• Gio 22 Feb 2024

Finalmente un lavoro, per…Bacco

Continuano le interviste a giovani talentuosi protagonisti del mondo del vino. Oggi un’intervista collettiva: i tre fratelli (o meglio due sorelle e un fratello) della famiglia Padroggi, titolari dell’Azienda Vitivinicola Cà del Gè di Montalto Pavese. Poco più di un secolo di vita in tre, i tre fratelli stanno proseguendo il sogno del padre, dando lustro e speranza, insieme a tanti loro giovani colleghi, all’intero Oltrepò pavese.

Stefania, Sara e Carlo ovvero tre giovani che continuano il sogno del padre: come siete arrivati a maturare la decisione di continuare il suo cammino?

Nascere immersi in questo paesaggio dove i colori delle vigne scandiscono le stagioni.

Respirare la fatica di chi prima di noi ha ridisegnato il profilo delle nostre colline impiantando vigneti destinati a mettere radici profonde per chissà quanti anni.

Inebriarsi sentendo il profumo del mosto prima e del vino poi.

Non può essere un caso nascere in mezzo a tutto questo!

È così che, stagione dopo stagione, anno dopo anno, sono cresciuti in noi prima la curiosità verso questo lavoro e poi un coinvolgimento sempre maggiore, che ci ha portato a decidere che questa sarebbe stata anche la nostra strada.

Abbiamo avuto la fortuna di avere un padre innamorato del proprio lavoro che ci ha sempre coinvolto senza mai forzarci la mano. Così è stato naturale per noi continuare sui suoi passi; e se da un lato questa può sembrare la scelta più scontata e facile, dall’altro ci carica di una grossa responsabilità perché, come hai detto bene tu, si tratta di continuare un sogno….

Quante idee, quanti progetti, quanta voglia di comunicare, ma anche quanta responsabilità e fatica.

Il lavorare in un’azienda familiare ti impegna a tutto campo, ma ti da anche soddisfazioni impagabili!

Quali sono stati i vostri percorsi formativi?

Io, Stefania, dopo il diploma di perito agrario all’Istituto Tecnico Agrario “C.Gallini” di Voghera mi sono laureata in Enologia all’Università Statale di Milano.

Io, Sara, ho studiato ragioneria all’Istituto tecnico Commerciale “Baratta” di Voghera e ho poi seguito diversi corsi di aggiornamento sul marketing e l’internazionalizzazione.

Io, Carlo, mi sono diplomato all’Istituto Tecnico Agrario “C.Gallini”.

Tutti e tre ci siamo messi alla “scuola” dei nostri genitori che con tenacia hanno dato vita all’azienda Cà del Gè.

Come vi siete suddivisi i compiti in Azienda e come prendete le decisioni più importanti?

Premettendo che date le nostre dimensioni aziendali nessuno può dedicarsi solo ad un compito specifico, ognuno di noi ha cercato di seguire le proprie inclinazioni personali.

Carlo si dedica con grande passione alla cura della vigna per ottenere uve di grande qualità in modo da facilitare il lavoro di Stefania in cantina. È qui che, assecondando ciò che la natura ci ha dato, cerchiamo di ottenere ogni anno i nostri vini che, oltre a raccontare di noi, parlano della terra in cui hanno avuto origine.

Spetta poi a Sara occuparsi dei rapporti con i clienti, di tutta la parte contabile e mettere un po’ di ordine in quello che gli altri due dimenticano spesso di fare; inoltre, come Carlo, è sempre presente, anche in cantina durante l’imbottigliamento e non solo.

Siamo un buon team e per prendere decisioni importanti, neanche a dirlo, ci troviamo intorno ad un tavolo davanti ad un bicchiere (… o forse più!) di vino. Ci si confronta apertamente: quale taglio fare per il vino di quest’anno? Quale varietà impiantare nel nuovo vigneto da creare? A quale nuova etichetta dar vita? Carlo, il più giovane dei tre e forse quello che si sente di “osare” di più, di fare cambiamenti, noi due ragazze siamo un po’ più miti, ma gli obiettivi sono comuni e la fiducia nelle capacità l’uno dell’altro è forte. Ci pensa mamma Lucia a mettere luce la dove magari tutto non ci è chiaro.

Quali le impronte che state imprimendo nel percorso di Cà del Gè?

È solo da pochi anni che abbiamo iniziato a percorrere questo cammino da soli. Nostro padre ha dato una forte impronta a quest’azienda, che poi è una sua creatura e rispecchia quindi ciò che per lui era fare vino. Coraggioso, eclettico, grande comunicatore, infaticabile e con un forte amore per il suo lavoro ha molto condizionato anche il nostro modo di fare azienda. Per ora quindi cercare di proseguire la sua visione è per noi prioritario. Ora stiamo valorizzando tutto il nostro patrimonio VITE, perché è da lì che deve nascere un grande vino; proprio per questo abbiamo mantenuto il vigneto storico per il Metodo Classico e creato nuovi impianti di Riesling Renano.

Vino e crisi: come state affrontando in Azienda e sul mercato la difficile fase economica attuale?

L’idea che abbiamo sempre avuto – e che ora forse più che mai si sta rivelando importante per far fronte a questa crisi che colpisce un po’ tutti – è quella di produrre vini con un elevato rapporto qualità prezzo. Ci siamo spesso interrogati sulle possibilità di essere più pronti a cogliere le “mode” ma, alla fine, siamo giunti alla conclusione che sia più importante innovare non tanto inserendo nuovi prodotti, ma perfezionando ciò che già produciamo e migliorando le tecniche a nostra disposizione per arrivare a preservare al meglio ciò che la materia prima di partenza ci dà. Ciò non esclude che nuove etichette possano essere inserite, ma vale la pena puntare su una maggiore specializzazione per i vitigni che in azienda danno i risultati più interessanti. Abbiamo sempre prodotto vini che prima di tutto piacciano a noi e che valorizzino il nostro essere “vigneron”. Questo, se da un lato può sembrare restrittivo, dall’altro ci ha permesso nel tempo di crearci una clientela “fedele” che ha trovato, in noi e nei nostri vini, un’affinità nel modo di concepire l’arte di fare vino.

Io milanese di nascita (lo so…nessuno è perfetto…) ma oltrepadano d’adozione (o almeno così mi piace considerarmi) noto con sconforto l’incapacità storica di fare gruppo dei produttori d’Oltrepò: nutro, però, molte speranze nel nutrito gruppo di giovani emergenti. A vostro avviso sono speranze ben riposte?

Purtroppo dobbiamo essere d’accordo con te quando dici che sino ad ora in Oltrepò è sempre venuta meno la capacità di fare gruppo….e non solo tra produttori!

Crediamo, però, che qualcosa stia cambiando e che siano proprio i giovani a sentire più forte la necessità di confronto e condivisione.

Ognuno di noi può e deve rappresentare una diversa sfaccettatura del nostro eterogeneo territorio, ma è solo comunicando con forza e convinzione l’Oltrepò nella sua interezza, che anche la nostra zona avrà la possibilità di emergere e farsi conoscere. Ed è proprio in questo tempo di crisi che è più forte l’esigenza di tracciare un nuovo cammino forse guidati da una maggior consapevolezza che l’unione fa la forza e si deve ripartire da noi giovani! Parlando con altri nostri colleghi, pensiamo che anche qui i tempi siano maturi per unire gli sforzi e le conoscenza e che quindi valga la pena nutrire buone speranze per il nuovo che avanza.

Quali a vostro avviso le linee commerciali e i prodotti su cui il vostro territorio dovrebbe puntare nel prossimo futuro?

Crediamo che i prodotti su cui il territorio debba puntare siano quelli provenienti dai vitigni che in esso trovano le migliori condizioni pedoclimatiche. Stiamo quindi parlando di Pinot Nero e Riesling che, sebbene non abbiano avuto qui la loro origine, ben si sono adattati; senza tralasciare però le nostre varietà rosse autoctone con la Croatina su tutte. Come “punta di diamante” della produzione Oltrepadana vediamo quindi il Metodo Classico ed il Riesling per i bianchi ed un rosso importante del territorio, che potrebbe essere o il Buttafuoco o il Rosso Oltrepò.

La ristorazione locale è, secondo voi sufficientemente preparata e attenta nel promuovere i vini del territorio? Cosa vi aspettereste dai ristoratori?

Salvo qualche rara eccezione è triste constatare come sia poco stretto il legame tra produttori e ristoratori. Carta dei vini essenziali e con poca fantasia, dove per lo più si privilegiano le scelte più scontate, sono la norma. Saper consigliare il vino giusto da abbinare ai propri piatti, magari dando anche la possibilità di provare vini al bicchiere o andare a cercare nuove proposte tra piccoli produttori, possono sembrare ovvietà, ma così non è. Nel Regno del Pinot Nero, dove il Metodo Classico DOCG è un prodotto di eccellenza, perché nei cenoni di Capodanno dobbiamo vederci proporre per il brindisi finale un bel Prosecco? Dai ristoratori ci aspettiamo una maggiore attenzione verso i prodotti del territorio. La capacità di fare sistema di cui parlavamo prima non deve riguardare soltanto i produttori ma anche tutti gli operatori presenti nella zona di produzione.

Milano e Oltrepò: un rapporto da decenni conflittuale. Quali strategie per modificare l’immagine e i rapporti con questo bacino di utenza storicamente fondamentale per la vostra zona?

Per anni il mercato milanese ha rappresentato un facile sbocco per il vino dell’Oltrepò. Grandi quantità, che venivano vendute senza difficoltà, hanno “impigrito” una buona fetta di produttori oltrepadani che in quel periodo non hanno fatto grandi sforzi per migliorare il proprio prodotto e la propria immagine.

Oggi però le cose sono cambiate; i consumatori – in primis – hanno modificato il loro rapporto con il vino. S beve meno, ma si va sempre più alla ricerca di prodotti curati che sappiano soddisfare anche il lato edonistico. Se l’approccio verso il vino da parte di chi lo acquista è cambiato, lo stesso si può dire per chi lo produce. Un nutrito gruppo di aziende ha imboccato la via della qualità ma scrollarsi di dosso gli errori del passato, frutto di facili guadagni, sembra essere un’impresa ardua! Quando un cambiamento c’è ed è evidente, non basta andare a farsi un giro per le cantine e degustarne i prodotti, bisogna anche essere pronti a riconoscere gli sforzi fatti, altrimenti non ci può essere crescita.

Tre giovani: come vi descrivereste in tre parole?
Mente
Cuore
Braccia

Azienda Agricola Ca’ del Gè – località Ca’ del Gè – 27040 Montalto Pavese (PV) – www.cadelge.com/

Read Previous

La cucina d’alta quota di Antonella. Il Ristorante Vetan a Vetan Dessous – Val d’Aosta

Read Next

Non solo amarone: la lunga storia del Secco Bertani