Antica e gloriosa enologia del Piemonte

Nomi scomparsi o dimenticati e assai rari da trovare e dei quali proprio in questi ultimi anni si è ripresa una limitata e modesta produzione.

Secondo la tradizione, nell’Ottocento i viticoltori tenevano sempre alcuni filari di uva Arneis nelle loro vigne per fare il vino destinato alle puerpere perché particolarmente adatto a dar forza e vigore all’organismo.

Un altro vino di cui si ha notizia e che ormai è quasi impossibile gustare è l’Avana, tratto da un vitigno della Val di Susa coltivato sino ad altezze elevate; ora in commercio non si trova più dell’Avana puro, venendo mescolato con altre uve nella denominazione Ramìe, della quale si può assaggiare la grande interpretazione dell’Azienda Coutandindi Perosa Argentina in provincia di Torino; tra i vitigni di questa zona è da non dimenticare anche l’Avarengo.

I Barberati, oggi meno richiesti, erano vini prodotti nelle Langhe con varie uve messe a fermentare con le vinacce di Barbera, mentre il Barolino, sempre nelle Langhe derivava dalla fermentazione di uve Dolcetto sulle vinacce del Barolo.

In provincia di Novara con uva Greco, prima appassita per qualche tempo sulle stuoie, veniva fatto un vino bianco secco detto “Barengo” ma la produzione oggi è molto limitata; sul Lago Maggiore per accompagnare i filetti di trota o pesce persico veniva servito (forse ancora adesso) il Bianco del Verbano, leggero, frizzante e di colore ambrato.

In territorio di Briona, provincia di Novara, da una zona collinare viene il Caramino, dal colore granata con riflessi aranciati, ” il vino Caramino prende il nome dalla collina che produce le uve posta a lato della strada Provinciale 299 della Valsesia in territorio di Briona”.

E il Lessona? Il Lessona che, in un concorso internazionale vinicolo avvenuto al principio del secolo scorso a Bordeaux, fu posto fuori concorso perché si era aggiudicato i primi premi superando i vini di tutte le nazioni partecipanti.

Pressoché scomparso è il vino Cari, a dire il vero si può degustare dall’Azienda vitivinicola Balbiano di Andezeno in provincia di Torino, dal colore rosso cerasuolo, fragrante e dolce.

Mentre nell’Acquese ancora si producono in numero limitato di botti di Carica l’asino, da una storia curiosa” c’era l’usanza di trasportare l’uva a dorso di un asino. Da qui il nome Carica l’asino”.

Sempre in quantità limitate si producevano (producono) Chiaretti della Val di Susa, Chiaretto di Viverone, Chiaretto di Cavaglià; in alcuni comuni del Pinerolese, come San Secondo, Roletto, bricherasio, Bibiana, Frossasco, Cantalupa, si otteneva ( ottiene) un piacevole vino da pasto dal vitigno Doux d’Henry.

Nella provincia di Cuneo, sulle basse colline del saluzzese, Carrù e Ceva, si fa un vino detto” Neretta cuneese o anche Neiretto”; si possono trovare ancora filari e aziende che producono un vitigno straordinario ” Chatus”

“È probabile che lo Chatus fosse un tempo alquanto diffuso anche in Piemonte, perché lo si trova ancora in tutto l’arco alpino piemontese, dall’area di Mondovì al Canavese, al Biellese e perfino alla Val d’Ossola. Oggi è principalmente coltivato nei dintorni di Dronero e Busca (Bassa Val Maira), sui Colli saluzzesi e nel Pinerolese. In Francia era un tempo diffusamente coltivato dalla Savoia al Massiccio Centrale; quasi scomparso in seguito, è stato oggetto di recente reintroduzione e valorizzazione nell’Ardèche. Oggi è idoneo alla coltura anche in Piemonte”.

L’elenco sarebbe troppo lungo a descrivere tutti i vitigni di un Dio minore, ma interessante scoprirli giorno dopo giorno e parlarne, per non dimenticare il patrimonio vitivinicolo italiano così importante e così bistrattato.

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