• Mer 19 Giu 2024

Montalcino, il Brunello e Donatella Cinelli Colombini: l’arte nel bicchiere

A volte il vino è la manifestazione liquida
del silenzio.
Luis Sepùlveda

Cosa dire che non sia ancora stato detto? Come descrivere una delle Denominazioni che hanno reso l’Italia protagonista del panorama enologico internazionale e i cui vini occupano, da decenni, i primi posti delle più influenti classifiche mondiali? Come descrivere un vitigno – il Sangiovese – che, nelle sue diverse forme, rappresenta il cardine della produzione dei vini rossi in Italia? Credo che per certi versi l’unica soluzione dovrebbe essere astenersi dallo scriverne e lasciare ad altri – passati, presenti e futuri – l’onere e l’onore di trovare nuove parole, nuove informazioni e nuove suggestioni per raccontare Montalcino, i suoi vigneti e i suoi vini. La prova, però, è troppo intrigante e il fascino del Brunello troppo grande per potersi sottrarre a questa sfida.

E poi? E poi il vino non è solo succo d’uva fermentato. Non è il mero risultato di reazioni biochimiche guidate da tecnologi. Il vino è il frutto del lavoro di tante persone che gli dedicano la vita, investendo in esso le proprie competenze, il proprio tempo e le proprie risorse. Il vino è l’anima liquida dei vignaioli ed è quest’anima che deve essere raccontata, che si tratti di una sconosciuta Denominazione o di un blasonato protagonista del mercato enoico.

Io sono solo una piccola vignaiola di Montalcino“: ecco come Donatella Cinelli Colombini si descrive in una recente intervista (clicca qui) che ho avuto il piacere di pubblicare su queste pagine. Donatella è, in realtà, è molto di più: è una vignaiola che sa promuovere il proprio il territorio oltre che i propri vini; è una donna di cultura che coniuga profonde conoscenze artistiche – derivanti dal proprio percorso formativo oltre che da una sincera passione per il bello – con grandi competenze enologiche acquisite sia sul campo sia mediante studi approfonditi. Donatella è anche un’imprenditrice impegnata a promuovere – per mezzo del Premio Internazionale Casato Prime Donne – l’imprescindibile ruolo delle altre donne nella società nonché il valore della cultura e della conoscenza come “assoluto” senza distinzione di sesso o nazionalità.

Ecco quindi che a sfida si aggiunge sfida e che raccontare i Brunello di questa grande Signora del vino diventa raccontare il meglio dell’Italia, di quell’Italia che, ogni giorno, si scrolla di dosso la sporcizia di questa strana Nazione e lavora, con serietà e competenza, per dare un futuro al nostro Paese.

Il Sangiovese, ovvero il fulcro del patrimonio vitivinicolo italiano

Il Sangiovese rappresenta – sia nei fatti sia nell’immaginario collettivo – una pietra portante della vitivinicoltura italiana. Questa affermazione trova riscontro su più piani: questo vitigno è, infatti, il più diffuso vitigno da vino italiano, occupando il 12% della superficie totale dei vigneti; è presente praticamente ovunque, con l’esclusione della Valle d’Aosta e dell’Italia Nord Orientale. In Italia, l’utilizzo il Sangiovese è previsto dai disciplinari di ben 104 Denominazioni di Origine Controllata; inoltre, ben 10 sono le Docg che, tra Toscana, Umbria e Marche, utilizzano questo vitigno in purezza o unitamente ad altre varietà (tratto da Registro Nazionale delle Varietà di Vite).

La storia di questo vitigno in Toscana è antica e complessa: ecco come è narrata nella prima parte della scheda dedicata al Sangioveto (antico nome del Sangiovese) nell’ Ampélographie (1901-1910) di Pierre Viala e Victor Vermorel, così come riportata Ampelografia Universale Storica Illustrata, la monumentale recente opera curata da Anna Schneider, Giusi Mainardi e Stefano Raimondi: “Non è semplice dare per certa l’origine del Sangioveto o Sangiovese, perché le citazioni più vecchie non sono al riguardo cosi precise. L’autore che ne parla per primo è il Soderini, nel suo Trattato della coltivazione delle viti (1600), dove si accenna al Sangiogheto come di una cultivar capace di dare sempre un vino di qualità. Anche Cosimo Trinci (1730) tesse le lodi del Sangiovese, che chiama San Zoveto e, un poco più tardi, il conte Gallesio gli dedica nella sua Pomona Italiana (1830) una dettagliata monografia. Ciò che pare certo sull’origine del San Gioveto (o Sangioveto) è che non sia vitigno d’importazione, ma nativo dell’Italia centrale“.

In realtà, i recenti sviluppi scientifici, dovuti all’enorme sviluppo delle tecniche biomolecolari, hanno portato a profonde revisioni della ricostruzione delle parentele e della provenienza di questo vitigno. La teoria attualmente maggiormente accreditata ritiene il Sangiovese derivante da un’ibridazione spontanea tra Ciliegiolo e Calabrese di Montenuovo.

Quest’ultimo vitigno, da non confondersi con il Calabrese o Nero d’Avola, è stato recentemente riscoperto nei pressi del Lago di Averno nei Campi Flegrei. I vigneti nei quali è stata ritrovata questa antica varietà sono stati impiantati a metà del XIX secolo da una famiglia di provenienza calabrese, insieme ad altre varietà da loro importate dalle loro terre di origine (ad esempio il Magliocco dolce). Inoltre, ulteriori indagini hanno mostrato che il Corinto nero, varietà coltivata a Scalea e sull’Isola di Lipari, altro non è che una mutazione apirena del Sangiovese stesso; sempre in Calabria, il Sangiovese è noto localmente con i nomi di Nerello, Nerello Camporu, Tuccanesi e altri. Inoltre, è importante sottolineare le numerose strette parentele che questa varietà mostra con numerose altre sia in Toscana sia in Calabria, delle quali, a puro titolo di esempio, ricordo il Foglia tonda, il Morellino di Casentino, il Morellino del Valdarno, il Frappato, il Perricone, il Nerello mascalese e il Gaglioppo.

Quanto sopra riportato, unitamente a quanto scritto da Vannuzzi nel 1902 in relazione all’utilizzo del nome Calabrese per definire il vitigno San Gioveto nei pressi di Arezzo, porta a supporre un origine di questo vitigno proprio nell’Italia meridionale, dalla quale si sarebbe successivamente diffuso fino alla Toscana e, in seguito, a gran parte dell’Italia.

Per completezza, riporto che altri autori, nel 2012, hanno ipotizzato l’origine del Sangiovese come dovuta all’ibridazione tra il Ciliegiolo e il Negrodolce, una quasi sconosciuta antica varietà pugliese; è, però, emerso che quest’ultima altro non è che il Morellino di Valdarno, la cui parentela con il Sangiovese era già nota da precedenti studi. In ogni caso, anche quest’ultima ipotesi, per quanto lasci alcune perplessità, pone in Italia meridionale l’origine del Sangiovese.

In Toscana, tradizionalmente, si distinguono due gruppi di cloni: il Sangiovese grosso, chiamato Brunello a Montalcino, Prugnolo gentile a Montepulciano e Sangiovese di Lamole a Greve in Chianti, e il Sangiovese piccolo – a cui appartiene, ad esempio, il Morellino – nel resto della Regione.

Il Sangiovese è un vitigno difficile sia in vigna sia in cantina, che risente enormemente degli aspetti pedoclimatici dei territori di coltivazione. La trama tannica e il profilo sensoriale dei vini da esso ottenuti sono, ad esempio, fortemente influenzati dal pH del suolo.

Trova generalmente condizioni ottimali a quote comprese fra i 200 e i 600m s.l.m., su suoli non troppo fertili e ben drenanti; ad eccezione della zona di produzione del Morellino di Scansano Docg, il Sangiovese difficilmente regala grandi risultati nelle aree prossime alla costa. Sono, inoltre, necessarie forti escursioni termiche per garantire un’ottimale maturazione polifenolica delle uve; oltre a ciò, è molto difficile trovare un corretto punto di equilibrio fra questa maturazione e quella tecnologica.

Montalcino: il suo terroir ed i suoi vini

Scrivere di Brunello di Montalcino Docg vuol dire, principalmente, scrivere di un vino caratterizzato da grande finezza e longevità, eccellente struttura – coniugata, però, ad una sempre gradevolissima bevibilità – e capace, nel contempo, di esprimere una moltitudine di sfaccettature dovuta alla complessità pedoclimatica del suo territorio di produzione.

La produzione di vini di qualità in questa splendida porzione di Toscana è nota sin dal Medioevo come provato, ad esempio, dal fatto che già gli statuti comunali regolamentassero la data d’inizio vendemmia; in pieno Rinascimento – sempre a puro titolo di esempio – il bolognese Leandro Alberti (1550-1631) scriveva che Montalcino è “molto nominato per li buoni vini che si cavano da quelli ameni colli”.

L’area di produzione, che corrisponde al territorio del comune di Montalcino e si estende con una superficie di poco superiore ai 243km2, assume una forma quasi quadrata e può essere suddivisa in quadranti ponendo Montalcino stesso al centro di tale quadrato. La porzione sud occidentale, la più calda, è costituita da suoli ricchi di argille e di galestro, uno scisto argilloso facilmente divisibile in piccole zolle.

I versanti sud orientali – rivolti cioè verso il monte Amiata – sono caratterizzati da terreni composti da arenarie e galestro con presenza di tufo di origine vulcanica, derivanti proprio dall’Amiata stesso. La porzione nord orientale dell’area è costituita principalmente da marne argillose di origine pliocenica con terreni galestro-argillosi alternati a calcare marnoso, localmente noto con il nome di Pietra alberese.

La porzione nord occidentale, con suoli ricchi di galestro e di Pietra alberese che si alternano ad aree argillose, è tutt’oggi ampiamente ricoperta da boschi. In generale, le zone più basse sono costituite da terreni abbastanza sciolti originatisi nel quaternario per trasporto di detriti mentre, a quote maggiori, il terreno si arricchisce di scheletro, in particolare galestro ed alberese.

La collina di Montalcino dista, verso occidente, circa 40km in linea d’aria dal mare e, verso oriente, circa 100 km dagli Appennini. Il clima è mediterraneo e tendenzialmente asciutto anche grazie alla protezione fornita dal Monte Amiata nei confronti delle umide correnti sud – orientali. Le precipitazioni sono concentrate nei mesi primaverili e autunnali e la media annuale delle precipitazioni è di circa 700mm. In inverno, sopra i 400m di quota, sono possibili nevicate. La fascia di media collina non è interessata da nebbie, gelate o brinate tardive; inoltre, la frequente presenza di vento garantisce le condizioni migliori per lo stato sanitario delle viti e delle uve.

Il Brunello di Montalcino Docg è stato protagonista nell’ultimo cinquantennio di una vertiginosa crescita di immagine e di produzione: attualmente sono attivi 210 produttori imbottigliatori con una superficie vitata pari a 1932ha (dati Consorzio del Vino Brunello di Montalcino 2015; Valoritalia 2012).

Prodotto con uve Sangiovese grosso – localmente chiamate Brunello – in purezza, il Brunello di Montalcino Docg deve essere sottoposto ad un periodo di affinamento di almeno due anni in contenitori di rovere di qualsiasi dimensione e non può essere immesso al consumo prima del 1° gennaio dell’anno successivo al termine di cinque anni calcolati, considerando l’annata della vendemmia; la versione Riserva potrà essere immesso al consumo solo successivamente al 1° gennaio dell’anno successivo al termine di sei anni, calcolati secondo lo stesso criterio.

Nello stesso territorio è prodotto, sempre da uve Sangiovese grosso in purezza, anche il Rosso di Montalcino Doc, un rosso, meno importante del precedente, da bere giovane o dopo un più breve invecchiamento; la sua immissione al consumo è possibile dopo già il primo settembre dell’anno successivo a quello di produzione.

La valutazione della qualità delle diverse annate di Brunello di Montalcino Docg, così come valutata dal Consorzio stesso, è liberamente consultabile cliccando qui.

I disciplinari di produzione di entrambi i vini sono liberamente scaricabili, per chi fosse interessato ad ulteriori informazioni, dal sito del MIPAAF.

Casato Prime Donne, ovvero il Brunello al femminile

Già nel 1592 il Casato apparteneva agli antenati di Donatella Cinelli Colombini; poi vennero anni meno felici e solo in tempi meno lontani la tenuta tornò di proprietà della nonna di Donatella e, in seguito, di sua madre. Era il 1998 quando Donatella decise di fondare una propria Azienda composta da due tenute: il Casato a Montalcino e la Fattoria del Colle a Trequanda. Iniziò con una certa quantità di Brunello donatale dai suoi genitori per aiutarla ad avviare la propria attività e da lì, da quel Brunello, iniziò quel percorso fatto di impegno, studio, lavoro ed amore per il vino.

Talvolta, il destino guida i nostri passi e ci conduce verso felici intuizioni: era difficile assumere un enotecnico in breve tempo, ma era necessario averne uno per curare il Brunello avuto in dono. Donatella si rese conto che era molto più facile trovare, per quella delicata mansione, una donna, poiché, per i soliti inaccettabili pregiudizi, queste ultime incontravano più difficoltà ad essere assunte presso le cantine già avviate. Il dado era tratto! Una donna – Donatella Cinelli Colombini – assumeva un’altra donna per aiutarla a condurre l’Azienda che in precedenza era stata di sua nonna e di sua mamma: era nato il Casato Prime Donne.

Da lì in poi, tutta l’attività è stata declinata al femminile come avvenuto, ad esempio, anche con la collaborazione con la grande enologa francese Valérie Lavigne, ricercatrice presso l’Università di Bordeaux e consulente per aziende leggendarie quali Château d’Yquem, Margaux e Cheval Blanc. Casato Prime Donne diviene così la prima cantina in Italia ad essere gestita interamente da donne.

L’Azienda si trova a circa 200m di quota e poco più di 4km in direzione nord dal centro di Montalcino ed è circondata da 16ha di vigneto a Brunello.

Nella bottaia non sono presenti barriques ma solamente tonneaux da cinque e sette ettolitri utilizzati per un primo periodo di invecchiamento del Brunello che sarà, in seguito, travasato in botti grandi da 15hl e 40hl.

La ricerca della valorizzazione del terroir e della tipicità dei propri Brunello ha spinto la Titolare a costruire, nel 2007, una nuova tinaia – detta del Vento – a diretto contatto con i vigneti di Sangiovese, all’esterno della tinaia preesistente e pensata per ossigenare naturalmente i mosti, grazie alle sue ampie dimensioni, al fine di favorire, in tal modo, la fermentazione ad opera dei lieviti autoctoni naturalmente presenti nei vigneti.

Casato Prime Donne – Rosso di Montalcino Doc – 2011 – L. 12014

Anche l’occhio vuole la sua parte! Una parte che, se da un lato soddisfa il giusto piacere edonistico del vino, dall’altro deve vestire il vino, come un abito di alta sartoria, aiutandoci a comprenderlo con la mente prima ancora che con l’olfatto ed il gusto.

Ecco allora che questo Rosso di Montalcino Doc ci colpisce per la luminosa tonalità granata, di non eccessiva intensità, che si rivela man mano che il vino scende nel bicchiere e che ci porta a riflettere sull’eleganza che è giusto attendersi dai vini di Montalcino. L’uomo, si sa, non vive di solo bello ed ecco quindi che, avvicinando il bicchiere ancora fermo al naso, riconosciamo le note di ciliegia matura e prugna secca accompagnate da gradevoli sentori di violetta appassita. Lasciamo trascorrere alcuni secondi e, dopo una delicata rotazione, ai nostri sensi giungono i profumi legati all’invecchiamento e al competente uso del legno: pepe nero, carruba, polvere di caffè e di cacao.

Di buon corpo, caldo e rotondo, in bocca questo vino rimane impresso per eleganza e gradevolezza di beva in virtù dell’evidente freschezza, dei tannini fini ed avvolgenti – pur se ancora nervosi – e dell’alcol perfettamente integrato nella struttura del vino stesso; più che soddisfacente la persistenza.

Degustazione del 3 gennaio 2015

Donatella Cinelli Colombini – Brunello di Montalcino Docg – 2009 – L. 112013

Oltre cinque anni sono trascorsi da quando, dalla felice unione di tradizione e tecnologia, questo vino è nato nel cuore di una delle più rinomate aree vitivinicole italiane. Oggi è giunto per lui il momento di mostrarsi, di rivelare come amore, competenza e tempo abbiano saputo trasformare un mosto ribollente in un vino ammirato in tutto il mondo. Il colore è granato, grande la luce che sembra sprigionarsi dal bicchiere e corretta l’intensità, che a ricordare che, dietro a questo vino, vive l’anima del Sangiovese.

Questo Brunello, come tutti i grandi vini, non si regala al naso, non ti colpisce in un’esplosione di profumi che – come ogni esplosione – si spegne lasciando dietro di sé solo il ricordo di ciò che non c’è più: questo vino vuole essere aspettato e rispettato. Eccolo allora iniziare proponendoci un insieme di frutti rossi: prugna secca, confettura di ciliegie, cassis e mora. Una breve rotazione ed ecco aprirsi – è proprio il caso di dirlo – un mondo di profumi capaci di spaziare dalla violetta passita ad un’elegante nota ematica, dalle spezie dolci alla scorza di arancia amara fino alla polvere di caffè.

In bocca entra composto, ampio e coeso: i tannini, ancora indomiti, mostrano grande stoffa e garantiscono a questo Brunello, unitamente all’evidente freschezza, grandi capacità di invecchiamento.

La finezza del bouquet, l’eccellente persistenza e la piacevolezza di beva, dovuta al garbo dell’alcol e a un corpo non eccessivo magnificamente sorretto dalle durezze, rappresentano a mio avviso, i punti di forza di questo vino in grado di rappresentare al meglio un territorio che il mondo ci invidia.

Degustazione del 31 gennaio 2015

Donatella Cinelli Colombini – Brunello di Montalcino Docg – 1997

Nel corso della mia vista presso in Azienda, ho avuto il privilegio di degustare l’annata 1997 del Brunello di Donatella Cinelli Colombini. È sempre difficile per me descrivere vini molto invecchiati perché ritengo che le parole non siano sufficienti ad esprimere le emozioni. Emozioni che derivano dal pensare a com’era la tua vita quando quel vino stava nascendo, a come tante speranze siano state deluse ed altre – che mai ti saresti atteso – abbiano invece trovato pieno compimento. E poi le emozioni che emergono dal bicchiere sotto forma di sensazioni spesso quasi ineffabili, diafane eppure finissime e complesse. Le parole sono, tuttavia, l’unico mezzo a mia disposizione e quindi…

Nel bicchiere, questo 1997 sfoggia, a dispetto degli anni trascorsi, un magnifico e ancora luminoso color granato, a dimostrazione – ammesso che ancora ce ne fosse la necessità – delle capacità di invecchiamento di questo vino.

Il naso è un gioco di finezze, di fugaci sensazioni che si affacciano alla mente conscia per poi allontanarsene in attesa, talvolta, di ritornare col passare dei minuti. Il frutto rosso è ancora chiaramente presente ed è arricchito dalle note legate all’invecchiamento e al sobrio uso del legno: profumi più dolci di liquirizia, spezie, carruba e cacao si intrecciano a sentori più asciutti di tabacco e cuoio. In bocca, come già al naso, non denota gli anni trascorsi, presentandosi integro, ampio e di grande armonia; l’ottimo corpo è sostenuto da un’acidità ancora ben presente e da tannini di eccellente eleganza e avvolgenza. La lunga persistenza corona da par suo una degustazione da ricordare.

Degustazione del 15 giugno 2014

Donatella Cinelli Colombini – Brunello di Montalcino Docg Riserva – 2008 – L. 102013

Cosa distingue un grande vino? L’intensità, la complessità, la finezza, il corpo, l’armonia, la persistenza? Credo che ogni appassionato, pur riconoscendo l’importanza di ciascuna di queste caratteristiche, sappia, in cuor suo, quali tra queste siano davvero in grado di toccargli l’anima, di far sì che un vino gli resti impresso nella mente e nel cuore anche dopo migliaia di altri assaggi. Io – nel mio piccolo – non ho dubbi: finezza, complessità ed armonia.

Tre parole che potrebbero – da sole – esaurire questa recensione. Questa Riserva, che nonostante gli anni si presenta di color granato impreziosito da evidenti riflessi rubino, è un esempio mirabile di come un grande vino possa – e debba – esprimersi mediante l’eleganza e non, necessariamente, tramite la sola potenza. Il bouquet si rivela, fin dalla prima olfazione, di grande finezza e complessità, regalandoci sensazioni di pot-pourri di fiori rossi sostenute da sentori di frutti scuri quali prugne secche, cassis e more. Come al solito – soprattutto per i veri fuoriclasse – è l’attesa che riserva i piaceri più veri ed ecco così emergere, in successione, dal bicchiere il pepe nero, le spezie dolci e la liquirizia nera.

L’invecchiamento e il sapiente passaggio in legno si manifestano arricchendo ulteriormente il panorama olfattivo con note di polvere di caffè e cuoio. In bocca si presenta di grande stoffa e ampiezza, con tannini eleganti e avvolgenti che, unitamente all’adeguata freschezza, ne sorreggono la struttura, ricca, calda e rotonda offrendoci un vino nel quale le tre parole – finezza, complessità ed armonia – trovano il loro pieno compimento. In ultimo, ma non per questo di minor importanza, la lunghissima persistenza e la sua piacevolezza lo consacrano, a pieno titolo, tra i vini da non perdere.

Degustazione del 14 febbraio 2015

Casato Prime Donne
Cantina
Località Casato 17
53024 Montalcino (SI)
Fattoria del Colle
Cantina – Agriturismo – Ristorante
Località Colle
53020 Trequanda (SI)
www.cinellicolombini.it

Read Previous

Carmignano e suoi vini secondo Terre a Mano

Read Next

Bianco, rosso e …arancione: il Giallo di Costa di Daniele Ricci