Frascati è vino e paese

Perché pochi prodotti della terra hanno un carattere figurativo, limpido e scintillante, come il vino di Frascati?

Se la sua collina rossa di viti bellissime, frondose, che si arrampicano dappertutto, coronate da cipressi alteri, mistici come la sua storia, si potesse stemperare e versare in un grande calice colmo di luce, ecco il vino ed ecco Frascati.

Tutte le cose a questo mondo sono vecchie e nuove, alcune di una vecchiaia povera, altre antichissime; di una vecchiaia grandiosa e leggendaria, il ricordo di ciò che fu è più forte della morte, lo spirito della grandezza tramonta vigila dolce e ostinato è l’immortalità.

Quest’aria immortale passa nel venticello asciutto di Frascati e un velo d’oro fluttua sulle grandi ville patrizie, misteriose, col capo nelle nuvole e una cortina d’alberi, d’una altezza inverosimile, pare voglia difendere cavalieri favolosi, i regni della bellezza senza tramonto.

Tanti non conoscono niente di questa città, che è un braccio di Roma uno dei suoi colli, robusto, nodoso di agricoltore, il braccio di un guerriero che oggi alla daga ha sospeso un grappolo d’uva. Uva rossa con uno strano profumo di miele e di fiori “la frasca tana” e fa un vino cosi leggero cosi bianco, che pare dentro vi sia filtrata l’aria del paese, vibrante senza nulla di quell’umidità che il padre Tevere regala a Roma e che in altri Castelli è troppo aspra.

La sua collina è difesa come le sue ville da cortine di verde opaco e sensibile, e il vento si addormenta sulle sue pendici; tutt’ottobre è un vendemmiare senza orge, felice come un ritmo; le terrazze delle sue terre nere, grasse, volte al sole paiono scelte perché sia fertile la vite e prosperi anche l’ulivo.

Adesso tutti i torchi gemono: si fa il vino, tra i vini di Roma il più gustoso, il più celebre, e l’olio, poco in confronto, ma buono. Le strade sono asserragliate di botti. Botti e mastelli sbucano a ogni svolta, odore di vino, colore biondo di mosto dappertutto: sulla piazza i vignaioli, col cappello a falde tese, nasi all’insù, bocche sottili, segnano prezzi nell’aria.

Comprano e vendono è un commercio espansivo, libero, che da secoli è cosi su un’infallibile ricetta. Roma beve da Frascati fiumi di quel vino Benza, sereno, fatto all’antica, come Noè, col pigiatore uomo, non con la pigiatrice meccanica che macina anche il raspo. È il vino dell’Urbe patriarcale, il più espressivo, quello che i forestieri conoscono e ricordano come un attributo di Roma; ed è perciò che i buoni vignaioli moltiplicano ossequenti alla favola biblica.

Il Frascati è un buon camerata e le sue bugie ben dette, garbate, hanno sempre un fondo originale: l’uva grossa, sincera, appetitosa, si fa sentire. Quand’è genuino, bevi bevi, sali in cielo… quand’è misto, ti lascia sulla terra e senza gambe, seduti insomma.

Frascati viene da frasche, perché qui, come nel paeselli più piccoli d’Italia, c’è la frasca che pende sulla porta, oppure viene da Tuscolo? Tuscolo fu distrutta e nacque Frascati, qui è sepolto Lucullo, e Cicerone vi abitò a lungo.

Frascati è vino.

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