• Mer 19 Giu 2024

Frammenti di vino

Aria

Disteso nel filare si godeva i raggi del sole che oltrepassavano il verde tetto della Bellussera. Chiuse gli occhi ed allargò le braccia inspirando profondamente l’aria pennellata del dolce profumo dei fiori di robinia, di terra e di erba appena tagliata.

Si alzò sui gomiti tenendo gli occhi chiusi. Non aveva bisogno di guardare per figurarsi nella mente le file ordinate delle viti che crescevano dritte verso l’alto condizionate da quella strana architettura. Reclinato il capo aprì gli occhi e fissò, come se lo guardasse per la prima volta, l’intreccio di fili di ferro che a mezz’aria disegnavano una raggiera lungo la quale i giovani tralci di Raboso si arrampicavano a celebrare di nuovo la vita. Ne seguì l’andamento a ritroso, soffermandosi sul cordone speronato che si allungava nella fila e nell’interfilare, sul ligneo tronco contorto che finiva nella terra scura e umida appena mossa da un erpice, il celere laborìo degli insetti tra l’erba.

Tornò a guardare verso l’alto. Presto, da quel soffitto sarebbero scesi grossi grappoli che, lentamente, sarebbero maturati e l’aria sarebbe cambiata portando con sé nuove stagioni e nuovi profumi. Quel pensiero gli provocò un moto di gioia che disegnò sul suo volto un grande sorriso. Si sentiva orgoglioso di quel vigneto, nonostante fosse ancora troppo giovane, la consapevolezza che un giorno tutto sarebbe dipeso da lui lo spinse a balzare in piedi con un gesto agile per correre verso casa in cerca del nonno a cui riferire entusiasta cosa avrebbe voluto fare da grande.

Acqua

Lentamente discese il sentiero appoggiandosi con prudenza al vecchio bastone per non scivolare sui sassi. Sceglieva sempre la stagione calda, quando il letto era asciutto, per recarsi a rendere personale omaggio a quel fiume sacro alla Patria. La candida distesa di pietre modellate dallo scorrere delle sue acque tratteggiava uno scenario lunare che riempiva di stupore occhi e cuore.

Si avvicinò a quello che era poco più di un rigagnolo con un senso di riconoscenza misto ad una strana sensazione di affetto, come se quella non fosse soltanto acqua, ma un caro vecchio amico che porge la mano nel momento del bisogno senza chiedere.

Il suo flebile gorgoglio pareva un racconto proveniente da pagine ingiallite di quel fronte ormai dimenticato, quando le acque si tinsero del sangue di vittime consapevoli in quella crudele mattanza chiamata guerra. Inevitabilmente, il corso della vita nei luoghi circostanti cambiò per sempre. Si destò da quel senso di torpore e guardò oltre la riva con un sentimento di fiducia. Infondo il fiume Piave è stato sopratutto vita.

Dalle sue continue inondazioni proviene la terra sulla quale si è costruito e ricostruito e, molto prima, il suo ampio scorrere ha visto passare le enormi chiatte per fiorenti commerci o semplice sopravvivenza. Ancora oggi condiziona il microclima e la biodiversità della pianura. Chinando il capo in segno di ossequioso congedo si voltò e si avviò verso casa.

Terra

Si sfregò le braccia sopra il tessuto grezzo della giacca di lana ascoltando assorto il rumore dei suoi passi sull’erba gelata. Era fredda quella mattina di fine ottobre. Un leggero velo di nebbia autunnale avvolgeva ancora il vigneto conferendo al paesaggio un che di malinconico.

I grappoli, scuri e succosi, pendevano dalla Bellussera, ridotta ormai ad un ligneo scheletro adorno di qualche foglia rossastra che tardava a cadere, pronti per essere raccolti. Uno stormo di tordi compiva coreografiche acrobazie movimentando la scena. In lontananza, le sagome dei carri preannunciavano il gioioso frastuono di chiacchiericcio e canti che per tutta la giornata avrebbero popolato il vigneto. Allungò una mano a sfiorare un grappolo pervaso da un senso di gratitudine.

L’annata era stata buona, il caldo dell’estate si era prolungato fino ad ottobre senza tanta pioggia permettendo così al Raboso di maturare bene. L’ultimo vitigno ad essere vendemmiato. Staccò un chicco e lo portò alla bocca, beandosi a quel contatto polposo.

Quella acidità e quel sapore così sincero di uva l’avrebbe riconosciuto tra mille. Raggiunse i suoi operai che, in piedi sui carri, si apprestavano ad iniziare un nuovo giorno di lavoro. Man mano che il carro avanzava a passo d’uomo, uomini e donne tagliavano con maestria e precisione i grappoli migliori, passati sotto la cernita dello sguardo esperto, che morbidamente cadevano in una gerla di vimini posta ai loro piedi oppure legata al collo, con quell’antico metodo ereditato dai vecchi. Al lati del carro, altri uomini svuotavano le gerle piene in casse più grandi per essere trasportate in cantina.

Più dietro, un paio di ragazzini erano addetti alle bevande, acqua o vino a seconda del bisogno. Tutto procedeva. Si ricordò di quel giorno in cui decise che tutto ciò sarebbe stato la sua vita. Rivolse un sorriso al cielo.

Fuoco

Le grida festose dei bambini, il fantoccio a forma di vecchia in cima alla pira, l’odore acre del fumo proveniente dagli arbusti verdi che stavano bruciando, gli auguri scambiati a gran voce. Il pan e vin. La concretizzazione di un sentire popolare che si tramanda, magari cambia ma non muore.

Era il 5 gennaio. Il vino nuovo era stato travasato già una volta, i grappoli buoni messi ad appassire nel fruttaio erano stati appena pigiati e quel mosto così concentrato ora stava fermentando per diventare vino passito. Il vino vecchio allietava già cuori e palati. Gli anziani sedevano poco distante dal fuoco su vecchie sedie di legno o sgabelli di fortuna dal precario equilibrio che potessero assolvere a tale funzione, le donne chiacchieravano del più e del meno, i bimbi si perdevano in allegri girotondi. Si bruciava la vecchia quella sera e tutti i mali e la brutta stagione lasciavano il passo al carnevale e questo, a sua volta, alla primavera, nella rinnovata promessa di nuova vita.

Quel momento di serena condivisione era allietato dalla pinza, un dolce della tradizione contadina a base di farina di mais, uvetta ed acciughe, dalla benaugurante ricchezza di sapore, ed immancabilmente dal vino. Guardò nel suo bicchiere. Il colore rubino mandava bagliori al riverbero delle fiamme, enunciazione del carattere indomito del Raboso.

Nonostante l’aria fosse pregna degli odori più disparati, colpiva al naso il profumo di marasca e frutti rossi, di viola ed, in fondo, del legno della botte grande. Ne bevve un sorso. Poi un altro. Il vinet, come lo chiamavano familiarmente i più intransigenti, e non ho ancora ben inteso se per quel senso di sprezzante sufficienza per una cosa avuta sempre in abbondanza anche momenti più bui per cui è stato difficile non apprezzarne la mancanza, o per l’abitudine a quel gusto acidulo e tannico che ammorbidisce solo dopo lunghi affinamenti che, di fronte all’invasione del nuovo internazionale, ha perso la sua importanza. Attraverso quel sorso si celebrava la vita, gli uomini, la fatica, la terra del Piave. Vuotò il bicchiere e ricominciò.

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