La terra di Salento vista da dentro
Durante la settimana di vacanza sulla costa jonica salentina, decido, insieme ai miei compagni di viaggio, di fare visita a questo locale del primo entroterra, a pochi chilometri da Santa Maria di Leuca.
Il ristorante era stato segnalato nel libro “La cucina ritrovata” Ed. Morellini curato dal carissimo Andrea Guolo. A quel punto, non farvi visita era del tutto impossibile.
Telefoniamo la mattina di Ferragosto direttamente dalla spiaggia e ci facciamo riservare un tavolo per il secondo turno, quello delle 22. In realtà, giunti sul posto, riusciamo poi ad iniziare con un po’ anticipo la nostra cena.
Il ristorante si trova sulla graziosa e caratteristica piazza principale del paese di Patù, molto ben illuminata e con un gradevole arredo urbano. Parte dei tavoli sono allestiti direttamente sulla piazza stessa; noi invece veniamo fatti accomodare nel cortile interno del locale, dove fa bella mostra di sé una grande pianta di limoni e dove l’illuminazione è garantita da alcune sobrie lanterne appese a filo.
I tavoli sono di legno e l’apparecchiatura è composta da una tovaglia di carta color giallo paglierino, tovaglioli di carta, posateria in acciaio e due bicchieri, uno per l’acqua ed uno per il vino, di taglio molto casalingo, stile anni 50-60.
Da notare l’uso di piatti nella tipica ceramica salentina, di color ocra scuro, con decorazioni floreali stilizzate in marrone.
Arriva subito il benvenuto della cucina. La cameriera ci porta un piatto di portata con tre classici della gastronomia salentina: le polpette di melanzane, le polpette di patate e le c.d. pittule, che poi sono delle frittelline di pasta di pane, che vengono preparate anche in Liguria, dove portano il nome di frisceu.
Decidiamo di accompagnare la nostra cena con un litro di Negramaro locale. Su mia espressa richiesta, uno dei camerieri si fa dire dal titolare i riferimenti di ciò che abbiamo ordinato. Si tratta di un Negramaro “Accademia dei Racemi” di Manduria, che si rivela decisamente gradevole e più che adatto al nostro pasto.
Il pane nell’apposito cestino e già affettato è di fattura casalinga.
Non possiamo sottrarci al must del locale, ossia l’assaggio degli antipasti. E qui, veramente, c’è da sbizzarrirsi.
Ci arriva in sequenza, su piatti da portata che gestiamo direttamente noi commensali, tutta una serie di leccornie salentine. Melanzane grigliate, squisiti peperoni ripieni di mollica di pane e formaggio di latte vaccino; zucchine gratinate e dolcissime cipolle sbollentate; peperonata piccante (realmente piccante); a smorzare l’effetto della suddetta, una terrina di fagioli; ottime salsicce in umido; una terrina di ceci con crostini di pane e olio extravergine; a concludere, gli antipasti caldi, ossia frittata di zucchine, parmigiana di melanzane e pitta di patate (torta salata tipica della zona), davvero deliziosa.
Primi.
Ci vengono proposte le orecchiette, sia con le cime di rapa che con il pomodoro e la ricotta forte (c.d. ricotta “scanta”), oltre alle sagne n’cannulate e ad un altro piatto tipico della zona, “ciceri e tria”, ossia una minestra a base di pasta, in parte lessata ed in parte fritta, ceci, vongole e pomodoro.
Chi di noi prende il primo, opta invece per una zuppa antica e recuperata dal ristorante, quella di cui si parla ne “La cucina ritrovata”. Si tratta cioè dell’antica Scurdiata, una zuppa preparata con piselli, cicorie, fave su un letto di crostini di pane raffermo, fritti nell’olio extravergine d’oliva. Mai avrei immaginato di assaggiare un piatto recuperato, tanto lontano dalla mia terra…e tanto buono!
Secondi.
Al nostro tavolo arriva una succulenta porzione di polpette al sugo. Tra le altre scelte, vi erano i pezzetti di carne di cavallo al sugo, polpo e patate, il brasato.
Più che sazi, non rinunciamo però ad un assaggio del dolce. Ci viene portato un piatto con crostata alla marmellata di albicocche, crostata alla marmellata di ciliegie, crostata alla ricotta e squisite mandorle caramellate.
Il caffè, cortesemente offerto dalla casa, è fatto con la moka e servito in tazzine di vetro.
Il servizio, simpatico e veramente gentile, così come l’ottima cucina, non sembra per nulla risentire della difficilissima serata in cui visitiamo il locale.
Pagato il conto, mi permetto di segnalare, in qualità di coautrice, l’opera tramite la quale ero giunta in quel ristorante e vengo così presentata al simpaticissimo patron e chef, il sig. Gino, con cui ho modo di scambiare qualche chiacchiera e che a conclusione della serata, entusiasta dei miei riferimenti, mi fa dono di una bottiglia di Negramaro e di una bottiglia di Malvasia.
In sintesi, l’esperienza alla Rua de li Travaj ha lasciato veramente il segno, tanto per la genuinità e la schiettezza della cucina, tanto per il servizio, sempre informale ma mai distratto o improvvisato e tanto per l’ambiente, rilassato, verace e autentico, che ci ha permesso di conoscere da vicino il cuore dell’enogastronomia salentina.