tipico degli arneis che abbiamo incontrato, un vino intrigante che testimonia la versatilità del vitigno, dalla beva agile e davvero molto piacevole.

www.facebook.com/ridaroca

Silvano Bolmida – Langhe Doc Sauvignon – 2018

L’Azienda

Eccoci giunti al termine del nostro percorso, ma non paghi, si tratta di toglierci un’ultima soddisfazione. Per farlo torniamo da dove eravamo partiti, nel cuore operoso delle Langhe, in quell’inestricabile intreccio tra terra e uomo, tra natura e lavoro che lega il vino a questi luoghi e gli uomini al loro vino. Silvano Bolmida ne è un’espressione emblematica. Nato a La Bussia di Monforte d’Alba, nella stanza di un casolare che ora è la sala di degustazione dell’Azienda. La sua non è una delle cantine storiche di questi luoghi, ma il vino è nel sangue: figlio di viticoltori, si diploma alla scuola enologica di Alba e lavora per altri, dove dà e impara, fino a una ventina d’anni fa, quando inizia a scrivere la propria storia nelle pagine langarole. È un racconto meticoloso, di totale dedizione e ricerca. L’intraprendente curiosità lo porta a percorrere ipotesi e a sperimentare soluzioni diverse, mentre la genuina riconoscenza verso gli straordinari potenziali di queste terre uniche lo instradano verso la sapiente capacità di lasciar esprimere la bellezza che vi si nasconde. Il metodo – rese bassissime, minimi trattamenti, diserbo naturale, ossigenazione e ricambio organico negli strati più profondi – ne è solo la conseguenza.

Foto di Franco Giaccone

Il vino

Ma è tempo di portarci all’ultimo nei nostri calici. Perché un sauvignon? Se lo chiediamo a Silvano ci risponde che sentiva il bisogno di un bianco tra tanti rossi di così sicura espressione e la scelta del vitigno è una sorta di fedeltà al principio per il quale il vino che meglio riesce è quello che si ama. Così, qualche anno fa, su un sovrainnesto estivo di piante di dolcetto e poi su un nuovo impianto, da tre vigneti diversi nasce il Langhe Doc Sauvignon 2018, quello che assaggiamo. Nel vino tutta la fine tecnica enologica di Silvano che – tra l’utilizzo del ghiaccio secco per la prevenzione dell’ossidazione, il riposo sulle fecce e l’utilizzo infinitesimale della bentonite per la chiarificazione – dialoga con l’estrosità di questo grande internazionale, per dargli voce in una cornice langarola.

Di un giallo paglierino intenso, le prime parole che giungono al naso descrivono un balcone sotto una tiepida luce mattutina, dal quale verdeggiano vasi di salvia e rosmarino. Dalle fronde circostanti emergono sentori di frutta bianca, pesca e un ricordo d’agrume. Sale dal terreno la fragranza della foglia di pomodoro e del bosso, finemente orlata da piccoli fiori bianchi. Dalla penombra del tavolo, appena dentro, giunge un delicato sentore tropicale, ananas e litchi. Sciogliamo questa visione in bocca, facendoci avvincere da una carezzevole avvolgenza: veste perfettamente l’anima tesa e vibrante del sorso, che nel riverbero minerale si distende su una lunga, consonante persistenza.

Un vino senza nascondimenti, d’una franca e aulente personalità. Un viaggiatore toccato da queste terre, da un incontro nel quale spiegarsi, fermarsi e raccontare una piccola, preziosa nuova pagina di storia.

www.silvanobolmida.it

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