Il vino del sabato: Il vino del mare che fu: il Monterosso Val d’Arda Doc della Tenuta Croci

Oh! Oh! Oh! Ho bisogno del nettare dal bel colore
Per guarire il mio cuore e ed annegare il mio dolore.
La pioggia può cadere ed il vento soffiare,
È lunghissima la strada che mi resta da fare,
Ma sotto un grande albero io mi riposerò
E le nuvole veloci passare guarderò.
Tratto da: Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien

“Presto incontrarono campi arati e seminati, prati e pascoli ben tenuti, siepi, recinti e canali di drenaggio.” Ecco come Tolkien descrive un paesaggio della Contea all’inizio del viaggio che porterà Frodo, Sam, Merry e Pipino ad affrontare inenarrabili difficoltà ed ecco come io avrei descritto – se ne fossi stato capace – un qualsiasi angolo delle colline piacentine. Un angolo d’Italia di pacifica bellezza, dove ricordare come il nostro Paese sarebbe potuto – e dovuto – essere, prima che scelte sconsiderate cercassero di valorizzare più il tondino del culatello.

Le valli che dall’Appennino scendono vero la pianura disegnano un reticolo di torrenti, colli e coltivi tra i quali il tempo sembra essersi fermato in un punto di perfetto equilibrio tra modernità e passato dimostrazione che un altro modello di sviluppo può esistere.

Siamo in Val d’Arda, dove la provincia di Piacenza si prepara a cedere il posto a quella di Parma. Una terra di storia e di preistoria, di castelli e di vigneti. I numerosissimi fossili del Piacenziano (Pliocene medio, tra 3,5 e 2,5 milioni di anni fa) ci ricordano come il mare ricoprisse queste colline mentre i borghi medioevali e le rocche (da non perdere Castell’Arquato e Vigoleno col suo memorabile Vin Santo, oggetto di un mio passato articolo) ci parlano di guerre e dominazioni.

E poi la vite: qui tutto riporta all’uva e al vino che vanta, tra questi colli, quasi tre millenni di storia.

Prima che viticoltura fosse, qui la vite era

La viticoltura nel piacentino sembra avere avuto origine nel periodo compreso fra il X e il VII secolo a.C. anche se, probabilmente, solo per consumo diretto. La vite, però, era già presente in modo spontaneo in queste colline, come testimoniato da importanti ritrovamenti di tralci, radici e vinaccioli avvenuti durante scavi archeologici nella confinante provincia di Parma, presso Castione Marchesi.

L’influenza dei Galli Boi prima e dei Romani poi rese queste valli un’area estremamente importante per la produzione di vini di qualità; tali vini saranno, infatti, citati negli scritti di Cicerone, Plinio e Licinio Sestulo che ne loderanno qualità e schiettezza.

Durante il Medioevo la viticoltura piacentina continuerà a mantenersi florida ed importante anche grazie al ruolo svolto dai frati del Monastero di San Colombiano a Bobbio, in Val Trebbia.

Nel corso del Rinascimento, l’importanza di questi vini è testimoniata dagli scritti del Bacci e, più ancora, dalla presenza degli stessi sulle tavole papali, come riportato negli scritti di Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III Farnese.

La fama di queste colline nella produzione vitivinicola giunge poi intatta all’età moderna dato che il Molossi – nel 1832 – scrive che in questa zona “…dei vini se ne fanno di ottima sorta..” e ancora – nel 1883 – il Giacoboni raccomanda i vini ottenuti nei pressi di Bobbio soprattutto dalle uve nere quali, ad esempio, Vermiglio, Moradella e Crova.

Il territorio

Il suolo della Val d’Arda si è formato dalle rocce argillose e sabbiose del Pliocene, che presentano una discreta variabilità nel contenuto di sabbia, limo e argilla. Si tratta di suoli con elevato contenuto di Calcio, moderatamente alcalini e caratterizzati da tessitura relativamente fine, comune pietrosità e scheletro scarso.

Il clima è di tipo temperato suboceanico con precipitazioni annue comprese fra i 650 e gli 800mm; la temperatura media dell’aria si attesta intorno agli 11 – 12°C.

I principali vitigni

Il panorama ampelografico della provincia di Piacenza è assai ampio comprendendo numerosissimi vitigni autoctoni sia a bacca bianca sia a bacca nera. Molte di queste varietà sono però di limitatissima diffusione e, spesso, al limite dell’estinzione. Ai vitigni autoctoni si affiancano, com’è ovvio, numerose altre varietà sia internazionali sia provenienti da altre aree d’Italia. Tra queste ultime è importante ricordare la Barbera e la Croatina, alla base del vino rosso simbolo del territorio: il Gutturnio. Importante è la presenza in queste colline di due vitigni francesi – la Marsanne e la Roussanne – importati in zona in epoca napoleonica.

La parte del leone tra i vitigni a bacca bianca è sicuramente appannaggio di due uve di lunghissima tradizione tra queste colline: la Malvasia di Candia aromatica e l’Ortrugo.

La prima, la cui supposta provenienza dall’isola di Creta non ha mai avuto conferme scientifiche, è risultata essere fortemente imparentata con un’altra varietà di Malvasia dell’Italia settentrionale: la Malvasia di Casorzo.

Il secondo – l’Ortrugo – è noto per queste colline almeno a partire dalla metà del XVIII secolo; dopo avere rischiato l’estinzione, è stato recuperato verso la metà degli anni ’60 dello scorso secolo ed è, attualmente, una delle varietà maggiormente coltivate nei Colli Piacentini.

Un ruolo importante nel panorama ampelografico e produttivo di questi colli è rivestito anche dal Trebbiano romagnolo, vitigno probabilmente originatosi in provincia di Ravenna e noto almeno dal 1303 grazie agli scritti di Pietro de’ Crescenzi.

Croci Tenuta Vitivinicola

L’azienda, fondata 1935 da Giuseppe Croci, sorge sul colle di Monterosso nella Val d’Arda a 250m di quota proprio di fronte al borgo medioevale di Castell’Arquato. Papà Ermanno e il figlio Massimiliano gestiscono questa Azienda, che conta su circa 10ha di vigne, coniugando tradizione e innovazione, nel più attento rispetto delle caratteristiche delle uve e dei vini nonché della salvaguardia ambientale. Attualmente in conversione biologica, La Tenuta Croci ha da molti anni bandito la chimica in vigna e recuperato tecniche di cantina della tradizione contadina piacentina.

Tenuta Croci – Monterosso Val d’Arda Frizzante – Colli Piacentini Doc – 2011 – L.158.12

Il colore dorato intenso, insieme alla lieve velatura, fornisce i primi indizi sulle tecniche di produzione di questo vino, costituendo anche una chiave di lettura per poter al meglio apprezzare un prodotto – sicuramente non facile – ma altrettanto sicuramente di grande interesse.

Questo Monterosso è, infatti, ottenuto a partire da uve Malvasia di Candia Aromatica (60%) Trebbiano romagnolo (20%), Ortrugo (15%) nonché Sauvignon blanc e Marsanne (5% complessivo). La parte solida viene lasciata macerare a contatto col mosto per circa 10 giorni e il vino è, in seguito, imbottigliato insieme ai propri lieviti.

Il naso è complesso e fine e regala note di albicocca matura, frutta tropicale sciroppata, lievito e miele di castagno il tutto ammantato da evidenti sentori citrini. Col tempo, dal bicchiere emergono gradevoli ricordi di brandy, affiancati da note di erbe aromatiche quali salvia o citronella.

All’assaggio, stupiscono i tannini derivanti dalla macerazione: in equilibrio e di buona struttura affiancano la spiccata acidità nel conferire grande bevibilità a questo vino. Per via retronasale, a quanto già percepito si affiancano, inattesi ma evidenti, gradevolissimi sentori di liquirizia nera. È un vino di buon corpo, equilibrato e dalla persistenza più che soddisfacente.

Autore

Read Previous

La grappa al servizio della cucina

Read Next

L’uomo che restaurava il Marsala: Marco De Bartoli e la sua Azienda