Quando la qualità del paesaggio influenza la scelta del vino

La bellezza locus amoenus colpisce il cuore attraverso gli occhi, è il meccanismo dell’innamoramento che coinvolge ogni attento fruitore della natura. La bellezza dei luoghi stimola i nostri sensi e qualifica la nostra esistenza.

Noi siamo il prodotto della terra che ci ospita e dona ai nostri occhi scenari suggestivi dall’equilibrio delicato. Il luogo può avere pertanto un senso? La risposta è si, se esso sprigiona il senso di appartenenza, di radicamento profondo che lega l’uomo al paesaggio naturale ed antropizzato. Ed è proprio l’intervento dell’uomo, ponderato e sensibile o avventato e scellerato, che fa la differenza. Ed il valore che attraverso tutto questo si esprime e si percepisce può guidarci alla scelta di un vino.

L’area di provenienza, infatti, insieme alla bellezza del suo paesaggio stanno diventando alcuni di quelle nuove discriminanti nella scelta di un vino per il consumatore. Questo è corollario necessario dell’alto valore qualitativo che il vino italiano ha raggiunto e della necessità di introdurre nuovi elementi distintivi che sappiano guidare le differenze.

Per un consumatore, che chiede autenticità e sicurezza alimentare, diventa sempre più importante proporre un paesaggio attraente e ben conservato, che si faccia garante dell’alto livello qualitativo del prodotto, garanzie che solo il vitigno non è più in grado di dare. La qualità percepita di un vino ha sempre una componente soggettiva, che non trova riscontro solo nei valori compositivi oggettivi del vino, ma anche in uno stato mentale di predisposizione a premiare quei vini provenienti da aree in grado di offrire una immagine distintiva, attraverso la conservazione dell’autenticità e, con essa, il richiamo ad un’antica attività produttiva.

Il luogo di produzione ed il suo paesaggio si fanno sempre più portavoce di una differenziazione di origine che contribuisce a valorizzare il prodotto attraverso un’immagine legata alle scenografie e gli stati d’animo ad esse connessi, che influenzano positivamente il giudizio qualitativo. Il paesaggio genera emozioni e porta con sé un messaggio ed un insieme di sensazioni che si trasmettono in modo inconscio fino alla qualità percepita del vino, che si basa sulla stretta ed inconsapevole relazione tra attraente, bello e buono.

Nella gerarchia dei fattoi che contribuiscono a guidare la scelta e l’apprezzamento di un vino – marchio, origine, etichetta, confezione, messaggi pubblicitari…- la posizione occupata dal paesaggio si sta facendo sempre più solida e prioritaria. In altri termini, il giudizio del consumatore è condizionato dal ricordo o dalla visione di un bel paesaggio. La potenzialità espressiva del paesaggio è quindi elevata e conferisce un valore aggiunto alla qualità del vino, pari alle emozioni e agli stati d’animo che riesce a suscitare.

Secondo Levi Strauss la psicologia del buono è legato al bello. Ma quali sono gli elementi del paesaggio che maggiormente attraggono il visitatore? Numerose ricerche attestano che la presenza di manufatti storici, di fabbricati rurali tradizionali, del bosco o quantomeno di alberi, le antiche sistemazioni, le dolci curve della naturale morfologia, le coltivazioni, le dimensioni medio-piccole del vigneto, aumentano il gradimento del paesaggio. Al contrario la presenza di fabbriche e capannoni, dei tralicci delle linee elettriche, di vigneti moderni e di ampia dimensione, le linee artificiali e rette, la monotonia e l’omologazione del paesaggio peggiorano il giudizio dell’osservatore sul paesaggio.

Addentrandosi piano in questo mondo fatto di bellezze e di emozioni, si comprende allora perché oggi numerosi dibattiti e convegni stiano proponendo sempre più il tema del paesaggio, nel tentativo di sensibilizzare verso l’importanza d questa risorsa fondamentale, ma contrapponendo a volte una realtà che si discosta, nei fatti, dalla cura e dalle attenzioni che il paesaggio meriterebbe. Gli attuali paesaggi urbani ed agricoli sono il risultato di un agire che li pone spesso in competizione per rispondere alle richieste ed alle attese di una popolazione sempre più numerosa ed esigente in termini di spazi.

Il paesaggio è sempre più quindi la risultante di un compromesso: da un lato la necessità di proteggere e conservare e dall’altro i bisogni produttivi, le abitudini di tanti, l’evoluzione dei sistemi di produzione agricola, che ne impongono il cambiamento. Valori quindi estetici e culturali del paesaggio, ma anche valori economici e sociali, che ne determinano il continuo divenire. In questo ambito vanno ricercate quelle forme di compromesso che permettono di equilibrare conservazione, almeno delle testimonianze più significative, e progresso. Nel momento storico attuale, dove il passato si sta sempre più allontanando dal presente globalizzato, si sta sviluppando una maggiore sensibilità nei confronti dell’ambiente, delle tradizioni e del paesaggio agricolo.

L’enogastronomia si sta inserendo in questo contesto, il cibo ed il vino stanno acquisendo un’identità culturale e si sta rafforzando la relazione tra paesaggio agricolo ed i prodotti che esso produce. La vista non è più soltanto un senso primario di percezione, ma sta diventando sempre più elemento di giudizio in stretto collegamento con il gusto e con l’olfatto; il tutto trae quindi origine dall’oggetto veduto, nel nostro caso il vigneto, ed il contesto in cui è inserito.

Secondo la filosofia esistono due diversi modi di rapportarsi al paesaggio. Gli oggettivisti sostengono che il valore del paesaggio è insito nelle sue componenti materiali, ed è quindi possibile valutare correttamente le sue qualità analizzandone le caratteristiche fisiche. I Soggettivisti, al contrario, sono convinti che la qualità del paesaggio sia negli occhi e nella mente di chi guarda, basando il giudizio principalmente sulla propria sensibilità determinata dal livello culturale, dall’età e dallo stato sociale. La fotografia che riprende il paesaggio riprende quest’ultima tesi, affermando che ciò che si vede fuori molte volte è ciò che è dentro di noi. Ma, ancora una volta, nasce la domanda di come il paesaggio con la sua bellezza, oggettiva o soggettiva, possa influenzare la scelta di un vino, determinandone – a volte – il successo.

La risposta c’è quando l’immagine obiettiva della fisicità del paesaggio, arricchita dalla scenografia del momento – colori, luce, volumi- porta ad una percezione visiva che viene elaborata, immediatamente memorizzata e facilmente recuperata al momento dell’assaggio. In questo contesto, allora, un ruolo determinante è stato svolto, e lo svolge tutt’ora, dal viticoltore che, con le sue azioni quotidiane, diventa anche il primo paesaggista, seppur inconsapevole. Per questo motivo, il paesaggio si fa portavoce di cultura e di tradizione, per questo non vini anonimi, ma vini di paesaggio.

Con il suo lavoro, spesso manuale, il viticoltore ha modellato la natura, armonizzandola ed adattandola alle proprie esigenze produttive. Non vi è stata violenza, ma reciproco rispetto, elementi – questi . che non sono sempre presenti nelle azioni di oggi. Tra queste ultime non è comunque corretto attribuire solo alla meccanizzazione del lavoro la responsabilità del mutamento del paesaggio: vi è anche l’abbandono dell’attività contadina, di quelle figure che vivevano la loro quotidianità nei campi e nelle vigne e, soprattutto, vi abitavano presidiando il paesaggio. È allora auspicabile il ritorno ad una maggiore attività sostenibile perché, se il luogo è memoria, passato, tradizione e cultura, il rispetto di esso si identifica con la nostra stessa essenza.

Autore

Read Previous

Il vino del sabato: Un prosecco di 500 anni

Read Next

Il vino del sabato: L’anima dolce della Croatina: il Punto Coronato dell’Az. Agr. Montenato Griffini