Il Grignolino, il piacere moderno di un’antica nobiltà
…sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno
mordesse la rotaia con muscoli d’ acciaio,
con forza cieca di baleno…
tratto da: La Locomotiva di Francesco Guccini
Talvolta, forse dovrei dire spesso, non capisco! Non capisco i grandi problemi dell’umanità – perché le persone si uccidano, perché si stia cercando con tanto impegno di distruggere il nostro pianeta, perché una parte del mondo abbia troppo e l’altra troppo poco – ma non capisco anche cose più piccole, all’apparenza insignificanti: non capisco, infatti, perché tutti guardino gli chef in televisione per poi mangiare i surgelati, non capisco perché si compri olio extra vergine d’oliva a pochi euro al litro per poi scandalizzarsi quando si scopre che si tratta di truffe, non capisco perché una firma su un paio di occhiali li renda uno status symbol e non capisco – ma certo mi indispone assai – perché il grignolino non goda della fama che gli spetta. Il mercato globale, certo, ha le sue regole e i suoi profeti che hanno fatto per anni di immediatezza, intensità, potenza, frutto prorompente, legno ben percepibile gli obiettivi da perseguire sempre e comunque, penalizzando chiunque cercasse di esprime col proprio lavoro la ricerca dell’eleganza, della complessità e di un approccio al vino giocato sul gusto sottile di capire, cercare e scoprire ciò che un bicchiere può raccontare. Il Grignolino sa regalare tutto ciò e ciò che seguirà sarà il mio piccolo tributo a un grande protagonista dell’Italia enoica.

Il Grignolino tra passato, presente e futuro
Il Grignolino è un vitigno di antiche origini, noto – in passato – con il nome di Barbesino o Barbexino. È proprio con questo nome che, in un antico atto del 1246, i Canonici della chiesa di S. Evasio davano in affitto “quattro staia di terra gerbida affinché fossero lavorate e vi fossero collocate buone piante di viti Berbesine”.
Pochi anni dopo (1249) concedevano la stessa superficie di terreno, sempre a patto che il terreno fosse piantato “de bonis vitibus berbexinis“. Non esigevano alcun canone per i primi cinque anni, ma dopo quel periodo avrebbero richiesto due staia e una mina di vino. Doveva essere del migliore, quello della prima spremitura e soprattutto doveva essere rigorosamente prodotto dalle uve Berbesine di quella precisa vigna.
Col nome Grignolino questa varietà è citata negli anni 1337-38 in un documento dell’Abbazia di San Giusto di Susa che riferisce di “sextarios XII vini albi tam muscatelli quam grignolerii“; passano i secoli ed ecco che nel 1614 il vino Grignolino è citato fra i vini della cantina della celebre fortezza di Casale, una delle più importanti piazzeforti d’Europa. Il suo nome sembra essere dovuto all’abbondanza di vinaccioli – grignole in piemontese – all’interno dell’acino anche se una seconda ipotesi, meno colta e più popolare, vuole invece la sua denominazione derivante dal verbo grigné, che sempre in dialetto piemontese, significa “sorridere”, concetto legato evidentemente al buonumore che questo vino saprebbe dare ai suoi bevitori o ancora, sempre da grigné, perché proprio a un sorriso assomiglierebbe l’espressione che, a causa dei tannini, si disegna sul volto di chi lo beve.
Un tempo la zona di coltivazione di questa varietà doveva essere assai più ampia, come testimoniato dall’opera di Demaria e Leardi (1875) che affermano che, con numerosi sinonimi, tra i quali ricordo Balestra e Arlandino, questo vitigno fosse allora presente in larga parte della provincia di Alessandria, che allora comprendeva anche l’attuale provincia di Asti, per giungere alla provincia di Pavia col nome di Barbesino. Oltre ad essere molto più diffuso, tra il XVIII e i primi anni del XX secolo, il Grignolino continuò a essere apprezzato e bevuto come vino di alta qualità spesso riservato alla classi più abbienti. Gallesio (1772-1839) lo cita come “un vino nero-chiaro sciolto e di forza mediocre che non dà alla testa ed è diuretico”. Riscontrò, inoltre, che si trattava di un vino scelto e di prezzo elevato: “È, in effetti, il vino da tavola di tutte le persone agiate”.

In seguito, in occasione dell’Esposizione e Fiera dei Vini Nazionali di Asti del 1891, il re Umberto I di Savoia assaggiò diversi vini, ma si complimentò particolarmente proprio per la bontà del Grignolino. Il celebre enologo Arnaldo Strucchi, uno dei grandi protagonisti del progresso enologico piemontese, definì il Grignolino il vero vino superiore da pasto, tipico piemontese, il migliore: di moderata alcolicità, leggero, sapido, di un bel colore rosso granata chiaro. L’inizio del 1900 segnò un momento molto felice nella storia del Grignolino: era, infatti, considerato fra i principali vitigni piemontesi. I suoi prezzi salirono fino ad ottenere le stesse quotazioni del Barolo e del Barbaresco.
L’autorevole professore Girolamo Molon, docente di Viticoltura alla Regia Scuola Superiore di Agricoltura di Milano, scrisse che era un’uva preziosa e che il vino che dava, era fra i migliori del Piemonte: “scelto, leggero, frizzante, di color granata chiaro.”
È interessante segnalare che il Grignolino venne utilizzato, ad esempio dal Sig. Arrigi di Saluzzo, nella produzione dei primi Spumanti Metodo Classico del Piemonte; in tempi recenti, alcuni produttori hanno ripreso queste produzioni ottenendo interessanti risultati.
In seguito, purtroppo, ebbe inizio il suo declino causato non certo dalle sue intrinseche caratteristiche, quanto dalle difficoltà di produzione in vigna e in cantina, dal cambiamento dei gusti del mercato e dall’affermarsi di altri vini e territori di produzione. Ecco quindi che già negli anni ‘30 del secolo scorso, l’emerito professore Giovanni Dalmasso, una delle più autorevoli voci della scienza vitivinicola piemontese, lamentava il fatto che ne andasse diminuendo la produzione.
Attualmente, l’utilizzo di questa varietà è prevista nella produzione di tre vini a Denominazione Controllata: il Grignolino d’Asti (35 comuni in provincia di Asti; minimo 90% Grignolino, è ammesso fino 10% di Freisa), il Grignolino del Monferrato Casalese (34 comuni in provincia di Alessandria; minimo 90% Grignolino, è ammesso fino 10% di Freisa) e il Piemonte Doc Grignolino (numerosi comuni tra le province di Asti, Alessandria e Cuneo; minimo 85% Grignolino – possono concorrere, per la restante parte, altri vitigni a bacca di colore analogo non aromatici idonei alla coltivazione nella regione Piemonte). Il Grignolino d’Asti è coltivato, frequentemente, su suoli in parte sabbiosi, mentre il Monferrato Casalese è caratterizzato in gran parte da suoli calcareo-marnosi, compatti e ricchi di limo. Per completezza, voglio ricordare che questo vitigno è specificatamente ammesso, in percentuali ben precisate dai singoli disciplinari, nella produzione di vini rossi o rosati di una o più tipologie delle seguenti Denominazioni di Origine: Colli Tortonesi, Gabiano, Rubino di Cantavenna e Monferrato.
La foglia adulta è di media grandezza (talvolta medio-grande), di forma pentagonale con tre o cinque lobi. Il grappolo a maturità è di grandezza media o medio-grande, piramidale, talora allungato, spesso con ali molto sviluppate, generalmente produce grappoli compatti o molto compatti. Gli acini, di dimensioni medio – piccole, hanno buccia molto pruinosa di colore da nero violetto a rosso violetto, sovente non uniformemente distribuito; i vinaccioli sono numerosi. La maturazione dell’uva avviene in epoca media o medio-tardiva, ovvero tra la fine settembre e la prima decade di ottobre. Ha pochi antociani e, pertanto, in autunno le foglie non diventano rosse bensì gialle. Nulla è, per ora, noto sulle sue origini e parentele.

I Grignolino dell’Astigiano e del Casalese presentano alcune diversità: il primo è più profumato e di pronta beva avendo, infatti, meno tannini, note più floreali e meno speziate mentre il secondo è, generalmente, più strutturato e tannico, con maggiori possibilità evolutive e maggior presenza di sentori speziati.
I descrittori variano dal lampone, alla mora, alla fragola, per assumere, con l’evoluzione in bottiglia, sentori di pepe bianco e chiodi di garofano; ben presenti le note floreali che spaziano tra il geranio e la rosa.
Al gusto, è di media struttura e buona persistenza; si caratterizza per il perfetto l’equilibrio tra corpo e acidità e per un finale piacevolmente ammandorlato.
Nonostante le indiscutibili qualità e i numerosi e importanti fautori – uno su tutti Luigi Veronelli – il Grignolino ha visto negli anni un costante declino – nel 2013, secondo Valoritalia, hanno visto la luce solo 812.933 bottiglie di Grignolino d’Asti Doc e 316.000 bottiglie di Grignolino del Monferrato Casalese – di interesse da parte dei produttori e dei consumatori. I primi scoraggiati dalle difficoltà di produzione e di commercializzazione, i secondi spinti a seguire le mode di un mercato dominato per anni dai gusti e dalla critica d’Oltreoceano nonché, è doveroso dirlo, da una non sempre adeguata comunicazione da parte dei produttori stessi.
La mia speranza – ma voglio credere che non si tratti solo di una speranza bensì di una realtà che ha già iniziato a crescere e a concretizzarsi – è che questo storico vitigno possa godere del Rinascimento che gli è dovuto in virtù della sua storia, dei suoi passati fasti e delle sue indubbie qualità. Credo, in ogni caso, che il vento abbia già iniziato a girare grazie alla riscoperta, da parte di molti enoappassionati e anche di tanti consumatori meno evoluti, dei valori di finezza, eleganza e complessità che certo non mancano al Nostro nonché di un rinnovato entusiasmo da parte di molti produttori che stanno credendo – e investendo – in qualità e comunicazione a fine di rilanciare un prodotto che deve tornare a essere protagonista del nostro panorama vitivinicolo. Proprio in questo solco si inserisce l’iniziativa di un gruppo di 10 produttori astigiani e alessandrini che hanno dato vita all’Associazione Monferace, e all’omonimo marchio collettivo, che prevede la produzione di Grignolino più strutturati e complessi grazie, oltre a un accurato lavoro in vigna, a un invecchiamento di due anni in legno seguito da un periodo di altri due anni di affinamento in bottiglia; potremo avere il piacere di assaggiarne le prime bottiglie a partire dal 2019.

La degustazione, ovvero il Grignolino si fa protagonista
Era una bella giornata giornata di giugno quando mi avviai verso Agliano Terme e, in particolare, verso Tenuta Garetto il cui titolare – Alessandro – si era cortesemente offerto di organizzarmi una degustazione, rigorosamente alla cieca, di Grignolino d’Asti e del Monferrato Casalese. Tanta la curiosità e alte le aspettative: la mia passione per il Grignolino nasce dal primo assaggio, da quando, ancor prima di abbandonare l’insegnamento della Zoologia e della Conservazione della Natura, iniziai il mio lungo – e mai concluso – percorso di avvicinamento al vino ed ebbi la fortuna di assaggiare per le prime volte questo antico figlio del Monferrato. Fu subito amore: amore per la sua eleganza, amore per il suo colore – non intenso ma caldo e luminoso – e amore per la sua storia fatta di antiche glorie e di ingiusto declino. Credo che tutto ciò abbia acuito la mia mai sopita passione per la conservazione, per la tutela di chi – animali o persone – sia vittima di pregiudizi e discriminazioni.
Ad attendermi, oltre ad alcuni dei produttori che avevano cortesemente offerto i loro prodotti, vi erano 14 bottiglie coperte (annate 2015, 2014 e 2011) per impedirmi, come era giusto fosse, di leggere le etichette. La degustazione ebbe inizio, con calma, senza fretta: il numero contenuto di campioni permetteva di assaggiare con calma, di ragionare, scrivere e poi riassaggiare per fugare gli ultimi dubbi. Fu una gioia e una sorpresa: non avevo dubbi sul fatto che avrei assaggiato dei buoni, se non ottimi, vini ma, sinceramente, non mi aspettavo un livello così alto e una qualità così costante. Inoltre, ma questo non è certo secondario, i diversi vini mantenevano ciascuno una loro personalità, possedevano quel quid capace di renderli unici pur se perfettamente riconoscibili come Grignolino.
I colori variavano dal rubino al granato, poco intenso ma sempre lucente e ricco di fascino. Ogni campione trovava così nel proprio colore un biglietto da visita che mi conduceva all’assaggio in modo naturale e curioso. I profumi hanno sempre ben rispettato la tipicità del vitigno e gli anni trascorsi dalla vendemmia e spaziavano dai piccoli frutti – amarena, ciliegia, ribes rosso e lampone – ai sentori di rosa o iris, talvolta appassiti, alla grafite, al confetto, all’erba fresca fino a comprendere sensazioni agrumate riconducibili al chinotto o alle scorze di arancia. Molto interessante, in alcuni assaggi, la presenza di un’elegante nota ematica nonché le sensazioni speziate riconducibili al pepe o ai chiodi di garofano; i campioni più evoluti mostravano sentori di cuoio o di polvere di caffè. In bocca, questi Grignolino hanno saputo mantenere le aspettative mostrando un corpo adeguato e tannini spesso nervosi ma fitti e piacevoli e capaci, insieme alla freschezza, di donare ai vini nerbo e personalità, rispecchiando appieno ciò che, a mio avviso, un Grignolino deve sapere esprimere. La persistenza dei diversi assaggi, generalmente lunga, concludeva con piena soddisfazione ogni degustazione anche grazie alla piacevolezza dei rispettivi fin di bocca.
Degustazione del 10 giugno 2016
Ringraziamenti
Il mio grazie va a tutti i produttori che con il loro lavoro e con il loro amore per il Grignolino hanno reso possibile, offrendo i frutti del loro impegno, questa degustazione. È, pertanto, per me un grande piacere, come insufficiente ringraziamento, elencarli di seguito in rigoroso ordine alfabetico:
Agostino Pavia e Figli
Azienda Agricola Accornero & Figli
Azienda Agricola Alessandro
Azienda Agricola Gatto Pierfrancesco
Azienda Agricola Goggiano
Azienda Agricola Livio Amelio
Azienda Agricola Luigi Spertino
Azienda Vitivinicola Braida
Cantina Sant’Agata
Giorgio Carnevale
Tenuta Garetto
Tenuta Santa Caterina
Un ulteriore ringraziamento è dovuto ad Alessandro Garetto per l’organizzazione e la più che cortese ospitalità.