Il vino del sabato: Fine, elegante e Cortese: Il Ròo di Rocco di Carpeneto

Quandi ra lin-nha r’ha un ròo o vent o bròo.
Quando la luna ha un alone, o vento o pioggia
Superstizioni, usi e proverbi monferrini
Ferraro, 1886

Il razzismo è il male oscuro della nostra civiltà! Neri, arabi, sud americani, meridionali: il razzista, a modo suo, non fa differenze: tutti malvagi, ladri, sporchi. Il razzismo, però, ha tante forme alcune delle quali, pur se all’apparenza meno gravi, possono – comunque – essere causa di gravi danni.

Ad esempio, il mondo degli animalisti è molto più sensibile al destino di un capriolo che non a quello di una vipera, molti uomini ritengono che le donne non sappiano guidare e molti enoappassionati – fino a ieri me compreso – ritengono che dal Cortese – a parte alcuni Gavi Docg – più di tanto non ci si possa attendere. Il razzismo, però, è pregiudizio e, come tale, è sbagliato in sé senza possibilità di appello. Ed ecco che, dopo avere nutrito i primi forti dubbi sulle limitate qualità del Cortese grazie all’interpretazione datane da un noto produttore dei Colli Tortonesi, ieri ho dovuto arrendermi all’evidenza: i limiti non sono nel vitigno o nel territorio ma solo nella volontà di valorizzarlo in modo adeguato.

Il Cortese: timido, riservato ed elegante

Citato per la prima volta nell’inventario della cantina del castello di Casale Monferrato del 1614, questo vitigno entra a pieno titolo nell’ampelografia moderna per merito del Conte Nuvolone Pergamo – vicedirettore della Società Agraria di Torino – nel 1798, grazie alla sua pubblicazione “Sulla coltivazione delle viti e sul metodo migliore di fare e conservare i vini”. In seguito, è un susseguirsi di citazioni tra le quali trovo giusto ricordare quella nella monografia di Demaria e Leardi (1875) e, ormai nel XX secolo, quella a cura di Viala e Valmorel nella loro “Ampélographie”.

È importante segnalare che i numerosi riferimenti ad una forma a bacca nera di Cortese – presenti in numerose opere del Rovasenda e del Pulliat – sono da ritenersi omonimie con vitigni che nulla hanno a che fare con il vitigno in oggetto. Attualmente, almeno per l’Italia settentrionale, non sono note parentele fra il Cortese e altre varietà di Vitis vinifera.

La foglia adulta è di grandezza media o medio-grande, trilobata o quinquelobata a seconda dei cloni e di aspetto cuneiforme o pentagonale. Il grappolo a maturità è di grandezza più che media, piuttosto spargolo, di forma conico-piramidale e caratterizzato dalla presenza di una o due ali; la lunghezza è di circa 20-25cm. L’acino è medio-piccolo di forma ellissoidale con buccia molto pruinosa, di colore giallo verdastro; la buccia assume una sfumatura grigio-dorata quando esposta al sole. La maturazione avviene, in condizioni normali, nel corso della seconda metà di settembre.

Attualmente, è assai coltivato in provincia di Asti, sulla sponda destra del Tanaro, e in provincia di Alessandria, soprattutto nel Novese (Gavi), nel Tortonese e nell’Alto Monferrato; è presente anche in provincia di Cuneo, in bassa Valle Belbo. Inoltre, è coltivato in Oltrepò Pavese, in Veneto Occidentale e, se pure sporadicamente, anche altre regioni italiane, quali Basilicata e Sardegna.

L’Alto Monferrato: terra di vigne e di castelli

L’Alto Monferrato è un sistema di rilevi collinari compresi tra i 200 e i 400 metri di quota; questa porzione di Piemonte meridionale corrisponde, in senso stretto, ai comprensori di Ovada e Acqui Terme. In questa zona la presenza del Cortese è certa almeno a partire dal 1659, grazie ad una lettera scritta dal del fattore del castello di Montaldeo al marchese Doria. I suoli sono in prevalenza calcareo-argillosi e calcareo-marnosi. Il clima è di tipo temperato suboceanico con estati calde e inverni freddi; la temperatura media annuale è di circa 12°C mentre le precipitazioni, concentrate prevalentemente nei mesi di maggio e novembre, raggiungono normalmente i 650 – 950mm all’anno; è evidente un trend positivo lungo una direttrice nord sud che porta a punte di oltre 1100 – 1200mm annui in prossimità dell’Appennino ligure. L’area è soggetta a una buona ventilazione soprattutto in primavera e a fine estate.

Dai rovi alla vite: l’Azienda Rocco di Carpeneto

Se è vero che la passione è in grado di unire più di quanto la distanza e le differenze possano dividere, ecco spiegato come mai Lidia Carbonetti – romana di nascita ma vissuta a Milano a partire dal 1994 – e Paolo Baretta – vicentino di origini, gardesano di nascita e milanese d’adozione – abbiano deciso di lasciare la loro vita nel capoluogo lombardo per trasferirsi a Carpeneto – in provincia di Alessandria – e iniziare la grande avventura della vitivinicoltura.

Un’avventura svolta nel massimo rispetto dell’ambiente, tanto che dal luglio 2014 sono entrati a far parte di Vinnatur, l’Associazione che riunisce i produttori di vini naturali.

La loro Azienda, iscritta anche alla Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, è un’Azienda giovane – la prima vendemmia è stata quella del 2012 – che vinifica esclusivamente le uve ottenute dai loro vigneti, estesi per poco più di 4ha sull’antico pianalto fluviale ad a una quota media di 270 m. s.l.m.. Le vigne sono composte in buona parte da Dolcetto – utilizzato prevalentemente per la produzione di Ovada Docg – da Barbera, impiegato in gran parte nella produzione di Barbera del Monferrato Superiore Docg, e, su una piccola superficie di 0,35ha, da Cortese.

Il legame con il territorio è attento e costante e testimoniato anche dalla scelta dei nomi: il toponimo Rocco, infatti, sembra derivare dall’antico ligure – una lingua di ceppo basco – nella quale indicava la presenza di siepi spinose con le quali i confini venivano demarcati e difesi. Decisamente monferrini sono, anche, i nomi dei diversi vini, essendo stati tratti dalla seconda edizione del Glossario monferrino del 1887 scritto dal carpenetese G. Ferraro.

Az. Agr. Rocco di Carpeneto – Ròo – Piemonte Cortese Doc – 2013 – Bottiglia n° 1267/2200

Anche l’occhio vuole la sua parte! Ed ecco quindi che il paglierino intenso, arricchito da eleganti sfumature dorate, di questo vino non può che spingerci alla degustazione carichi di aspettative. Aspettative che aumentano ulteriormente dopo avere letto che, nonostante l’assoluta limpidezza e la magnifica luce di questo prodotto, si tratta di un vino non filtrato.

Appena portato il bicchiere al naso, il Ròo si rivela un vino riservato, quasi timido ma di grande fascino ed eleganza. Non un’esplosione di profumi: piuttosto una tavolozza di note tra loro in equilibrio che ricordano – a costo di rischiare l’ossimoro – un paesaggio dipinto ad acquerello. Una breve rotazione ed ecco in sequenza apparire sfumature di pesca bianca, pompelmo giallo e limone, frammiste a sentori di timo e biancospino. Colpisce la sua verticalità dovuta in buona parte alle leggere note balsamiche, che ricordano la citronella, unite a delicate spezie quali il pepe bianco. Il tempo e la pazienza permettono di avvertire anche sentori minerali affiancati a note di frutta tropicale non particolarmente matura.

In bocca non tradisce: ottimo corpo, buona persistenza e freschezza veramente degna di nota: il tutto in grande equilibrio come si conviene a un vino di ottima stoffa. Godetevi, infine, la sua raffinata chiusa ammandorlata e non gustatelo sotto i 14°C: sarebbe davvero lesa maestà!

Azienda Agricola Rocco di Carpeneto
Strada Cascina Rocco 500
15071 Carpeneto (AL),
Tel. +39 0143 85 492+39 0143 85 492,
Mobile +39 348 81 01 442+39 348 81 01 442
info@roccodicarpeneto.it
www.roccodicarpeneto.it

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