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Anno 6 | mercoledì 28 giugno 2017

Il mio pomeriggio con Lino Maga ed il suo Barbacarlo

1 giugno 2012


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Un incontro è sempre occasione di colloquio e di conoscenza e lo si crea quando due o più persone si trovano nello stesso luogo contemporaneamente.

Se l'incontro avviene fra due persone che non si conoscono e si presentano sorseggiando un Barbacarlo del 2009, questo incontro assume un gusto diVino, dal colore rubino e dal corposo aspetto.

Siamo a Broni, in provincia di Pavia, nella storica casa dell'unico vero papà del Barbacarlo: Lino Maga, pardon, il Commendatore Lino Maga.


Una telefonata il giorno prima è bastata per farsi aprire le porte di casa e poi non so, sarà stata l'aria primaverile, la mia educata e rispettosa presenza, ma questo "semplice " incontro si è trasformato in un bellissimo pomeriggio in compagnia di un grande uomo pieno di storia da raccontare.

Lino Maga è un uomo tranquillo, a lui piace vivere isolato, parla con voce pacata, alterna i racconti della sua storia a lunghi silenzi di riflessione e non ti lascia mai a bicchiere vuoto. La sua casa è come ferma nel tempo, piena di bottiglie di annata, di quadri, di riconoscimenti.

Il Barbacarlo nasce da quella specifica collina chiamata nel catasto Barbacarlo, con terreno tufaceo ed esposizione a sud-ovest.

Non è un vino che trovi negli eventi, nelle manifestazioni, a domanda "Chi sono i distributori che utilizzate e dove commercializzate?" ride, tace, ti versa il Barbacarlo del 2010 e ti risponde "Bevilo, ti piace? Si fa tutto qui, in questa casa, si assaggia e se ti piace è tuo". L'unica pubblicità è "aprire la bottiglia e farla assaggiare". Non ama nemmeno apparire in verticali o parlare in pubblico dice "Meglio per loro se non vado se no poi parlo". Eppure il suo vino gira ovunque e viene spedito ai grandi dello spettacolo, della politica e non solo. Su un tavolino scovo una guida di vini in Giapponese, apro e trovo il Barbacarlo negli elenchi dei vini migliori e, nel mezzo di idiomi incomprensibili, si legge la parola Cassoela, ne deduco l'abbinamento, molto azzeccato per la mia cucina tradizionale.


Ogni anno un vino diverso, nessun vino può essere uguale a se stesso e lui se le ricorda tutte le annate e parte dal 1958 e ti dice l'anno eccellente, l'anno buono, l'anno scarso. Il 2009 è asciutto, il 2010 è spumeggiante. Nel 2008 nessuna produzione, nel 2007 ha vendemmiato con la neve ed è stata annata eccellente. Nel 1994, il 27 settembre dopo otto ore di lavoro è arrivata la grandine. In ogni caso ti dice che "Quando un vino pulisce la bocca del fumatore è buono, diceva Gianni Brera", suo grande amico.

Come suo grande amico fu Gino Veronelli. Mi versa il Barbacarlo del 2006 e mi racconta. Quando, nel 2003, la commissione che concede le denominazioni gli bocciò il vino perché aveva un residuo zuccherino troppo alto, Lino telefonò a Veronelli e gliene mandò 6 bottiglie a Milano, Veronelli lo trovò ottimo ed il Barbacarlo del 2003 fu l'ultimo SOLE di VERONELLI.

Io adoro le etichette, glielo dico, e lui mi racconta da dove deriva il nome Barbacarlo. La parola ‘barba' significa ‘zio'. Quindi il nome parte da lontano, quando uno zio Carlo pigiò per la prima volta il prezioso uvaggio, formato da Croatina (circa al 50%), Uva Rara (intorno al 30%) e Uvetta. E si tratta di un ‘lontano' documentato: negli archivi catastali di Broni, la vigna del Barbacarlo così è indicata sin dal 1886. È l'etichetta che piace a me, sa di storia e rappresenta il vignaiolo.











Apre una bottiglia del 2007 ed io chiedo curiosa "Non ha per caso in giro la bottiglia del 1975? È il mio anno di nascita". Non ricorda, vaga per la stanza e dopo un po' la trova. È meravigliosa, piena di polvere, la guarda e dice "Non si può più bere, è caduto il vino. I miei vini si possono bere fino a 30 anni" e a dimostrazione mi apre la bottiglia del 1983. Il tappo invecchia prima del vino, ma lui lo salva e ce lo beviamo.

Passano le ore, mi invita a visitare la sua cantina, ma prima beviamo un bicchierino di Montebuono, l'altra sua etichetta che produce, il vino di Napoleone.

All'opera ora c'è suo figlio, Gianpiero, che gestisce gli ettari di vigna e l'oasi che ha creato intorno alla cantina con galline, papere, un asino, ma "sono io che continuo a far tutto" dice Lino, ha sempre il controllo del suo Barbacarlo. Lui è stanco, si vede, ma il vino è la sua medicina. "Il lavoro ti salva, non bisogna mai fermarsi", "La morte è l'interruzione del lavoro".

Oggi, mentre vi racconto le mie ore trascorse liete con lui, ho davanti una bottiglia: il Barbacarlo del 1975 tutto impolverato. Me lo ha regalato prima di salutarmi. Un dono prezioso, un ricordo importante, un valore inestimabile.