• Lun 27 Mag 2024

Un’illegale amata tradizione al di là dal Piave

Navigando a cuor leggero tra le campagne del quartier al di là dal Piave, pianoro nell’Alta Marca Trevigiana compresa tra il fiume Piave e la fascia collinare delle famose bollicine, è ancora facile imbattersi in una nostalgica tradizione enologica considerata tuttavia fuorilegge. Non meravigliatevi se avete la fortuna di incontrare qualche vecchio contadino che vi offre ancora un bicchiere di Clinton o ancor più raro Fragolino servitovi con il dessert in qualche tipica osteria. Sono questi “vini non vini”, ossia vini ottenuti da vitigni Ibridi Produttori Diretti, che una legge del 1931 e altre degli anni seguenti misero al bando. Una storia controversa, non ancora risolta ed in qualche modo affascinante che tiene banco da quasi cento anni nelle zone considerate di “classica” produzione. Quando la viticoltura europea di fine Ottocento fu attaccata da una serie di crisi sanitarie mortali, non ultima la fillossera, molti stati del vecchio mondo, tra cui l’Italia, iniziarono a rivolgere l’attenzione ad altre specie del genere Vitis ed in particolare quelle che risultavano essere meno sensibili alle malattie.

In America e in Asia ve ne erano diverse, quali V. labrusca,V. rupestris, V. berlandieri, V. amurensis, V. riparia ed altre che furono portate in Europa per condurre una serie di esperimenti, ossia creare una nuova specie più resistente attraverso incroci interspecifici, cioè incroci tra specie diverse. Tale pratica, in realtà, è caldeggiata ancora oggi da molti stati a scopo di ricerca, Germania in primis. Nascono, così, i primi Ibridi Produttori Diretti (IPD). Ibridi perché ottenuti da incroci fra specie differenti, Produttori perché a differenza della maggior parte degli ibridi sono capaci di produrre uva, Diretti perché si possono impiantare direttamente in vigneto senza bisogno di innesti. Le caratteristiche organolettiche delle uve, quando sono utilizzabili, in realtà non eccellono per qualità. I vini che se ne ottengono hanno colori brillanti, un profumo molto intenso, un sapore tendente al dolce ma sono aspri e marcati dall’inconfondibile foxy. In realtà non possono essere nemmeno tecnicamente definiti vini dato il loro basso contenuto di alcol, intorno al 6-8% vol. e, cosa ancor più grave, dato il consistente contenuto di pectina in fermentazione producono alcol metilico, notoriamente dannoso alla salute umana.

Uva Isabella o uva fragola, Clinto, Clinton, Noha, Bacò, York-Madeira, Seibel, Burdin, Taylor, Elvira sono solo alcuni degli IPD creati e diffusi in alcuni territori di tutta Europa.

In Veneto, a partire dal periodo della ricostruzione post fillosserica, iniziarono ad essere coltivati ampiamente dalla pianura sabbiosa e ghiaiosa fino alle colline, a volte superandole. La zona storica nella provincia di Treviso è quella del Quartier del Piave, indicata nella classificazione del territorio viticolo provinciale operata dal del Prof. Dal Masso come la zona V. La robustezza, la forza vegetativa, la prontezza a riparare i danni dalla grandine, la resistenza alle malattie, la produttività, la progressiva riduzione del sapore volpino (che in realtà non è proprio di tutti gli IDP ma solo di alcuni), l’adattamento dei consumatori al tipo di vino furono e sono ancora oggi, in sparute riprese, i punti di forza addotti dai produttori esistenti alla tesi per la quale bisognerebbe abolire i numerosi divieti che ne impediscono la coltivazione e la vinificazione.

Una legge del 1931, la 376, ne vietò la coltivazione; probabilmente a causa della loro grande diffusione e della scarsa qualità del vino da essi prodotto che avrebbe potuto mettere in pericolo l’immagine appena nascente dell’enologia italiana di qualità. La legge tuttavia rimandava alle singole province le decisioni in merito coadiuvate dagli organi ministeriali che avrebbero riconosciuto l’utilità della loro coltivazione (a solo scopo sperimentale) disciplinandone le modalità. Cosa che non avvenne mai.

La polemica si riapre garbatamente nel 1945 in relazione al posto che gli ibridi avrebbero dovuto occupare nella ristrutturazione delle coltivazioni. Alcuni proposero di produrre secondo due direttive, vini comuni, per il consumo interno, e vini speciali, pregiati e superiori, che avrebbero contribuito a consolidare il nome enologico dell’Italia attraverso le esportazioni. Gli ibridi avrebbero trovato posto tra i primi. Ma a nulla valsero i movimenti dei produttori né i timidi ripensamenti dei ricercatori che tentarono di rimetterli in gioco valorizzandone la loro utilità a scopo di ricerca. Nel 1962 una nuova legge vietò la vinificazione di uve diverse da quelle provenienti dalla specie Vitis vinifera, ratificata nel 1966 con una norma che ne consentiva la vinificazione ma non la commercializzazione. Non ultima una norma comunitaria del 1970, che riporta un elenco di 6 IPD espressamente vietati, tra le quali l’uva Isabella ed il Clinton. Un braccio di ferro che non vede realmente né vinti né vincitori nelle maglie di una legislazione poco chiara. Piccolissime produzioni che chiedono solo di continuare ad esistere in ricordo di tradizioni in cui riconoscersi e non lasciare che semplicemente muoiano in pregevoli collezioni ampelografiche e soprattutto senza incorrere in atmosfere da proibizionismo anni ’30. Vicenda recentissima è quella che vede coinvolto lo scorso anno Moriago della Battaglia, piccolissimo comune del Quartier del Piave, che ha visto la Guardia di Finanza durante il Festival del Clinton – evento alla stregua delle feste paesane organizzate dalle locali pro loco – sequestrare il vino e denunciare penalmente gli organizzatori. Vini proibiti, vini non vini, assolutamente vietati in pubblico ma che continuano ad essere prodotti ad uso familiare. Vini non di pregio, dalle caratteristiche strane e in qualche modo piacevoli legati alle memorie popolari di scodelle bevute nella penombra di vecchie cantine e che fanno tutt’ora furtivamente la loro comparsa in pubblico.

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