• Mer 19 Giu 2024

La Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti oggi e domani: intervista alla nuova presidente Matilde Poggi

Dottoressa in Economia e Commercio e, soprattutto, vignaiola orgogliosa di esserlo! Matilde Poggi, classe…è un Signora, che diamine…, è stata eletta Presidente della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti lo scorso autunno a Piacenza nel corso dell’ultima Assemblea dei Soci, dopo aver ricoperto la carica di Vicepresidente per tre anni, al fianco di Costantino Charrère. La sua prima vendemmia risale al 1984 e da questa data la sua Azienda Agricola – Le Fraghe a Cavaion Veronese – passa da “conferitrice” di uve a vera e propria cantina a filiera completa.

World Wine Passion intervista Matilde Poggi per approfondire con Lei le sue opinioni inerenti il sistema vitivinicolo italiano e il futuro della F.I.V.I.

Matilde Poggi, a distanza di quasi un anno dall’intervista con Costantino Charrère, suo predecessore alla Presidenza della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, ritiene in qualche misura cambiata la situazione del comparto vitivinicolo italiano?

Non credo ci siano stati grandi cambiamenti da un anno a questa parte. Vedo che si stanno delineando due figure: da un lato i grandi gruppi che vorrebbero appropriarsi anche delle quote di mercato dei vignaioli, dall’altro i vignaioli che, in prima persona e con economie di scala completamente diverse, presidiano il territorio e difendono il loro prodotto.

Per fortuna c’è una parte di mercato, sempre più consistente, che dà credito al nostro lavoro e cerca il vino artigiano, fatto dal vignaiolo. Forse ci sarebbe bisogno di fare chiarezza su chi è vignaiolo e su chi fa industria del vino.

Nuovi mercati e nuovi competitors: cosa si aspetta la FIVI dalle Istituzioni in relazione, soprattutto, alla tutela del marchio Italia e alle penetrazione dei nostri vini nei mercati emergenti?

Purtroppo l’Italia paga la sua debolezza in Europa nel settore agricolo. Non siamo stati in grado di difendere le nostre denominazioni ove queste non siano denominazioni geografiche (caso Amarone e caso Prosecco). Mi piacerebbe che il nostro governo riuscisse a portare in Europa le problematiche di queste denominazioni che hanno una lunga storia e tradizione ma che non rientrano nei parametri geografici delle DOP.

Vedo poi che facciamo fatica quando andiamo a proporre i nostri vini sui mercati esteri: non esiste un sistema Italia e ci sono troppe organizzazioni che presentano i vini italiani in ordine sparso, disperdendo tempo, energie e risorse. La Francia ha Sopexa, noi abbiamo le Camere di Commercio, l’Ice, i Consorzi, le associazioni di categoria..

L’Unione Europea ha appena pubblicato un desolante rapporto sullo stato della corruzione nel nostro Paese: qual è, a suo avviso, l’impatto di questa piaga nei confronti del settore vitivinicolo?

Non mi sento in grado di rispondere, non ho la percezione che sia un problema specifico del nostro settore. Il problema che vedo piuttosto è che in sei anni, da quando esiste la FIVI, ci siamo confrontati con sei ministri dell’agricoltura diversi (sette se consideriamo l’interim a Enrico Letta). Come si fa ad andare avanti in questa situazione? Il nostro è un settore a lunga pianificazione, come si fa a cambiare così spesso interlocutore?

Etichettatura e metodi di tappatura sono due argomenti particolarmente cari alla FIVI: quali gli obiettivi finali, i risultati finora ottenuti e le prossime azioni che intendete intraprendere?

È vero, sono due argomenti particolarmente cari. Per quanto riguarda la tappatura, abbiamo ottenuto un grande risultato, quello di poter utilizzare le chiusure alternative anche sulle denominazioni che prevedono la denominazione “classico”.

Per le etichette abbiamo intrapreso un’azione in occasione del mercato dei vini dei vignaioli di Piacenza; considerato che l’80% delle sanzioni comminate in fase di controllo è relativo alle etichette, nella maggior parte dei casi per errori formali e non sostanziali, abbiamo chiesto al Ministero di metterci a disposizione un ufficio che, in via preventiva, certifichi la correttezza dell’etichetta prima che vada in stampa.

Una volta ottenuta la certificazione, questa potrà essere opposta a tutti gli enti che potranno venire a fare controlli in azienda. Riteniamo infatti che le sanzioni non debbano avere valore punitivo ma pedagogico. Noi tutti vogliamo essere in regola con le normative vigenti, ma con il groviglio normativo attuale questo è molto difficile.

Con l’avvento dei social – network e dei blog, la comunicazione sta subendo una rivoluzione epocale pari, probabilmente, all’invenzione dei caratteri mobili e delle onde radio: cosa si aspetta la FIVI da questi nuovi mezzi di comunicazione e quali i suggerimenti che si sentirebbe di dare agli addetti ai lavori?

Non sono la persona adatta a rispondere, mi valuto ancora poco tecnologica. La Fivi è presente e attiva sui social network da circa un anno e la nostra presenza sulla rete va di pari passo con una sempre maggiore attenzione da parte dei media e del comparto produttivo alla nostra Federazione. Sono strumenti indispensabili. Il rischio è che, essendo la rete per definizione immediata e non filtrata, si possono innescare inutili polemiche o si possano diffondere notizie prive di fondamento.

In Italia si sta assistendo ad una vera e propria renaissance delle antiche varietà tradizionali. In base alla sua esperienza, ritiene questa una strada valida per ampliare la quota di mercato dei nostri vini sia in Italia sia all’estero?

Direi che questa è l’unica strada che abbiamo per competere in un mercato globale. Questo è il nostro immenso patrimonio che ci differenzia da qualsiasi altro paese produttore. Sia in Italia che all’estero noto che l’attenzione è sempre più all’autoctono e sempre meno ai vitigni internazionali, che tanto erano di moda negli anni novanta. Era ora che il mercato se ne accorgesse. Il vino che nasce da impianti che durano vari decenni non può essere un prodotto che insegue le mode.

La viticoltura è oggetto, soprattutto in alcune aree d’Italia, di forti critiche in relazione all’impatto ambientale di numerose pratiche di campagna. Quali pensa possano essere le strade meglio percorribili per conciliare la tutela della salute pubblica e dell’ambiente con le necessità dei viticoltori?

Occorre dire che le pratiche di difesa in campagna sono diventate molto più rispettose: il vignaiolo è sempre più consapevole che il suo patrimonio è la terra dove ha impiantato le sue vigne e questo bene va tutelato prima di tutto per se stesso. Il vignaiolo vive dove produce e vuole vivere in un ambiente più salubre possibile. Le strade percorribili sono quelle di informare e promuovere sempre più un’agricoltura a basso impatto anche se l’industria chimica ha altri interessi.

Capisco che spesso l’opinione pubblica sia spaventata da certi trattamenti ma la viticoltura in certe zone non si può fare senza alcun trattamento. Si cominciano a diffondere le varietà resistenti ma attualmente derivano solo da varietà internazionali, un loro utilizzo in larga scala ci farebbe perdere tutto il nostro grande patrimonio viticolo.

Parlando con molti soci FIVI, ho notato un fortissimo senso di appartenenza all’Associazione: quali crede siano i motivi di un risultato così positivo?

Essenzialmente credo che i vignaioli dopo aver valutato il nostro operato in questi 6 anni, dal 2008, anno di nascita della Fivi, si siano convinti che questo è un gruppo in cui si sentono a casa perché siamo tutti vignaioli e solo vignaioli.

Abbiamo in mente una sola cosa: difendere i nostri interessi. Con gioia sento che siamo diventati interlocutori credibili presso le istituzioni, non mediamo con nulla, vogliamo solo portare a casa dei risultati. Invito i nostri soci a parlare della Fivi e a far parlare le loro bottiglie apponendo il logo Fivi. Questo ci rende più visibili e porta ogni settimana a nuove richieste di iscrizione. Piace molto anche che al nostro interno ci siano vignaioli biologici, biodinamici, convenzionali che si sentono di condividere le stesse iniziative.

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