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Il riso è il sole che scaccia l'inverno dal volto umano
Victor Hugo (1802 - 1885)
Anno 6 | venerdì 24 febbraio 2017

Il Barolo in prima persona: Giovanni e Mauro Manzone di Monforte d'Alba

18 gennaio 2016


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Bisogna averci fatto le ossa,

averla nelle ossa come il vino e la polenta,

allora la conosci senza bisogno di parlarne

Tratto da: Cesare Pavese - La Luna e i falò

Fare il vino: tre parole per circa 60 secoli di storia. Tre parole che sottendono una domanda che, nei secoli, ha assunto sempre nuove connotazioni e sempre nuove risposte: perché fare il vino e cosa rappresenta - o ha rappresentato - questo lavoro per i vignaioli?

Il vino è alimento, è sopravvivenza, è piacere, è ricchezza da sfoggiare, è ricchezza per chi lo produce, è contatto con la Divinità, è medicina, è rimedio - spesso solo apparente - ai mali della vita e del vivere, è ritualità laica, è legame con la terra e le stagioni, è fonte di unione - o, purtroppo - di guerre tra i popoli, è seduzione e sensualità: è ed è stato, insomma, tutto questo e molte altre cose per ciascuno di noi come per tutti quelli che ci hanno preceduto su questo ben strano Pianeta.

È di conseguenza evidente - almeno a mio avviso - che ciascun produttore (così come ciascun appassionato consumatore) dovrà trovare le proprie motivazioni nel continuare, o nell'intraprendere, un lavoro che, pur se spesso ricco di soddisfazioni, è senz'altro totalizzante in termini di tempo e fatiche. Io, dal canto mio, posso solo ringraziare tutti coloro i quali svolgono onestamente e al meglio questo lavoro per il loro impegno nel regalarci attimi talvolta indimenticabili, talvolta intellettualmente stimolanti o, perfino, talvolta deludenti ma sempre frutto del lavoro loro e delle centinaia di generazioni che li hanno preceduti.

Le Langhe, il Barolo e i barolisti

Come parlare di Barolo evitando nel contempo di dire banalità oppure - cosa assai peggiore - dando informazioni imprecise o errate nel goffo tentativo di entrare in dettagli pedoclimatici assolutamente al di là delle mie competenze? La soluzione mi è parsa tanto ovvia quanto interessante: fare parlare i protagonisti, ovvero i produttori. Ognuno ha la propria storia, le proprie idee e la propria percezione di ciò che voglia dire essere oggi un produttore di Barolo Docg nonché di cosa significhi vivere oggi in Langa e di come questi aspetti si siano modificati negli ultimi anni o negli ultimi decenni.

Questo primo articolo, dedicato a Giovanni Manzone - classe 1946 - e a suo figlio Mauro, nato nel 1985, vuole, attraverso le parole dei protagonisti, raccontare come fosse vivere e produrre vino in queste terre 50 anni fa e cosa voglia dire farlo oggi alla luce degli attuali mezzi di comunicazione e della globalizzazione dei mercati.

Altri articoli seguiranno per affrontare altri punti di vista e altre sensibilità alla luce di storie diverse ma dello stesso entusiasmo nei confronti di questo grande territorio e dei suoi vini.

L'Azienda Vitivinicola Giovanni Manzone

L'Azienda nasce con l'acquisto - nel 1925 - del cosiddetto ''Ciabot del Preve'', cioè la casa del prete di Castelletto da parte di Giovanni Manzone, nonno dell'attuale Giovanni. È, però, con l'acquisto di una parte della famosa vigna "Gramolere" che ha inizio, grazie al lavoro e all'entusiasmo di Giovanni e Stefano Manzone, l'attività di imbottigliamento dei propri vini. Attualmente, l'Azienda - della quale nel 2005 è entrato a far parte, come enologo, anche il figlio Mauro e, più recentemente, la figlia Mirella - produce circa 45.000 bottiglie all'anno di cui circa 25.000 di Barolo - con le etichette Gramolere Riserva, Gramolere, Castelletto e Bricat - oltre a circa 20.000 bottiglie fra Langhe Nebbiolo, Barbera e Dolcetto d'Alba e il Langhe Rossese bianco Doc - Rosserto, già precedentemente raccontato su queste pagine.

 

In vigna non sono utilizzati insetticidi o fertilizzanti; nessun vino subisce chiarifiche o filtrazioni.

Due generazioni, una terra e il Barolo: l'intervista

Solo due righe per chiarire quanto segue: le risposte di Giovanni Manzone saranno precedute da (G) mentre quelle di Mauro da (M); in grassetto le domande.

Il Barolo è uno dei simboli dell'Italia nel mondo: cosa rappresenta per voi questo grande vino?

(G) Il Barolo ha profondamente cambiato le nostre vite e la nostra percezione del mondo: è stato lui a portare gli stranieri nelle nostre terre già da molti anni permettendomi, così, di iniziare a conoscere il mondo anche senza viaggiare, facendomi confrontare con culture diverse e persone straordinarie.

(M) Adesso si viaggia moltissimo ed è sicuramente una fatto positivo ma è necessario non esagerare. La nostra è un'azienda famigliare e non possiamo permetterci di stare 300 giorni all'anno in aereo. Andiamo spesso all'estero per visitare i nostri clienti, ma cerchiamo soprattutto di farli venire a visitare l'Azienda e il territorio. Negli ultimi anni, noi vignaioli ci spostiamo davvero tanto e, a volte, ho il dubbio che lo si faccia anche troppo. La generazione di mio papà è stata la prima, tra gli anni '90 e i primi anni 2000, ad andare all'estero - Stati Uniti, Inghilterra, Giappone - e mi racconta che, nel corso di quei viaggi, si respirava uno spirito nuovo, ricco di entusiasmo e solidarietà di fronte a un mondo sconosciuto da conquistare grazie al prestigio del Barolo. Oggi la situazione è cambiata e la nostra presenza è diventata scontata, quasi "inflazionata", e si è forse persa quella "magia"che caratterizzava i primi viaggi quando eravamo accolti con entusiasmo come fossimo stati delle star.

(G) Le persone, le loro visioni delle cose e i gusti del mercato cambiano continuamente e oggigiorno, pertanto, ogni promozione ha un effetto di breve durata. Ho imparato con l'esperienza che all'estero dobbiamo imparare ad essere sintetici, perché troppi dettagli sulle vigne, i suoli, le esposizioni e le pratiche di vigna e di cantina non sempre vengono compresi. È per questo motivo che è fondamentale portare i clienti e gli appassionati stranieri a visitare le nostre terre e le nostre aziende: è l'unico modo per poter comunicare efficacemente il nostro lavoro le nostre unicità. Ci sono rappresentanti bravissimi nel vendere, ma solo noi produttori davanti alla nostre vigne e alle nostre botti possiamo davvero far capire il nostro lavoro e il vino che produciamo.

Le Langhe: da semplici colline coperte di vigne a Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO. Com'era essere un giovane langarolo 50 anni fa e cosa vuol dire esserlo oggi?

(G) Nelle Langhe 50 anni or sono la viticoltura - e l'agricoltura in genere - era ancora un'attività di sussistenza legata all'autoconsumo o a piccoli commerci. La ripresa post bellica - io non ho visto la guerra ma ne ho sentito parlare tanto in famiglia - e il boom economico degli anni '60 si fecero sentire fortemente anche qui e il vino iniziò a divenire un prodotto da commerciare anche al di fuori del nostro territorio. In quegli anni, però, il Barolo era un prodotto - quantitativamente ed economicamente - del tutto marginale. Durante i pasti quotidiani, infatti, si bevevano Barbera o Dolcetto, nei giorni di festa si consumava Nebbiolo mentre il Barolo era riservato alle grandi occasioni o agli ospiti. La forte espansione della vitivinicoltura continuò - anzi crebbe ulteriormente - negli anni '70 ma, verso la fine di quegli anni, le uve Dolcetto continuavano a essere pagate di più di quelle di Nebbiolo da Barolo. Per cercare di comprendere meglio le ragioni di questa situazione, l'allora Presidente della Camera di Commercio - Giacomo Oddero - fece realizzare una dettagliata analisi delle vendite di vino, nonché dei gusti e delle "percezioni" dei consumatori.

 

Il risultato fu alquanto sorprendente: il Barolo era tra i due o tre vini più noti ma era venduto quasi esclusivamente all'estero e anche quello consumato in Italia era bevuto, per circa l'85%, da turisti stranieri. Iniziava così a emergere una realtà che per molti versi è ancora attuale: i consumatori stranieri, appassionati amanti del buon gusto, non solo apprezzavano maggiormente questo grande rosso ma ne conoscevano le caratteristiche e le aree di produzione molto meglio degli italiani. Sicuramente, per noi produttori la loro presenza è stata di stimolo sia per migliorare la qualità dei nostri prodotti sia per approfondire le conoscenze sulle nostre colline e sulle differenze fra le varie aree e le varie vigne.

(M) Noi, da parte nostra, cerchiamo, nel corso delle visite in cantina, di fornire anche un supporto culturale ai visitatori per dare un senso più profondo alla loro - come alla nostra presenza - raccontando il vino per ciò che è, cioè il frutto della millenaria cultura - oltre che coltura - della vite. Molti visitatori, soprattutto stranieri, apprezzano sinceramente questo approccio e restano profondamente stupiti che la visita e la degustazione siano tenute direttamente dai noi produttori essendo abituati - soprattutto nelle grandi cantine - ad essere ricevuti da addetti alla comunicazione, senza dubbio competenti, ma meno idonei a comunicare gli aspetti più schietti del nostro lavoro; è da notare con non poco rammarico che, almeno nel nostro caso, spesso i meno sensibili a questo modo di affrontare la visita e la degustazione sono proprio i nostri connazionali per i quali - in alcuni casi - la degustazione è più un fatto di moda che un reale interesse.

Sarebbe sicuramente positivo che l'impostazione generale dell'enoturismo nel nostro territorio fosse oggetto di un progetto unitario da parte di tutti i produttori, in modo tale da fornire una connotazione comune - rispettosa ovviamente delle singole necessità e caratteristiche aziendali - a questa sempre più importante forma di turismo culturale e sostenibile.

La viticoltura e le pratiche di cantina sono cambiate molto negli ultimi decenni, ma il loro fascino rimane immutato. Cosa vi ha portato a produrre vino e cosa vi spinge a continuare a produrlo?

(G) In realtà, io non ho mai iniziato a produrre vino ma ho solo continuato l'attività che mio nonno aveva avviato negli anni '20. In quell'epoca, erano poche le aziende che producevano e vendevano vino sfuso; non parliamo delle bottiglie che erano riservate alle grandi occasioni e agli amici e, praticamente, non erano vendute ma consumate in famiglia. Mio nonno aveva imparato il mestiere lavorando nella Cantina Sociale di Monforte, fondata alla fine del XIX secolo - in località Manzoni - da Monsignor Dell'Orto, parroco di Monforte. La Cantina aveva alle proprie dipendenze un enologo toscano che portò per primo alcune innovazioni o pratiche finora non utilizzate quali l'uso del bisolfito, i travasi e le colmature nonché una maggior attenzione alla pulizia delle botti. Poi vennero la peronospora, la fillossera e la Grande Guerra e la cantina chiuse per sempre soprattutto per mancanza di uva. Questa esperienza, però gli servì a comprendere che per dare un futuro alla propria attività di produttore era necessario chiudere la filiera produttiva; in altre parole, era indispensabile non solo produrre uva di qualità e vinificarla correttamente ma doveva entrare in diretto contatto col consumatore finale al quale vendere direttamente il proprio vino.

(M) Per quanto mi riguarda posso dire che la passione è rimasta ancora la stessa di mio padre e di suo nonno: mettere in bottiglia il frutto del proprio lavoro, un lavoro che ti lega fortemente alla famiglia e alla terra. È, senza dubbio, un impegno che che richiede tempo e fatica ma si viene ripagati dalla soddisfazione dei consumatori.

(G) Io ho deciso di continuare l'attività di famiglia all'inizio degli anni '60, quando molte tra le vigne migliori - ma, spesso, proprio per questo più difficili da lavorare - erano in via d'abbandono. Per me è stato fondamentale poterne recuperarne alcune e vedere i frutti di un lavoro ben fatto. Ho provato - e continuo a provare - la stessa soddisfazione quando colgo una pesca maturata su un albero che ho ben innestato o quando vedo fiorire rose di differenti colori su un rosaio che ho curato e innestato personalmente: senza passione nessun lavoro può essere ben fatto. Sono partito proprio recuperando alcuni di questi vigneti semi-abbandonati compreso quello di Rossese bianco che, dopo anni di studi proprio nella mia vigna, è stato finalmente ammesso per la produzione del Langhe Rossese bianco.

Molti miei coetanei hanno fatto scelte diverse, preferendo lavori all'apparenza più comodi e sicuri: io ho privilegiato un lavoro più concreto che mi desse modo di vederne i risultati giorno dopo giorno.

I confini del mondo si sono ristretti, grazie ai media, ai social network e alla facilità di viaggiare e ora il Barolo è venduto in tutto il mondo: potete descrivere com'era il suo mercato qualche decennio fa e come si è modificato oggi?

(G) Negli anni '50 e '60, il vino era venduto in damigiane quasi esclusivamente a Torino a Milano dove veniva trasportato con la ferrovia. Conservo ancora alcune vecchie cartoline postali, con le quali i clienti effettuavano gli ordini. In seguito arrivò il telefono - duplex - e questo rese più facile ricevere le ordinazioni. Contemporaneamente, iniziammo a usare i camion - in zona ce n'erano un paio - con i quali trasportavamo le damigiane piene a Milano e Torino e riportavamo a casa quelle vuote perché venissero riutilizzate.

(M) Ovviamente, oggi le cose sono molto cambiate. Noi non facciamo direttamente vendita on line ma alcuni nostri rivenditori utilizzano con successo questo - peraltro ormai non più nuovissimo - canale di vendita. Attualmente, gran parte della nostra produzione è venduta all'estero: Nord Europa, Germania, Svizzera, Francia, Stati Uniti, Canada, Giappone e Cina rappresentano i nostri principali mercati internazionali. L'Estremo Oriente - Cina e Giappone - rappresentano due mercati molto diversi. La prima punta principalmente a vini di basso costo (0,70 - 2€) oppure, con numeri molto più contenuti, su prodotti di alta o altissima gamma. Il Barolo entra, ovviamente, in questa seconda fascia di acquirenti anche se ho l'impressione, sinceramente, che comprino più il "brand" che non la qualità e le caratteristiche del vino, anche perché il Nebbiolo non è certo un vitigno facile da capire e apprezzare. Il Giappone, al contrario, è un mercato molto più maturo e competente che, dopo una decina di anni di crisi, è tornato ad acquistare mostrando molta attenzione agli autoctoni, compresi prodotti davvero di nicchia quali, nel nostro caso, il Rossese bianco, nonché all'abbinamento cibo - vino.

Tradizionalisti vs innovatori: una polemica che sembra essere stata fortunatamente superata. Come vi siete posti a riguardo in passato e come vi ritenete oggi?

(M) Credo che non ci si possa considerare né innovatori né super-tradizionalisti: utilizziamo tonneaux da 500 e da 700 litri e botti grandi - tutto esclusivamente in rovere - e poi assembliamo i vini.

(G) I tonneaux da 700 litri erano già in uso presso la cantina Sociale di Monforte per cui hanno ormai una tradizione più che secolare. Io, personalmente, non amo le barrique perché trovo che rilascino tannini poco digeribili oltre a essere, spesso, troppo invasive. In cantina, cerchiamo di mantenere intatta la finezza dei nostri vini.

Ogni anno l'uomo modifica il proprio territorio, alterandone l'aspetto e, spesso, l'essenza stessa. Cosa rimpiangete del passato delle vostre colline e come vi augurate possano diventare in futuro?

(G) Nelle ultime decadi, i cambiamenti nel territorio e nel modo di vivere tra queste colline sono stati profondi e sono tra loro, ovviamente, profondamente interconnessi. Ad esempio, quando ero bambino - e fino agli anni '70 - a Castelletto era attiva la scuola di borgata. I miei compagni ed io vi andavamo a piedi, percorrendo sentieri e piccole strade tra le vigne; solo quando pioveva e c'era fango, usavamo la strada sterrata principale che era più lunga ma più asciutta. La maestra abitava a Monforte e arrivava a lezione con il Mosquito, una bicicletta alla quale era possibile aggiungere un piccolo motore. Ora questi sentieri non esistono più: sono stati cancellati per sempre da alcuni importanti lavori di sbancamento che hanno profondamente alterato la morfologia del territorio per fare spazio a nuove vigne. Sono stati interventi molto invasivi, che hanno cambiato perfino l'esposizione e la stabilità dei versanti rendendoli più vulnerabili e soggetti a frequenti smottamenti. Nel corso della loro realizzazione, sono stati eliminati castagneti da frutto e antiche vigne e ancora oggi le frequenti frane interessano anche le proprietà confinanti. Negli anni '60, il territorio del comune di Serralunga era occupato ancora per circa il 50% da bosco mentre, attualmente, le vigne ne ricoprono circa il 95% della superficie; all'epoca, la legna era una ricchezza come fonte di riscaldamento per l'inverno, oltre che per le piccole opere e per cucinare. Monforte è, oggi, il comune di Langa con la maggior estensione di boschi anche perché la sua morfologia è caratterizzata da frequenti, ripide e alte scarpate non idonee alla vite che sono, pertanto, state lasciate al loro aspetto naturale.

Insieme ai boschi, purtroppo, si è perso molto anche il senso della comunità: molte vecchie famiglie sono emigrate e l'unione di una volta fra le persone è andata in parte perduta.

(M) La qualità della vita in queste terre è più che buona: personalmente auspico una maggior solidarietà fra gli abitanti e una maggior attenzione per i servizi al cittadino, soprattutto per quegli aspetti che potrebbero proprio portare a ritrovare quella solidarietà andata in parte persa.

Io ora vivo a Monforte dove, devo ammettere, lo "spirito di paese" si percepisce ancora e molte diatribe fra produttori sono state superate. Rimane un po' di individualismo ma, soprattutto fra giovani, cerchiamo - con soddisfacenti risultati - di lavorare insieme. Purtroppo, questo spirito di gruppo è in gran parte limitato - parlo sempre della mia esperienza - ai produttori del comune di Monforte, mentre i rapporti con i colleghi degli altri Comuni della Denominazione sono assai scarsi. In ogni caso, per fortuna, quando andiamo all'estero riusciamo a presentarci uniti sotto i nomi di Barolo e Piemonte.

(G) 25 - 30 anni fa i clienti e i turisti stranieri erano molto colpiti dalla forte coesione che si percepiva fra noi produttori: eravamo capaci di trasmettere un senso di grande unità di intenti e forte solidarietà. Una sensazione che rendeva la loro permanenza in Langa ancora più piacevole e stimolante.

Le degustazioni: i Barolo Docg Gramolere di Giovanni Manzone

La vigna "Gramolere" di Monforte d'Alba, una delle Menzioni Geografiche Aggiuntive previste per il Barolo Docg, si estende fra i 320 e 480 metri di quota circa con esposizione compresa tra sud e sud-ovest. Le vigne aziendali si sviluppano, su suoli ricchi di sabbie e scheletro, tra i 350 e 480m s.l.m.

Manzone Giovanni - Gramolere - Barolo Docg - 2010 - L. LF/14

Il Nebbiolo è un vitigno "difficile": non scende a compromessi, non si rende banalmente accattivante. Questo è vero già a partire dal suo colore mai troppo carico, mai "smargiasso, ma sempre caldo, vellutato, sobrio. Ecco, quindi, che anche questo Gramolere 2010 ci prepara all'assaggio grazie al suo elegante color granato, che lascia presagire un prodotto evolutosi nel solco della tradizione. Il naso, di impeccabile pulizia e finezza, a bicchiere fermo racconta di frutti scuri - Sunsweet, mora, ciliegia matura sotto spirito - ingentiliti da note di potpourri di fiori rossi. Una rispettosa - come sempre dovrebbe essere - rotazione ed ecco che il bouquet acquista ulteriore complessità offrendoci sentori di noce moscata, liquirizia e polvere di caffè. Il trascorrere del tempo permette a questo Barolo di regalarci le ultime sorprese, lasciandoci godere di eleganti sensazioni agrumate, riconducibili al chinotto, nonché di una soffusa, ma ben presente, nota ematica.

L'ingresso in bocca è pieno, compatto, succoso e gradevolmente spigoloso, in virtù di tannini di eccellente tessitura che mostrano, com'è giusto che sia, la loro non ancora domata gioventù; l'ottimo corpo avvolge in un caldo abbraccio la componente alcolica, in un delicato gioco di armonia e personalità; la persistenza e il fin di bocca si rivelano decisamente all'altezza di questo ottimo figlio della terra e della storia di Monforte d'Alba.

Degustazione del 27 dicembre 2015

Manzone Giovanni - Gramolere Riserva - Barolo Docg - 2007 - L. LA/14

Questo Gramolere Riserva 2007 condivide, come è giusto che sia, molte caratteristiche col vino appena descritto, a iniziare dall'ancora intatto color granato col quale si presenta nel bicchiere. Il panorama olfattivo, pertanto, ruota sempre intorno ai piccoli frutti scuri e ai fiori rossi appassiti che ne costituiscono, in certo qual senso, l'ossatura, il marchio di famiglia che unisce questi vini; a ciò, si sovrappongono ulteriori sentori talvolta totalmente nuovi talaltra già percepiti nel precedente assaggio. Ecco allora ripresentarsi la tipica nota ematica accompagnata dalla liquirizia e dalla noce moscata e, nel contempo, affacciarsi nuove sensazioni quali l'eucaliptolo, il cioccolato fondente e il tamarindo.

All'assaggio, sfoggia un ingresso compatto, deciso, gradevolmente ruvido ma capace di aprirsi divenendo avvolgente e rivelando grande finezza e intensità. La tessitura tannica, che gli conferisce ancora sensazioni di gioventù unitamente alla ben percepibile freschezza, è setosa ed elegante e sorregge un corpo pieno, caldo e rotondo. Una menzione d'onore è dovuta sia all'ottimo uso del legno - assolutamente non percepibile - sia alla lunga persistenza. Da ultimo, ma non certo per importanza, questa Riserva affascina per l'evoluzione olfattiva nel bicchiere nel quale si susseguono, in un apparentemente infinito rincorrersi, profumi più "dolci" e altri più "scuri" prolungando il piacere della degustazione in una sorta di intrigante girotondo.

Degustazione del 3 gennaio 2016

Manzone Giovanni - Gramolere Riserva - Barolo Docg - 1998

Sono trascorsi poco meno di due anni da quando ebbi il piacere di compiere questa degustazione che desidero introdurre con una breve considerazione: talvolta 1+1=3, ovvero nei grandi vini - come nel cibo l'eccellenza - il valore dell'insieme è superiore alla somma delle singole parti. Questo è il vero fascino delle grandi opere dell'ingegno umano e delle ancora più grandi meraviglie della natura e questo rende così difficile descriverle a chi non abbia potuto sperimentarle in prima persona.



I primi riflessi aranciati, oltre ad arricchire il color granato di questo Gramolere Riserva di calde pennellate di luce, ci ricordano gli oltre 15 anni trascorsi dalla vendemmia che lo fece nascere. Il bouquet, molto fine e complesso, è pienamente, e giustamente, riconducibile ai precedenti assaggi: ciliegie mature sotto spirito, Sunsweet, more e potpourri di fiori rossi costituiscono il supporto olfattivo alle spezie dolci - principalmente chiodi di garofano e cannella - nonché alla balsamica verticalità dell'eucaliptolo e ai sentori ematici, così tipici dei grandi vini a base Nebbiolo; col tempo, il corredo di profumi si completa con note di cipria, confetto e cioccolato dolce nonché con i sentori di cuoio e tabacco, dovuti al lungo invecchiamento.

Elegante e armonico: ecco - in solo due parole - la descrizione gustativa di questo vino che sfoggia tannini morbidi e avvolgenti di eccellente tessitura e una ancora gradevole freschezza nonché una struttura importante, piena, ampia e gradevolmente calda; una menzione particolare è dovuta alla lunga persistenza e alla bevibilità di inusitata piacevolezza per un vino di tale struttura.

Degustazione del 12 maggio 2014

Azienda Agricola Manzone Giovanni

Via Castelletto 9,

Monforte d'Alba (CN)

E-mail: info@manzonegiovanni.com

www.manzonegiovanni.com