Il coraggio e la passione: Freisa e Grignolino nell’interpretazione di Tenuta Santa Caterina

Non osava crederci: non era più un anatroccolo grigio…
era diventato un cigno: come loro!!
Hans Christian Andersen

Linee: un intreccio di linee. Alcune dritte come a congiungere i colli con il cielo, altre coricate come ad abbracciare quella terra che dà loro la vita, altre ancora dolcemente ondulate a tessere una trama che avvolge lo sguardo e l’anima di chi visita il Monferrato. Sono le vigne – talvolta a ritocchino, talvolta a giropoggio – la vera essenza di questa terra.

Una terra ricca, dove il lavoro, anche quello più duro, ha sempre dato frutto. Borghi arroccati sulle cime, con l’aspetto di piccole città; paesi non certo opulenti o sfacciati, testimoni di una vita dura ma dignitosa, dove la fatica ha sempre dato buoni frutti e la vita, certo non facile, era comunque meno precaria rispetto a quelle Alpi che, all’orizzonte, chiudono la grande pianura.

È grigio in questi giorni il cielo del Monferrato e la terra, pronta per il sonno invernale, è spesso una tavolozza giocata sui mille toni dell’ocra. La vigna no! La vigna è, come non mai, un’esplosione di colori e le sue forme arricchiscono i versanti di un susseguirsi di geometrie lontane, in grado di rinnovarsi dietro ogni crinale.

Tutto qui è schivo e riservato; ogni suo segreto deve essere cercato nelle piccole cose: nello sguardo di una donna nella cucina di una trattoria, nei gesti di un vignaiolo intendo al proprio al lavoro, nell’aspra eleganza di un bicchiere di quella Barbera che ne rappresenta l’essenza.

Tutto nasce dalla terra e tutto vi trova rifugio: ecco allora gli Infernot, cantine verticali che scendono oltre le radici delle viti per conservare le bottiglie migliori, quelle destinate a festeggiare un evento veramente importante a ricordarci che il vino, prima di essere denaro, è il vero compagno della storia dell’uomo.

Gli Infernot

L’infernot, ovvero queste celle sotterranee ove conservare i vini e – in modo particolare – i vini per le grandi occasioni famigliari, sono generalmente collegati alla cantina vera e propria attraverso un passaggio e sono, principalmente, diffusi in quella porzione di Monferrato ove il sottosuolo è costituito da una particolare arenaria – la Pietra da Cantoni – localmente, ma erroneamente, definita tufo.

Questi locali sono spesso molto piccoli e scavati con pazienza e tenacia quasi sempre durante la pausa dal lavoro della terra nei lunghi inverni e, spesso, rappresentavano anche gli unici luoghi di ritrovo per riunioni conviviali o per più veloci spuntini di giovani – le cosiddette ribote – che dal paese non potevano muoversi perché sprovvisti dei mezzi per farlo.

Talvolta al centro della stanza – o di una delle stanze – che avrebbe costituito il futuro infernot era realizzato un tavolo anch’esso scavato direttamente nell’arenaria. L’infernot più piccolo si trova a Frassinello e misura soli 0,90m2 mentre quello più grande, con una superficie pari a 20,50m2, è presente a Ottiglio.

L’importanza storica e architettonica degli infernot ha fatto si l’Unesco includesse questa porzione di Monferrato nella più ampia area denominata Langhe – Roero e Monferrato, recentemente riconosciuta come patrimonio dell’Umanità.

Le radici del vino: suoli e clima del Monferrato

Il Monferrato è una storica regione del Piemonte meridionale divisa fra le provincie di Asti e Alessandria. Tale regione, secondo l’accezione geologico – regionale attualmente in uso, è uno dei domini tettonico-sedimentari del Bacino Terziario Piemontese s.l. (BTP).

Con questo termine vengono indicati in letteratura i depositi cenozoici (Eocene superiore-Messiniano) affioranti nel settore collinare del Piemonte meridionale, all’interno dell’Arco Alpino Occidentale. Il Basso Monferrato, o più semplicemente Monferrato (che si contrappone all’Alto Monferrato posto a sud della linea che congiunge Rio Freddo-Villalvernia-Varzi), viene attualmente interpretato come un prolungamento verso nord-ovest della catena appenninica e rappresenta, perciò, una porzione geologicamente ben distinta del più ampio Bacino Terziario Piemontese.

Gran parte del sottosuolo di questo territorio è caratterizzato dall’abbondante presenza della Pietra da Cantoni (Miocene inferiore – medio), una marna calcarenitica finissima, straordinariamente lavorabile e compatta.

Nei colli del Casalese, i suoli collinari idonei per la viticoltura sono generalmente costruiti da marne con abbondante presenza di calcare, di colore bianco o grigio chiaro, che presentano tessitura franco limosa; tali suoli sono privi di pietrosità e scheletro e hanno elevata capacità di acqua disponibile per le piante.

Al centro del Monferrato astigiano, sono diffuse le cosiddette sabbie astiane che derivano da materiali grossolani (sabbie), sia di origine marina che continentale, risalenti al Villafranchiano, vale a dire tra l’alto Pliocene e il basso Pleistocene (circa fra tre e due milioni di anni orsono).

Il clima è di tipo temperato suboceanico con estati calde (fino a 35°) e inverni freddi e temperatura media annua intorno a 12°C. Le precipitazioni, circa 500 – 800mm all’anno, si concentrano soprattutto in primavera e autunno; si osserva una tendenza alla siccità estiva e una minor piovosità nella porzione meridionale dell’area.

Il Grignolino

Il Grignolino è un vitigno di antiche origini, noto – in passato – con il nome di Barbesino o Barbexino. È proprio con questo nome che, in un antico atto del 1246, i Canonici della chiesa di S. Evasio davano in affitto “quattro staia di terra gerbida affinché fossero lavorate e vi fossero collocate buone piante di viti Berbesine”.

Pochi anni dopo (1249) concedevano la stessa superficie di terreno, sempre a patto che il terreno fosse piantato “de bonis vitibus berbexinis”. Non esigevano alcun canone per i primi cinque anni, ma dopo quel periodo avrebbero richiesto due staia e una mina di vino.

Doveva essere del migliore, quello della prima spremitura e soprattutto doveva essere rigorosamente prodotto dalle uve Berbesine di quella precisa vigna. Col nome Grignolino questa varietà è citata negli anni 1337-38 in un documento dell’Abbazia di San Giusto di Susa che riferisce di “sextarios XII vini albi tam muscatelli quam grignolerii”; passano i secoli ed ecco che nel 1614 il vino Grignolino è citato fra i vini della cantina della celebre fortezza di Casale, una delle più importanti piazzeforti d’Europa.

Un tempo la zona di coltivazione di questa varietà doveva essere assai più ampia, come testimoniato dall’opera di Demaria e Leardi (1875) che affermano che, con numerosi sinonimi, tra i quali ricordo Balestra e Arlandino, questo vitigno fosse allora presente in larga parte della provincia di Alessandria, che allora comprendeva anche l’attuale provincia di Asti.

La foglia adulta è di media grandezza (talvolta medio-grande), di forma pentagonale, trilobata o, più spesso, quinquelobata. Il grappolo a maturità è di grandezza media o medio-grande, piramidale, talora allungato, spesso con ali molto sviluppate, generalmente produce grappoli compatti o molto compatti. Gli acini, di dimensioni medio – piccole, hanno buccia molto pruinosa di colore da nero violetto a rosso violetto, sovente non uniformemente distribuito; i vinaccioli sono numerosi.

Le uve vinificate in purezza danno vini dal colore rubino poco intenso e dal profumo leggermente floreale, con caratteristiche note di pepe; al gusto, si presentano asciutti e di spiccata tannicità, dovuta, in particolare, all’apporto tannico dei numerosi vinaccioli. Nulla è, per ora, noto sulle sue origini e sulle sue parentele.

La Freisa

La Freisa è una varietà attualmente coltivata in tutto il Monferrato Astigiano e Casalese, nel Chierese, in provincia di Torino, e nell’Albese, in provincia di Cuneo. È, inoltre, presente in tutto l’arco alpino pedemontano, dal Saluzzese, al Pinerolese, al Canavese fino ai Colli Novaresi. La sua prima citazione storica compare nel 1517 in una tariffa di pedaggio redatta a Pancalieri in provincia di Torino.

Nel XVI secolo, i vini ottenuti da questa varietà sono posti tra i quelli pregiati e sono stimati il doppio del vino comune. La prima descrizione ampelografica in senso moderno della Freisa è quella del Conte Giuseppe Nuvolone-Pergamo, pubblicata nella sua opera “Sulla coltivazione delle viti” data alle stampe a Torino nel 1798.

Questa varietà ha foglie di media grandezza, sovente un po’ più larghe che lunghe, pentagonali, per lo più trilobate o anche quasi intere; molto raramente le foglie possono essere quinquelobate. A maturità i grappoli sono di grandezza media, allungati, quasi cilindrici e poco alati; gli acini sono medio-piccoli, di forma ellissoidale, con buccia consistente, pruinosa, di colore blu-nero.

La Freisa, pur se frequentemente utilizzata per produrre vini frizzanti di pronta beva, è in grado di dare vita a vini di buona struttura e capacità di invecchiamento, caratterizzati da una trama tannica di ottima tessitura e caratterizzati, nella prima parte della loro vita, da sentori di piccoli frutti rossi.

La Freisa ha mostrato avere una parentela di primo grado con il nebbiolo Làmpia ma, contemporaneamente, ha rivelato legami di parentela anche con il Viognier – vitigno tipico dell’alta valle del Rodano – e con la Rèze, antica varietà a bacca bianca del Cantone Vallese in Svizzera.

Tenuta Santa Caterina

Grazzano Badoglio: un piccolo paese del Monferrato astigiano che, come molti altri paesi da sempre vocati all’agricoltura, ha vissuto una grave contrazione demografica che lo ha portato, in circa un secolo, a vedere ridurre i propri abitanti da oltre le 1800 persone alle 618 censite nel 2011.

È proprio nel cuore di questo piccolo borgo che Giulia Alleva e suo padre Guido hanno iniziato, all’inizio degli anni 2000, l’avventura di Tenuta Santa Caterina, al fine di vivere queste terre anche come vignaioli, scegliendo fin dall’inizio il percorso della qualità e del rispetto del territorio e delle tradizioni. Un percorso che nasce da lontano, da quando Guido adolescente frequentava queste terre osservando affascinato il lavoro degli agricoltori e dei vignaioli che lavoravano nella tenuta di famiglia.

Ecco quindi la decisione di rilevare la tenuta, ormai in condizione assai precarie, per riportarla agli antichi splendori non solo in termini architettonici – aspetto sul quale ha comunque investito risorse e passione – ma, soprattutto, per quanto riguarda la vera vocazione di queste terre: produrre vini di alta qualità, prediligendo, anche se non in via esclusiva, i più tradizionali vitigni monferrini: la Freisa, il Grignolino e la Barbera.

Nel frattempo Giulia è cresciuta e, dopo essersi laureata in Giurisprudenza come papà Guido, decide di entrare a tempo pieno in Azienda, occupandosi sia degli aspetti di promozione sia collaborando attivamente alle scelte di vigna e cantina. Alla famiglia si affiancano due tecnici di chiara fama quali l’enologo Mario Ronco e l’agronomo Sergio Carpignano.

La Tenuta, oltre a produrre da uve Chardonnay e Sauvignon blanc il Salidoro – già recensito su queste pagine – realizza da uve Barbera due Cru di Barbera d’Asti Docg, nonché l’Arlandino e il Sorì di Giul rispettivamente da uve Grignolino e Freisa.

Tenuta Santa Caterina – Arlandino – Grignolino d’Asti Doc – 2012

Vi sono bellezze appariscenti e aggressive mentre altre sono eleganti, fini, quasi dimesse. Le prime si fanno seguire con lo sguardo, le altre di entrano nel cuore e ti accompagneranno per tutta la vita. Per me un grande Grignolino è così: non colpisce per l’intensità del colore o per l’esplosione, quasi irruente, dei suoi profumi. No, lui ti guarda timido, occhieggia luminoso dal bicchiere, ti viene a cercare con i suoi profumi per poi ritirarsi, timido, quasi scontroso.

Vuole essere corteggiato e capito, ma poi si offre in tutta la sua eleganza, senza remore e senza dubbi. È così anche per l’Arlandino, fin da quando inizia a lasciare il suo sicuro rifugio nella bottiglia per scendere nel bicchiere, permettendoci di ammirare il suo color rame scuro, ricco di luce e affascinante per le innumerevoli sfumature che rivela ad ogni diversa inclinazione del calice. Un attimo di pazienza – il tempo che deve essere concesso ad ogni primo incontro per rompere il ghiaccio – e poi il bicchiere viene avvicinato al naso: ecco subito mostrarsi la piccola frutta rossa arricchita, man mano che l’incontro tra il vino e l’aria aiuta a superare la reciproca timidezza, da sentori di china, caramello e spezie.

Profumi fini, tra loro in un equilibrio alchemico, in grado di dar vita a un tutto superiore alla somma delle proprie parti. Con queste premesse, l’assaggio non può che seguire carico di attese e speranze.

Il vino ci appare subito compatto ed equilibrato, pur mantenendo l’animo nervoso e leggermente spigoloso tipico del Grignolino. La complessità gustativa risponde pienamente alle nostre aspettative e i tannini – evidenti ma fini e polverosi – aiutati dalla giusta freschezza rendono la beva di grande gradevolezza sorreggendo il corpo e le ben evidenti morbidezze. La persistenza è degna di nota e la chiusa, piacevole e pulita, invoglia a ripetere questo assaggio.

Tenuta Santa Caterina – Sorì di Giul – Freisa d’Asti Doc – 2010

Era il 1843 quando il danese Hans Christian Andersen scrisse la favola de “Il Brutto anatroccolo” e, a oltre170 anni di distanza, tutti noi la citiamo per descrivere qualcuno che riesce a superare i propri apparenti limiti, per sbocciare a nuova vita. È ciò che sta finalmente succedendo alla Freisa che, dopo decenni di vita ai margini dell’Italia enoica, sta tornando – con passo lento ma sicuro – a occupare il ruolo che – per nobiltà e caratteristiche – le spetta di diritto.

Sorì di Giul è un vino pensato per durare nel tempo, figlio di un invecchiamento in tonneaux per circa 8 mesi e di altri 12 mesi in botte grande da 30 ettolitri. Un invecchiamento rispettoso delle caratteristiche del vitigno che riprende, attualizzando, le antiche pratiche di vinificazione di questo vino.

Nel bicchiere si mostra di un caldo colore rubino intenso con sfumature granato; il primo approccio olfattivo ci regala profumi di ciliegia matura e piccoli frutti di bosco che, col tempo, evolvono arricchendosi di sensazioni speziate che riportano al pepe bianco e ai chiodi di garofano, seguite da note di fiori rossi appassiti. Questi profumi sembrano essere sostenuti da un fitto tappeto di profumi più evoluti che ricordano la salsa Worcester e il cuoio.

In bocca è fine e armonico ed è capace di coniugare pienezza ed eleganza anche grazie a tannini evidenti ma non aggressivi e alla freschezza ancora ben presente.

Tenuta Santa Caterina
Via Marconi 17
14035 Grazzano Badoglio (AT)
Tel: 0141 9251080141 925108
info@tenuta-santa-caterina.it
www.tenuta-santa-caterina.it

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