Vino, passione e rabbia: solidarietà alla Cantina Conte Vistarino
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
Resistenza
Tratto da : Ora e sempre Resistenza di Piero Calamandrei
In questi giorni mi sono spesso domandato se avesse senso scrivere le righe che seguiranno: mi sono chiesto, soprattutto, se avrei potuto aggiungere qualcosa alle numerosissime reazioni di sdegno e rabbia per quanto successo all’Azienda Conti Vistarino e alla sua titolare Ottavia e, cosa ancora più importante, se sarei riuscito ad evitare le solite parole di circostanza, se sarei stato in grado di non cadere nella più scontata retorica. Stamattina ho, infine, deciso di correre il rischio di non riuscirci convinto che, in ogni caso, il silenzio sia peggio della più roboante banalità, che far conoscere, esporre le proprie idee – per quanto normali e scontate – sia meno peggio che tacere avvallando, con sommessa rassegnazione, l’accadere di tali spregevoli fatti.
Un breve riassunto è ora dovuto a quanti non avessero avuto notizia dell’accaduto: alcune notti or sono qualcuno si introdotto nelle Cantine Conte Vistarino a Rocca de’ Giorgi – in Oltrepò Pavese – e, probabilmente dopo aver manomesso il sistema di sorveglianza, ha aperto i rubinetti delle cisterne lasciando che 5.300hl di vino – in gran parte Riesling e Pinot grigio – finissero nelle canalette di scolo andando così irrimediabilmente perduti e causando un danno stimabile intorno ai 500.000€. L’Azienda colpita da anni si impegna, così come tanti altri bravissimi vignaioli oltrepadani, nella ricerca della qualità per i vini prodotti tra quelle colline con risultati che le hanno permesso di ricevere importanti premi nazionali e internazionali.
Non voglio ora dilungarmi in parole di solidarietà nei confronti dell’Azienda né di sprone a continuare comunque sulla strada intrapresa: Ottavia sa bene che tutto il mondo enoico italiano per bene le è vicino e non ha certo bisogno di queste poche righe per capire che ciò che ha fatto finora è giusto e merita di essere continuato.

Non posso, purtroppo, indicare esecutori e ispiratori di questo ignobile attentato – perché di ciò si è trattato: un attentato al futuro di un’intera comunità che trova nella vite e nel vino uno dei fulcri della propria economia – in quanto non conosco queste persone e, peraltro, se le conoscessi la magistratura e non World Wine Passion dovrebbe raccogliere le mie parole.
Vorrei solo scrivere alcune brevi considerazioni, spesso già espresse da altri ben più competenti ma riferite ad altre zone che noi – settentrionali fintamente benpensanti – volevamo considerare lontane da noi, appartenenti a un mondo alieno che non ci può toccare e non ci deve interessare.
Vorrei iniziare ridefinendo il concetto di mafia, rendendolo quotidiano, meno terrificante ma più pericoloso. La mafia siamo noi: siamo noi ogni qualvolta utilizziamo un amico per saltare una lista di attesa in ospedale, per accelerare una pratica in Comune, per costruire una casa sul greto di un torrente salvo poi piangere quando l’alluvione l’avrà portata via.
La mafia è un modo di essere, un modo di vivere molto più che di uccidere.
Certo la mafia – o meglio le mafie nelle loro diverse connotazioni regionali – uccidono al Sud ma fanno affari al Nord e li fanno con noi lombardi, veneti e piemontesi (a uso di chi avrà la bontà di leggermi posso dire che io sono di salde origini trivenete, sono nato e ho vissuto a Milano per 43 anni e ora vivo in provincia di Alessandria e, pertanto, non mi chiamo certo fuori dalla mia parte di colpe); certo non trafficano con tutti – ci mancherebbe, sarebbe come dire che tutti i meridionali sono mafiosi – ma nessuno può chiamarsi fuori, almeno dal problema.

L’Oltrepò non è né peggio né meglio di altre zone: ha le sue eccellenze, i suoi “eroi quotidiani” e i suoi filibustieri che possono prosperare perché, in mezzo a questi estremi, vi è una folla di Don Abbondio che, armata del proprio personale breviario delle buone intenzioni, volta lo sguardo dall’altra parte ogni qualvolta sa qualcosa che sarebbe meglio non sapere. Voltano il viso quando, come novelli invitati alle Nozze di Cana “de’ noaltri”, vedono, ad esempio, vini anonimi tramutarsi in vini Doc tanto apprezzati all’estero oppure quando il vicino produce di più di quanto le sue vigne possano dare senza che dai registri risulti l’acquisto di uve. Questi episodi, questa omertà, questo malinteso quieto vivere è madre e padre di ciò che è successo a Ottavia: è il figlio di un Paese assonnato, che crede che il mondo finisca nel proprio orto, che scende giustamente in piazza quando il pericolo è fuori dalla propria porta ma resta indifferente alle porte altrui.
Tutti siamo così – io sono così – ma dobbiamo sapere che è sbagliato, che non può esistere il mio benessere o la mia sicurezza bensì devono esistere benessere e sicurezza dell’intero Paese, Continente, Pianeta.
Ecco le colpe di Ottavia: da imprenditrice, ha capito che è il territorio a dovere crescere, sono le Denominazioni a dover essere conosciute e che il singolo produttore deve, in relazione alle proprie capacità, lavorare per sé stesso – è chiaro – ma pensando in grande, al proprio vicino e al vicino del proprio vicino.
Credo che il giorno in cui tutto ciò accadrà – e accadrà perché la storia non può essere fermata – quei 5.300hl di vino non saranno stati persi invano.
Gutta cavat lapidem, la goccia scava la pietra: non crediamo che i piccoli gesti, gli sforzi quotidiani di ciascuno di noi non possano dare risultati: è ciò di cui ci vuole convincere chi ha compiuto il sabotaggio e non possiamo permettere che ciò che ha fatto non solo resti impunito ma possa ripetersi qui o in altri luoghi. Tutti noi lo dobbiamo all’Azienda Vistarino, alle persone che quotidianamente vi lavorano e ad Ottavia: a tutti loro giunga l’abbraccio di World Wine Passion, dell’Oltrepò e di tutte le Persone libere.
Voglio concludere con le parole di un vero grande eroe dei nostri giorni, il magistrato Giovanni Falcone che, con la sua grande capacità di rendere palesi gli aspetti più nascosti ci ricordava: “Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare.“