Eticamente naturale come un tappo. Modernità, sostenibilità, imprenditolarietà: il valore aggiunto delle imprese del sughero
“A coloro che sono nati in questa parte del mondo, come me, il vino ed il sughero trasmettono la certezza che la vita degli esseri umani e la natura si intersecano da lungo tempo in un legame indissolubile che non è solo presupposto della nostra sopravvivenza, ma anche della grandezza dei nostri pensieri e sentimenti.” Americo Amorim
Pronubo caso o frutto di “monacale” esperienza, il legame tra vino e sughero è diventata una ovvietà, intesa nel senso di verità e realtà che, come tutte le cose che quotidianamente sono sotto il nostro naso, non è mai profondamente ascoltata tanto da essere messa oggi in discussione da una certa vaga modernità.
Le tappe dell’ascesa del sughero ai meritati onori hanno origini molto antiche nella storia. Il suo albero fu sacro ai Greci, simbolo di onore e libertà, consacrato a Giove, orpello di teste valorose. I Romani ne compresero appieno la versatilità: scarpe, tappi per le otri di terracotta, coperture per i tetti. Ma ancor più indietro possiamo andare, all’epoca prima di Cristo, quando il sughero teneva a galla le reti dei pescatori assiri, persiani e babilonesi. Fu la città di Efeso, nel primo secolo a.C, a sancire il sodalizio enologico.
Dobbiamo ai portoghesi la prima forma di legislazione per la tutela delle foreste suberaie nel 1200.
Il secolo decisivo fu però il XVIII: lo scienziato inglese Robert Hooke, precursore degli studi sulla struttura cellulare degli esseri viventi, nel 1665 scoprì quella del sughero fatta di pochissima materia solida che racchiudeva aria in celle simili ai favi delle api dando così una prima spiegazione scientifica alle sue caratteristiche straordinarie di leggerezza, impermeabilità ed elasticità.
E come non ricordare Dom Perignon che lo elevò a definitiva ed ideale soluzione per tappare le preziose bottiglie in rifermentazione nelle fredde cantine della Champagne. Ma fu verso la metà del ‘600, con la nascita della bottiglia di vetro, che si intuì il grande contributo che il sughero poteva dare al vino.
La bottiglia non fu solo l’involucro di contenimento del vino a tavola ma si scoprì essere il primo spazio fisico in cui il liquido poteva migliorarsi ed invecchiare lontano dal disastroso contatto con l’aria. La scelta della barriera tra il vino e l’aria cadde sul sughero che tra tutti i materiali usati – vetro in primis- si rivelò quello più adatto. Nel XIX secolo le sue qualità, ormai certezze, furono la base per la nascita dell’indotto industriale…il resto è una lunga parentesi di storia ancora aperta in cui si susseguono successi, progressi, sconfitte, polemiche e riscatti.
Il sughero è un materiale naturale, riciclabile e molto versatile tanto da avere oggi utilizzi molto diversificati, alimentando un indotto economico notevole e soprattutto sostenibile ma la fabbricazione dei tappi, fin dai primi del ‘900, resta forse tra tutti l’uso più tipico e tradizionale.
In questi ultimi 25 anni, lo sviluppo del sistema delle denominazioni e la pratica di imbottigliare il vino nei luoghi di produzione hanno aumentato considerevolmente il volume della commercializzazione del vino in bottiglia. Attualmente il mercato delle chiusure per vino si aggira intorno ai 17,5 miliardi di pezzi all’anno di cui il 65- 70%, è costituito da tappi di sughero (tappi di sughero naturale e tappi tecnici), il 20-25% da tappi sintetici e il 10-15% da tappi a vite.
Sulla scia di una personale inclinazione e sostegno alla naturalità delle cose e la necessità di approfondire questa realtà, incontriamo una delle aziende più grandi per la produzione di tappi, la portoghese Amorim Cork nella persona del suo AD per l’Italia Carlos Santos.

“Ci aiuta ad orientarci nell’ambito del sistema di tappatura del vino? Anche alla luce di tutte le parole che si dicono sulle alternative…”
“Esistono tre sistemi di chiusura validi oggi: il tappo a vite, il tappo in plastica e quello in sughero. Ciò che si deve considerare nel valutare la loro valenza sono i limiti che ognuno di essa comporta. Non esiste la chiusura perfetta ma bisogna considerarla in funzione della vita commerciale del vino”
C’è spazio per tutti quindi senza mettere paletti assoluti né precludere la valenza del lavoro altrui.
“La discussione è molto ampia e non si potrebbe liquidare con due parole. In breve: la plastica tendenzialmente non piace ai consumatori e gli studi sul valore della qualità percepita rispetto al packaging lo dimostrano: chi compra una bottiglia con un grande vino si aspetta un grande tappo e questa immagine è legata ancora al sughero; inoltre la plastica è ancora troppo permeabile e crea ossidazione prematura e il loro mercato ad oggi è fermo ai vini di primo prezzo.
Molto più usata è la chiusura in alluminio ritenuta più efficiente. Oggi si usa nella versione lunga, cioè con la filettatura più lunga, per assicurare una maggiore tenuta ed è storicamente usata per i vini giovani e soprattutto nei mercati di matrice anglosassone meno legati alle tradizioni.
Il problema in questo caso non è il materiale usato ma l’ambiente di riduzione che provocano nella bottiglia e non tutte le cantine sono pronte a gestire questo difetto. Inoltre è un metallo inquinante a livello di emissioni di anidride carbonica. La caratteristica principale per cui è usato è perché è un tipo di apertura comoda. Anche noi abbiamo tenuto conto di questa esigenza e abbiamo creato Helix, un tappo a vite interno di sughero. Il tappo di sughero resta, quindi, la chiusura più amata da consumatori e dai produttori.”
“Sul web, e non solo, si rincorrono opinioni diverse circa la scelta del tappo. In alcuni casi si leggono critiche anche poco carine nei confronti di chi usa ancora il tappo di sughero quasi colpevoli di bloccare il progresso…”
“Basta affermare che chi usa il tappo di sughero è un contadino e che quelli alternativi sono moderni. Oggi la vera modernità è la sostenibilità. Questo è un valore aggiunto per le aziende come la nostra. Preservare le foreste di sughero del Mediterraneo vuol dire preservare un habitat importantissimo.
Se smettessimo di farlo perché non più economicamente remunerativo faremmo un grande danno all’ambiente. La nostra comunicazione è basata da sempre sulla trasmissione del valore della preservazione dell’ambiente”.
Il Gruppo Amorim, ha fondato la sua crescita industriale su una logica di modernità e innovazione mantenendo intatto l’equilibrio tra guadagno economico e sociale. Oltre alle caratteristiche straordinarie fisiche e tecniche, il valore aggiunto della scelta del sughero resta quindi il suo essere un elemento naturale a cui si aggiunge la funzione di preservazione ambientale che contemporaneamente svolgono le aziende suberaie…e basta guardare le ultime catastrofi ambientali per rendersi conto di quali e quanti segnali la natura manda affinché si facciano molti passi indietro.
Il sughereto mediterraneo è alla base di un sistema ecologico unico per questa parte del globo a cui è legata la sopravvivenza di numerose specie di fauna autoctona. La necessaria tutela dei sughereti implica non solo la preservazione della biodiversità, ma svolge anche un altro ruolo fondamentale quello della lotta contro la desertificazione ambientale e sociale.
Infatti, da un lato, i subereti contribuiscono al mantenimento del suolo, aumentano la capacità idrica e agiscono come efficace barriera contro l’avanzamento del deserto nei paesi nord africani e del sud Europa; dall’altro, la produzione di tappi di sughero per vino, e anche di tutti gli altri prodotti, crea migliaia di posti di lavoro. Ma ancor più centrale resta la questione legata all’emissione dell’anidride carbonica, visto che la coltivazione di sughereti contribuisce alla fissazione del carbonio.
Numerosi studi hanno dimostrato che le emissioni di biossido di carbonio associate a tappi in sughero sono significativamente inferiori a quelle associate agli screwcaps (ossia i tappi a vite in alluminio) e alle chiusure sintetiche. Alcuni dati. In cento anni, l’emissione di CO2, durante il ciclo di vita di mille tappi in sughero (dall’inizio alla fine comprendendo produzione, trasporto e imballaggio) arriva a 1533g di CO2 equivalente (CO2e), mentre il valore relativo a mille chiusure sintetiche è di 14833g e quello relativo a 1000 screwcaps è di 37172g (fonte Corticeira Amorim). Le foreste da sughero del Mediterraneo, sviluppate in un’area di 2,2 milioni di ettari, sono inoltre in grado di assorbire più di 14 milioni di tonnellate di C02 ogni anno.
“Negli ultimi anni, con l’evoluzione delle pratiche enologiche e la ricerca di caratteri compositivi e organolettici dei vini sempre più affinati da parte dei consumatori, il contatto tra tappo e vino è stato oggetto di numerose indagini per approfondire gli aspetti ritenuti maggiormente critici di questo connubio. La domanda meno scottante: è vero che sono più costosi rispetto alle altre?”
“No non è affatto così. Il tappo monopezzo può essere più oneroso degli altri considerato il lavoro per ottenere un tappo da un unico pezzo di sughero, ma abbiamo una vasta gamma di prodotti che vanno da un minimo di 0,025 centesimi fino ad un massimo di 2,5 euro…forniamo soluzioni per tutte le tasche.”
“Veniamo all’accusa principale. Il TCA”
“Il TCA non è solo un problema del sughero. È una molecola che si sviluppa su molte sostanze naturali come acqua, caffè, frutta, verdura e legno a partire da un precursore chiamato Tricolorofenolo la cui formazione è legata a molti fattori tra cui l’inquinamento e l’uso dei pesticidi tant’è che prima degli anni ’50 (l’uso dei pesticidi in misura massiccia è un fenomeno degli anni ‘60/’70) non esisteva. Bisogna sfatare il luogo comune che sia una “malattia” del sughero.”
Mi accorgo, mentre ascolto, che in realtà questo problema è ancora molto generalizzato e la comunicazione a riguardo molto semplicistica e lacunosa ed andando ad approfondire l’argomento la questione si fa piuttosto complessa e scopro cose davvero interessanti che racconteremo in altra sede.
“Il problema esiste ma è una percentuale molto bassa e coinvolge solo i tappi monopezzo. La nostra azienda ha investito molto per eliminare il TCA e gli Off Flavours dai tappi e con le nuove tecnologie siamo riusciti a scendere al di sotto della soglia dell’1%”.
Sono infatti stati messi a punto i sistemi R.O.S.A. (Rate of Optimal Steam Application) e R.O.S.A. Evolution, basati sul principio della distillazione a vapore controllata, che sono risultati subito molti efficaci sui granuli di sughero e monopezzo. Inoltre ulteriori investimenti sono stati fatti nel controllo qualità tramite rilevatori di TCA a gascromatografia su scala industriale, che individuano materiali difettosi a soglie “olfattive” tendenzialmente inferiori a quelle del naso umano. Altre molecole volatili sono estratte dal sughero con il metodo R.O.S.A. e questo può porre le premesse per un tappo molto più neutrale, con meno variazioni tra bottiglie e in definitiva meno rischioso anche sulle lunghe conservazioni. Non diversamente dalla produzione di botti di legno, questo conferisce al sughero, in un’ottica futura, alcuni punti a favore rispetto ad altre soluzioni apparentemente più moderne.
“Qual’ è quindi il futuro del sughero e di Amorim?”
“Siamo destinati a crescere. Oggi vendiamo nel mondo 4 miliardi di tappi e il trend è in ascesa. Aumenta la richiesta di tappi a vite, si riduce quella della plastica ma quella di sughero, in concomitanza con l’aumento della produzione di vino, sale soprattutto in Italia e soprattutto per i tappi tecnici; prevediamo un’ulteriore crescita dell’8% per quest’anno”.
“Concludendo…”

“Il sughero è un materiale naturale e genuino. La crisi che c’è oggi è più una crisi di identità e di genuinità (intesa in senso di naturalità) nelle cose… e le cose genuine non muoiono mai. Noi siamo fiduciosi perché crediamo in ciò che facciamo”.
È dunque necessario che l’imprenditorialità oggi diffonda una nuova cultura del business basata su precise responsabilità sociali, che non si fermi ai guadagni ma che operi in termini di contributo alla collettività, trasparenza e sostenibilità. La visione aziendale di Amorim è racchiusa nelle seguenti parole:
“Non solo un mercato, non solo un cliente, non solo una valuta estera, non solo un prodotto.” Amorim Cork Group, fondata nel 1870 da António Alves de Amorim a Vila Nova de Gaia, fin dall’inizio ha basato la sua crescita su saldi principi quali la forza imprenditoriale, innovazione permanente, visione a lungo termine strategica, finanza robusta e rigorosa gestione delle risorse con particolare attenzione alle risorse umane. Un bell’esempio id imprenditorialità che funziona e riscuote stima e successi.
Tenuto conto di tutto questo, difetti compresi, la chiusura di sughero resta la più valida e quella preferita per i grandi vini, soprattutto quelli fini e da invecchiamento, e non solo…questo perché la sua immagine è associata all’idea di vino di qualità e connaturata all’idea stessa del vino quale prodotto naturale.
La competizione è destinata a farsi sempre più fitta in concomitanza del progresso tecnologico ma c’è qualcosa di tanto straordinario nel processo rigenerativo del sughero che sarebbe davvero un delitto doverlo un giorno escludere dalla cultura del vino…cosa che per altro non ci auguriamo capiti mai.