Lo spumante del sud: L’Asprinio di Aversa
“Il mio mestiere è quello di vignaiolo, qui nella terra felice che da secoli ospita la mia gente e la sua memoria: prima Osci e Sanniti, poi Romani, Longobardi, Normanni, Spagnoli e ancora Austriaci e Francesi, Borbone e Savoia. Ma da qualsiasi punto si osserva la storia, il vino, questo che oggi è ancora il mio vino, ha preservata intatta la selvaggia anarchia di questi luoghi, i fascinosi racconti racchiusi in un bicchiere penetrato da uno sguardo o accostato alle labbra“
Cav. Nicola Numeroso (titolare dell’azienda” I Borboni” di Lusciano – Caserta)
Quali migliori parole per evocare quell’orgoglio antico di chi si ferma e lotta per la propria terra e il proprio lavoro al netto della valanga di negative opinioni miste a diffidenza, terrore e tristezza che si è abbattuta sulla partenope terra…Già perché è più facile per la mente umana fare di tutta l’erba un fascio che non distinguere i singoli casi di realtà genuine ed oneste. Come quella della famiglia Numeroso e la loro azienda “I Borboni” nel paese di Lusciano in provincia di Caserta, fra i primi produttori della zona a lanciare la sfida del recupero di un vitigno storico campano prossimo, a quei tempi, all’estinzione: l’asprinio di Aversa.
Il viaggio millenario dell’asprinio non può non avere inizio dal suggestivo e caratteristico paesaggio dell’agro aversano, tra le province di Caserta e Napoli, costituito da sistemi di allevamento fortemente radicati alle tradizioni del luogo cioè l'”alberata” o festoni o vite maritata all’albero. La vite appoggia su tutori vivi, gli alberi di pioppo in genere, e raggiunge un’altezza di circa 20-25 metri; da sempre utilizzata per la sua grande redditività conforme alla funzione di “cantina d’Italia” che questo ed altri territori hanno sempre svolto nella storia vitivinicola italiana. Il vitigno asprinio è presente in Campania da epoca remota.
Circa la sua introduzione in Italia, le ipotesi formulate sono molto diverse ed anche il particolare sistema di allevamento è oggetto delle più svariate considerazioni, non esclusa qualcuna chiaramente frutto di pura fantasia, collegata ad una probabile funzione di più o meno valida barriera bellica per contrastare le cariche della cavalleria degli eserciti avversi ai Borboni. Più consono, invece, è collocare il particolare sistema di allevamento della vite alla coltura della canapa.
Questa, infatti, raggiungendo altezze variabili intorno ai due metri dal suolo, creava condizioni sfavorevoli ad un allevamento basso della vite, soprattutto in considerazione che la coltivazione della vite era spesso associata ad altre colture per questioni di convenienza. Secondo alcuni ampelografi il vitigno era molto diffuso in Puglia conosciuto con il nome di “Olivese”, “Ragusano” e “Ragusano bianco”. Nelle aree aversane, maddalonese e casertana, invece, era ricorrente la denominazione di “Asprinio” – “Asprino” – “Uva Asprinia”. Più probabile, comunque, la terminologia di “Asprinio di Aversa” ormai accettata dagli operatori e dagli Enti locali che si occupano della sua tutela e valorizzazione.
Secondo una prima ipotesi il vitigno Asprinio deriverebbe dalla “tribù dei Pinot” e sarebbe stato introdotto nel Napoletano nel secolo scorso durante la dominazione francese. A sostegno di ciò varrebbe la considerazione avallata dagli stessi agricoltori, secondo i quali, nel passato, l’uva asprinia veniva acquistata da commercianti francesi e ungheresi, per poi utilizzarla nella preparazione di vino spumante. Altri sostengono che il vitigno derivi direttamente dal “Greco” e ciò verrebbe confermato da quanto scriveva, nel 1804, Nicola Columella Onorati che elencando le principali varietà di uva che si coltivano nell’agro alifano, cosi si esprimeva: “L’uva asprinia, della quale varietà di uva bianca si fa il Greco in buona parte in Campania è conosciuta sotto il nome di Asprinio di Aversa“.
Ma gli stessi cultori dell’epoca non sembrano condividere tali affermazioni, perché le differenze morfologiche tra “Greco” ed “Asprinio” risulterebbero tali da non lasciare alcun dubbio. Secondo notizie tramandate da Sante Lancerio, cantiniere di S.S. Papa Paolo III Farnese, la coltura del vitigno risalirebbe agli inizi del ‘500, cioè in un’epoca anteriore alla dominazione francese. Infatti, ne “I Viaggi di Papa Paolo III“, il Lancerio dice che S.S. usava l’Asprinio come bevanda dissetante servendosene prima di coricarsi. Lo stesso autore facendo le lodi a questo vino “diuretico” dice che il migliore è quello di Aversa, apprezzato dai commercianti perché “li cortigiani et cortigiane corrono volentieri alla foglietta” (la “foglietta” è una misura di capacità del vino, circa mezzo litro).
Anche la tradizione popolare vuole far risalire la coltivazione dell’Asprinio nella zona ai primi del ‘500. Si narra, ma senza alcuna prova storica, che Luigi XII di Valais, Re di Francia detto “Padre del Popolo”, disceso nella penisola italiana all’inizio del 1500 ed impadronitosi prima del Ducato di Milano e quindi del Regno di Napoli che, poi, dovette cedere agli Spagnoli (1504), importasse dalla Francia una certa quantità di vitigni che, avendoli fatti mettere a sito nelle terre del Casertano, ne ottenne l’Asprinio.
Questo vino chiaro, color verdolino, asciutto e frizzante è gradevolissimo e dissetante per cui i napoletani presero a berne ben fresco anche fuori pasto per meglio sopportare le arsure estive. Sta di fatto che questo vino giovane, prodotto all’epoca di bassa gradazione alcoolica (dagli 8 ai 10 gradi), ebbe vasta diffusione nel napoletano tanto che nelle antiche e più rinomate taverne della Napoli prima spagnola e poi borbonica quali quelle del Cerriglio, della Vicaiola, di Porta Capuana, di Florio a Chiaia e del Crispano, la bionda bevanda “scorreva a fiumi” con grande sussiego dei tavernari e grande gioia dei festosi chiassosi consumatori. A convalidare l’antichità di questo gradevole prodotto enologico va ricordato che da un “Assisa del vino” in data 15 febbraio 1640 risulta che il prezzo dell’Asprinio era di denari nove la caraffa, (la “caraffa” equivalente a trentatre once di liquido, poco meno di un litro).
E poiché, se è vero, che tutto torna alle origini giova ricordare che dall’Asprinio si ottennero i primi spumanti secchi che, prodotti con le più pregiate uve dei Siti Reali dell’aversano, trovarono favorevole accoglienza nella vicina Francia. In altre testimonianze si riferisce di un vino Asprinio facile a digerirsi, ma poco serbevole per cui ne consiglia il consumo prima dei forti calori estivi, raccomandandone la conservazione in grotte scavate nel tufo a profondità di 15-20 metri, affinché la temperatura si mantenga costantemente bassa. In queste cantine, tutt’ora esistenti, il vino si conserva bene e si presenta frizzante a causa dell’anidride carbonica che si svolge dalla fermentazione lenta che, favorita dall’ambiente fresco, si dissolve facilmente nella massa. Nel 1839 Alessandro Dumas definì l’Asprinio come l’unico vino capace di andar bene con la pizza e gli spaghetti…ed è ancora così a tutt’oggi.
Veronelli rimasto affascinato dall’Asprinio di Aversa diceva: “Quando l’ho bevuto, mi sono emozionato. Ero in campagna da un contadino, dalle parti di Aversa, e quell’ Asprinio era eccezionalmente buono. Ben lavorato, fragile, elegante. Quello che mi fa rabbia è la consapevolezza di non poterlo ritrovare. L’Asprinio di Aversa sarebbe un vino splendido se venisse valorizzato“.
Ed è stato questo l”obbiettivo a presupposto della richiesta del conferimento della Denominazione di Origine Controllata nel 1993 per il vino “Asprinio di Aversa”, dare dignità ed un futuro ad un vino di grande pregio e tradizione. La millenaria storia vitivinicola dell’area è la fondamentale prova della stretta connessione ad interazione esistente fra i fattori umani e la qualità e le peculiari caratteristiche del vino “Asprinio”. Ovvero è la testimonianza di come l’intervento dell’uomo nel particolare territorio abbia, nel corso dei secoli, tramandato le tradizioni tecniche di coltivazione della vite, le quali nell’epoca moderna e contemporanea sono state migliorate ed affinate, grazie all’indiscusso processo scientifico e tecnologico, fino ad ottenere gli attuali rinomati vini. La presenza stessa di una particolare forma di allevamento che prende il nome da quest’area (alberata aversana) e la conservazione di alcuni esemplari centenari di vite prefillossera sono la prova tangibile del rapporto storico culturale che lega questo vino al suo territorio.
La denominazione oggi comprende i territori della zona posta a Nord dei campi Flegrei in quelli che un tempo erano denominati Regi Lagni. L’area dell’Asprinio di Aversa è totalmente pianeggiante e l’altimetria è compresa tra i 10 m. s.l.m. di Villa Literno e i 101 m. s.l.m. di Qualiano. Lo studio geologico dell’area ha evidenziato una composizione dei terreni di materiali riconducibili al secondo periodo flegreo che rappresentano le facies incoerenti (pozzolane fatte di cenere e lapilli di granulometria variabile) e coerenti o pseudo coerenti (tufo giallo); in profondità sono presenti, invece,materiali riconducibili al primo periodo flegreo (tufo grigio). Tutte queste formazioni provengono da una stessa tipologia di terreni detta piroclastici, materiale magmatico ricco di trachite e potassio.
Tra le poche realtà che ormai operano a tutela di questo vino troviamo la famiglia Numeroso. La cantina di famiglia ha origini nei primi del ‘900 e sorge nel centro storico di Lusciano in provincia di Caserta. Da sempre la famiglia ha coltivato il vitigno secondo sistemi molto produttivi, come tendenza economica voleva nelle terre del sud, tanto da essere stati a lungo conferitori di un ‘altra azienda per lungo tempo prima di diventare a loro volta produttori.
La svolta per la famiglia arriva agli inizi degli anni ’70 quando un amico convinse il Cav. Nicola a trasformare la convertire dei vigneti passando dall’alberata, sistema tradizionale e molto produttivo, a sistemi a spalliera più selettivi, guyot e sylvoz. Verso la metà degli anni ’70 la famiglia avvia le prime sperimentazioni nella vinificazione e spumantizzazione dell’asprinio e nel 1982 nasce il marchio “I Baroni“. Nel ’98 la casa del centro storico fu ristrutturata ripristinando la cantina secondo gli antichi canoni, scavata nel tufo fino a 13 metri di profondità per offrire fresco riparo al vino, segno di una ferma volontà di tutelare i legami con la tradizione che questo vitigno esige e che la famiglia stessa non intende né negare né tradire per non pregiudicare al tipicità del prodotto.
Il vino è un piccolo fiore selvatico che cresce negli assolati campi. Piccolo ma con un cuore grande. Il colore vira dal verdolino al paglierino tenue. Nella versione spumante il perlage è fine e persistente, l’aspetto brillante in ogni versione…il sole della Campania! Al naso è sottile ed elegante, pungente, quasi etereo. Ginestra, piccoli fiori di rovo, uva spina, mela, lime, pompelmo giallo… una nota minerale molto leggera sul finale. Ma è in bocca che sferra il gancio finale da knock-out! Una struttura esile sorretta da un grado alcolico non troppo elevato rende gradevole l’entrata in bocca, secco, scalpitante per quella freschezza che lo rende così particolare! Quasi acidulo ma di straordinaria beva! Nella versione spumante questa caratteristica è piacevolmente accompagnata dalla pungenza delle bollicine, nella versione ferma si ha l’impressione che ci sia un fondo quasi glicerico. Buona sapidità. Fine. Persistente. Sorprendente.

Come non accompagnarlo al piatto più amato al mondo a cui questa terra ha dato i natali: la PIZZA! Ma ricordate…la mozzarella è rigorosamente di bufala campana!!!!!!!!!!!!!!!!!!