Brevi incontri meranesi. Il dolce Fargues
Si arriva a Merano sempre con una certa tensione, quella positiva ovviamente, di chi attende incontri interessanti, quelli che allietano il palato o quelli che più materialmente intessono relazioni personali e professionali unendo mondi forse diversi, forse uguali.
Ogni passo è un salto in una realtà enoica differente che racconta di se in modo chiaro e diretto, velatamente civettuolo, arruffianandosi l’attenzione col “vestito buono della festa” meritatamente proclamato tale a tutto vantaggio di noi viaggiatori.
Non è la ricerca sistematica di “cose” da assaggiare l’ approccio, ma è lasciarsi guidare da quel filo di intrigante curiosità tra facce e bottiglie in attesa di sorpresa. Ed in quel vagare pacifico ed apparentemente distratto gli incontri di Merano non deludono mai. E così gli occhi cadono su un liquido dal colore dell’oro, riconosciuto ancor prima di aver letto la denominazione o l’azienda. Sauternes, Château de Fargues. È ammaliante quel colore sottolineato dalla luce che lo attraversa, uno scintillio prezioso che si perde in sfumature quasi eteree, impalpabili.
Un effetto amplificato nel millesimo più vecchio, 2001, in cui le screziature del tempo è come se creassero un effetto surround attivando le sinestesie che preludono ad una materia palpabile ai sensi che seguono. Naso e bocca scivolano in quell’oblio annunciato, aspettato, desiderato. Un profilo olfattivo di assoluta eleganza che solletica con fresche note agrumate ed esotiche, delicati fiori primaverili e frutta candita che dal più giovane 2011, sfumano in quelle della solenne traccia del “raisin rotie” del 2001, amplificate dalla lunga sosta in legno, di zafferano, vaniglia e anice stellato. Il palato è dapprima distratto da una lieta, sensuale e dolce carezza e poi si concentra sulla materia, perfettamente bilanciata in freschezza, rotonda, polposa che si congeda glossando miele d’acacia, pane tostato e brioche e una incredibile ed inaspettata mineralità che saluta il sorso in attesa di quello successivo.

Château de Fargues, fortezza nel cuore della denominazione di Sauternes, un’antica storia enoica i cui albori sono segnati dall’intraprendenza e dal dinamismo della famiglia Lur Saluces dall’emblematico motto, ancora evidente nell’araldo di famiglia, “noch” espressione francofona che suona come “di più“. Quindici generazioni attraverso le quali si sono accumulate fortune, qualità e prestigio; punte di diamante quali Château d’Yquem, Château Filhot, Château Coutet, Château de Malle e Château de Fargues, sono stati i gioielli della casata. Distrutto da un incendio nel 1687, Château de Fargues rinasce nel 1922 con Bertrand Lur Saluces, letterato e scienziato che focalizzò l’attenzione sulle caratteristiche del terroir puntando su questo il proprio lavoro.
Infatti abbandonò le uve a bacca rossa, coltivate nelle terre sabbiose a sud dei tenimenti, e si dedicò solo alle varietà a bacca bianca, Semillon e Sauvignon Blanc, per produrre vino dolce nella zona inclusa nella dominazione attorno allo Château . Inizia così la riorganizzazione con i primi 5 ettari che circondano la fortezza, implementati anno dopo anno fino ad arrivare a 10 ettari e ai 50 del 1968.
La prima bottiglia di Château de Fargues uscì nel 1947, vendemmia 1943, da viti vecchi 20 anni. Ne furono prodotte solo 2000 bottiglie. Nel 1968 Alexandre de Lur Saluces prese le redini dell’azienda ripercorrendo gli stessi passi con gli stessi metodi e standard dei suoi antenati focalizzando la sua attenzione solo su Fargues, vendendo Château d’Yquem al colosso del lusso LVHM, riportando alla vita anche le vecchie rovine della fortezza.
Ma è il fascino oltre al gusto a catturare i sensi. Un successo che è sinonimo di sinergia. In questo lembo di mondo ogni anno, come in una favola, elementi naturali si animano in una sorta di fantastica e misteriosa commistione, chiusa infine dalla mano dell’uomo.
Quel dolce e naturale declivio nel comune di Fargues, lambito dal Ciron che lentamente scorre verso la Goronna, la nebbia autunnale che la mattina e la sera ricopre i vigneti, il vento Autan che spira da est e da sud est che da Tolosa si incanala nella Valle dal puto in cui le colline si congiungono a La Réole asciugando l’umidità, il sole che matura i grappoli ed infine lei, il miracolo: la muffa nobile, la Botrytis Cinerea. È questa che affondando le sue ife nei chicchi sovramaturi dà vita a quella misteriosa alchimia, esaltando i precursori di aromi presenti nelle uve, trasformando parte dello zucchero in glicerina, abbassando il livello dell’acidità e donando nuove e particolari tracce olfattive.
Ma questa straordinaria opera rimarrebbe un inutile miracolo se non intervenisse la mano dell’uomo a completarla. Squadre di raccoglitori meticolosi e flessibili offrono ogni anno le proprie mani ed i propri occhi esperti in quella vendanges par tries, in più passaggi successivi, che richiede un lasso di tempo piuttosto lungo per varietà e maturazione, un atto che non è solo di raccolta ma anche di valutazione, attraverso solo la propria vista, dello stato ottimale di maturazione della muffa a garantire vini perfetti. Una capacità che si affina solo col tempo.
E quei grappoli sapientemente raccolti saranno poi delicatamente pigiati e il mosto, né chiarificato né addizionato di solforosa, sarà fatto fermentare in piccole botti di legno, ognuna delle quali sarà curata individualmente, fino all’imbottigliamento…ed al lungo invecchiamento che ne arricchisce la personalità.
Quella sera percorrendo il red carpet verso l’uscita ripensai a quel sorso, a quel viaggio, trasposizione della mente, durato pochi attimi, conservandone il ricordo che mi accompagnerà fino al nostro prossimo appuntamento. Si, in quel vagare pacifico ed apparentemente distratto gli incontri di Merano non deludono mai.