Il vino è donna: intervista a Donatella Cinelli Colombini
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Augusto Gentilli
- Ven 20 Giu 2014
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Ci sono persone che negli occhi hanno una luce: la luce della passione e dell’entusiasmo o, forse, è meglio dire la luce della Vita. Donatella Cinelli Colombini è una di queste persone. Nata da una famiglia di produttori di Brunello di Montalcino, Donatella, dopo essersi laureata in Storia dell’Arte Medioevale, ha trascorso tutta la sua vita lavorativa nel mondo del vino, portando in esso tutta la sua energia e la sua professionalità.

Sarebbe troppo lungo elencare tutte le tappe della sua carriera, ma alcune di queste non possono essere tralasciate. Nel 1993 ha fondato il “Movimento del turismo del vino” ed ha inventato “Cantine aperte”, la giornata che in pochi anni ha portato al successo l’enoturismo in Italia. Nel febbraio 2013 è stata nominata Vice Presidente delle Donne del Vino e – nel Maggio 2013 – Presidente del Consorzio del vino Orcia; è, inoltre, vicepresidente dell’Enoteca Italiana. Il 2 giugno 2014 le è stato conferito il diploma dell’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana.
Come fondatrice del Movimento del turismo del vino e di Cantine aperte, come vede lo stato attuale del turismo enogastronomico in Italia e che futuro vede per questo fondamentale settore dell’economia italiana?
Va benino e non certo bene come negli Stati Uniti, in Australia o in Sud Africa.
Vedo un futuro in crescita solo se ci sarà una regia centralizzata capace di promuovere e organizzare l’offerta secondo criteri di sviluppo e tutela. Quello che chiamano sviluppo sostenibile e competitivo. In altre parole bisogna dare alle cantine e alle città del vino posti di lavoro e fatturati ma insieme salvaguardare l’identità locale in termini di stile di vita dei residenti, cucina tipica, artigianato storico … Allo stato attuale manca persino un segnale stradale che indichi cantina aperta al pubblico … anzi per la verità i segnali stradali, in molti casi, mancano proprio.
Nel futuro il turismo continuerà a crescere al ritmo del 5% all’anno a livello mondiale ma in Italia crescerà molto più lentamente. Le direttrici dello sviluppo saranno tre: il coordinamento, l’accessibilità e l’information technology, il turismo del vino non fa eccezione. E bisogna sbrigarsi se non vogliamo perdere il treno.
Alla luce dei tanti anni ai vertici del mondo del vino nel nostro Paese, quali ritiene essere i principali punti di forza dell’Italia enoica e quali le sue maggiori criticità?
Lei è gentile ma io sono solo una piccola vignaiola di Montalcino. Dal mio punto di osservazione direi che il punto di forza dell’Italia enoica sono i 453 vitigni autoctoni e le tante zone viticole con caratteri distintivi. La maggiore criticità sono il milione e mezzo di aziende agricole piccole o molto piccole. Questa grande frammentazione in un popolo di individualisti diventa un serio problema.
Attualmente ricopre la carica di Presidente del Consorzio del vino Orcia: quali sviluppi vede per questa Denominazione e quali strade ritiene opportuno percorrere per meglio promuovere questo vino e il suo territorio?
Il progetto che stiamo realizzando e che è stato cofinanziato dalla Regione Toscana si chiama “Orcia il vino più bello del mondo” con un esplicito riferimento alla straordinaria bellezza della nostra campagna che, in parte, è iscritta nel patrimonio dell’Umanità Unesco.
La scommessa è quella di trasformare i due milioni di escursionisti del nostro territorio in consumatori di vino Orcia. 100.000 depliants, totem nei parcheggi, 30.000 mappe, comunicazione web per promuovere le cantine dell’Orcia.
La novità è costituita dalle “Cantine con vista” cioè i belvedere per l’osservazione del paesaggio presso ogni azienda. Stiamo realizzando anche eventi e distribuendo materiale alla stampa. L’interesse per questa giovane e agguerrita denominazione cresce, i vini sono molto buoni e c’è una gran voglia di fare.
Le donne rappresentano una realtà ormai più che consolidata nella produzione e nelle promozione del vino in Italia: quali ritiene essere le qualità femminili più importanti per emergere in questo settore?
Sicuramente la flessibilità: le cantine a conduzione femminile sono più veloci nell’adattarsi alle necessità ed è per questo che, mediamente, hanno risultati economici superiori a quelli maschili. Le donne hanno uno stile di comando meno accentrato e sono più radicate nel territorio per cui orientano la produzione sulla qualità, i vini con denominazione e i vitigni autoctoni.
Rimanendo in argomento, ci può raccontare come nasce e in cosa consiste il Premio Internazionale Casato Prime Donne?
È l’evoluzione di un’iniziativa precedente creata nel 1984 da mia madre, Francesca Colombini, insieme a Mario Guidotti, un grande animatore culturale a cui si devono anche il Teatro Povero di Monticchiello e Forme nel Verde di San Quirico d’Orcia.
16 anni fa, per merito della giornalista Ilda Bartoloni (prematuramente scomparsa nel 2009), fu radicalmente trasformato incentrandolo sulle donne. Sono rimaste le sezioni dedicate a valorizzare giornalisti e fotografi che divulgano il nostro territorio ma il premio principale va a una donna che è di aiuto o di esempio alle altre.
Hanno vino Carla Fracci, Josefa Idem, le volontarie del telefono rosa, Maria Carmela Lanzetta, Carla Fendi … Ciascuna ha lasciato una dedica che è scritta su cippi di travertino posti lungo un percorso nei vigneti di Brunello. Accanto ci sono le opere di giovani artisti toscani. È un modo per dare dignità al terreno agricolo.
La sua Azienda produce Brunello di Montalcino Docg, una delle Denominazioni italiane più note al mondo: come immagina il futuro produttivo e commerciale di questo vino al fine di migliorarne ulteriormente qualità e penetrazione nei mercati?
Il futuro commerciale sarà all’estero, soprattutto nei grandi mercati come USA, Canada, Cina, Giappone, Russia … Credo che aumenterà la presenza nella grande distribuzione che gradualmente sta organizzando spazi per i vini di alta gamma con Sommelier e persino con minidegustazioni.
Per quanto riguarda la produzione, credo che l’attenzione si sposterà dalla cantina ai vigneti con una maggiore la cura delle coltivazioni e il ritorno a pratiche tradizionali come il sovescio mentre saranno abbandonate pratiche inquinanti come il diserbo. Andremo quindi verso coltivazioni più naturali così come in cantina credo che l’epoca dei vinoni pieni d’alcol, estratti e legno sia finita per sempre e ci sia un bisogno generalizzato di ritrovare radici e armonie.
I mercati esteri sono sempre più importanti nel decretare il successo di una Denominazione o di un’azienda: ritiene che l’attuale assetto delle Denominazioni sia ancora idoneo a permettere una crescita delle esportazioni o che, a oltre 50 anni dalla legge Desana, sia divenuta necessaria un suo aggiornamento?
Le denominazioni che non riescono a dare vantaggi al loro territorio e a chi le produce andrebbero soppresse.
Lei è laureata in Storia dell’Arte Medioevale ma, nel contempo, ha sempre mostrato nella sua attività di produttrice un occhio di grande attenzione allo sviluppo scientifico in enologia: quanto ritiene essere arte – e quanto scienza – nella produzione di un grande vino?
La vite è completamente diversa dalla patata, dal melo e da tutte le altre piante. La vite è la più nobile delle piante perché è flessibile come uno strumento musicale e permette a chi la coltiva di produrre vini che variano col modificarsi della civiltà umana. Per questo diciamo che il vino è cultura. Ovviamente per arrivare a questo risultato l’interprete, cioè il vignaiolo, deve studiare ed essere dotato di una spiccata sensibilità … esattamente come un pianista.
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